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Su Rai5, la Turandot scaligera con la direzione di Prêtre e la regia di Asari

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Che effetto fa una favola cinese vista con gli occhi di un giapponese? La risposta la offre l’edizione di Turandot con regia, scene e costumi di Keita Asari andata in scena alla Scala nel 2001 e in onda su Rai5 sabato 8 gennaio alle ore 10.

L’incompiuta di Puccini è un’opera stratificata, ricca di molteplici possibilità espressive. Solo una tradizione interpretativa sclerotica ha potuto leggerla banalmente nell’ottica a senso unico della potenza vocale e dello sfarzo scenico. Il peccato originale, se così si può dire, è un impianto drammaturgico che si presta a traduzioni spettacolari sontuose, con profusione di paccottiglie esotiche. Asari fa invece piazza pulita delle cineserie stile “paese del sorriso”. L’assetto scenico si ispira alla ricerca archeologica per ritrovare un mondo di semplice, arcaica bellezza, mentre il segno grafico si rifà ai codici dell’antica tecnica Sansui che utilizza la bicromia verde-blu nei disegni di natura. La regia, non particolarmente approfondita, è ligia a una dimensione fiabesca priva di sovrastrutture psicologiche, e lascia che i simbolismi archetipici emergano da sé. Ne esce uno spettacolo per alcuni versi alternativo, non privo di qualche suggestione, purtroppo penalizzato in teatro da intoppi tecnici, eccessi didascalici e folclorismi (i karateki) inopportuni.

La star musicale di turno è Georges Prêtre, che qui rimpiazzava sul podio il compianto Giuseppe Sinopoli da poco scomparso e al quale questa produzione era naturalmente dedicata. Festeggiato dal pubblico, il direttore francese si concentra sulla cornice rituale, ossessiva e inquietante, entro cui si consuma la favola. Non perde di vista nemmeno le trasparenze lunari, le trame sottili ed evocative. E tuttavia Prêtre compone il tutto senza il necessario collante, con discontinuità di fraseggio e tempi (lentissimi) che mettono spesso in difficoltà coro e cantanti.

Alessandra Marc è una Turandot scenicamente non ideale, monotona nell’espressione e nell’accento, tutt’altro che irreprensibile nella fonazione, specie negli estremi acuti. Come Calaf figura Nicola Martinucci, all’epoca sessantenne. Il fraseggio non è troppo vario, ma tenuta vocale e squillo, in rapporto alla carriera alle spalle, sono senz’altro ragguardevoli. Cristina Gallardo Domas è una buona Liù, Andrea Papi un Timur appena passabile. Ottime le tre maschere: Carlo Lepore, Sergio Bertocchi, Mario Bolognesi.

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