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Su Rai5, dal Teatro alla Scala, Lucrezia Borgia con Mariella Devia

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Pochi melodrammi sono costantemente notturni e sinistri come Lucrezia Borgia. Un’opera a forti tinte in cui Donizetti dispiega un gusto tutto particolare per le situazioni violente. Nessuna delle partiture che la precedono, nel catalogo del compositore, conta infatti una serie altrettanto eclatante di colpi di scena e brividi musicali capaci di intensificare gli effetti drammatici.

Quando l’allestimento di Hugo de Ana andò in scena al Teatro alla Scala nel 1998, brividi e colpi di scena alla “prima” non furono solo di carattere musicale. Accadde di tutto un po’: sostituzione del tenore, insulti beceri del loggione al soprano, malore del direttore e conseguente sospensione momentanea della recita. Una vera e propria serata dei veleni.
La ripresa nel 2002 al Teatro degli Arcimboldi, con cast e direttore diversi (edizione in onda su Rai5 lunedì 17 gennaio alle 10), fu non solo più fortunata ma si risolse in una specie di “operazione trionfo”. Merito soprattutto del formidabile quartetto di protagonisti, nel quale spicca la Lucrezia di Mariella Devia, ovvero la maggiore belcantista italiana dell’ultimo quarantennio, in grado di esibire un armamentario tecnico-virtuosistico di prim’ordine: legati, smorzature, messe di voce, agilità e trilli eseguiti con impeccabile aplomb.
Marcello Álvarez, all’epoca in piena forma vocale, è un Gennaro di bel timbro, generoso nel canto a mezzavoce e nelle sfumature. Come sempre una garanzia Michele Pertusi nei panni protervi del Duca Alfonso: canto morbido, dizione nitida, fraseggio aristocratico, bel portamento scenico. Tolta qualche emissione poco timbrata nel registro grave, Daniela Barcellona si cala perfettamente nel ruolo en travesti di Maffio Orsini. Bene assortita anche la distribuzione dei numerosi comprimari, fra cui Carlo Bosi, Piero Terranova, Fabio Capitanucci, Antonio Feltracco, Iorio Zennaro, Alessandro Svab. Un cast omogeneo, insomma, come raramente capitava di ascoltare in quegli anni alla Scala.

La direzione di Renato Palumbo non trascura l’incalzante incisività del dramma, ma valorizza gli indugi lirici e le languide distensioni melodiche, dando quanto dovuto ai retaggi rossiniani e belcantistici presenti in partitura.

L’allestimento di Hugo de Ana cala la vicenda in una cornice rinascimentale torbida e cupa, filtrata in un’ottica fantastica di stampo romantico. L’impianto scenico, dominato da un grande pavimento in rame che si apre scomponendo oggetti e squarci di luce, è concepito come una specie di imponente bassorilievo dal quale di volta in volta si staccano i personaggi. Ne esce un gioco mobile di forme e colori assecondato da una regia dinamica, ma non priva di soluzioni qua e là invadenti.

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