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Su Rai5, dal Regio di Torino, “Madama Butterfly” secondo Michieletto

L’edizione di Madama Butterfly trasmessa da Rai5 lunedì 21 marzo, alle ore 10.00, ritrae un fortunato ma anche assai discusso spettacolo che Damiano Michieletto firmò per il Teatro Regio di Torino nel novembre 2010, poi ripreso nel febbraio 2012 e del 2014 e, in questa ultima occasione, filmato dalle telecamere Rai.

Già Ken Russell nel 1983, con la sua regia di Madama Butterfly al Festival di Spoleto, tentò – nell’evidenziare l’imporsi del dilagante modello consumistico statunitense – di far capire al pubblico quanto il richiamo all’esotismo, elemento fondante di quest’opera di Puccini, non dovesse esaurirsi in uno scontato ricorso al color locale; che va dimenticato qualora si concepisca il dramma della minorenne Cio-Cio-San, come riprova a fare Damiano Michieletto con questo allestimento torinese di Madama Butterfly, calandolo nella piena contemporaneità, vissuto in un continente asiatico che ha perso il senso delle proprie tradizioni per inseguire le regole di un globalizzante occidentalismo e il credo nel dio denaro, così da ingigantire il divario fra povertà e mito corrodente e spietato del benessere.
Butterfly diviene vittima del crudele mondo che la circonda e la costringe a essere prostituta nel degrado suburbano di una metropoli asiatica pronta a regalare piacere, con cinica noncuranza, a quella pletora di occidentali che si recano in quelle terre per vivere una parentesi di turismo sessuale. Il crudo e forte impatto realistico dello spettacolo di Michieletto, coadiuvato dalle bellissime scene di Paolo Fantin e dai costumi di Carla Teti, è efficace perché reinterpretando la vicenda attualizzandola lascia aperto l’interscambio continuo fra visione del reale e negazione psicologica dei suoi effetti sulla protagonista. Perché Cio-Cio-San, una minorenne in jeans e maglietta rosa di Hello Kitty, vive segregata nella sua “prigione” esistenziale, immatura e ignorante adolescente-giocattolo venduta al miglior offerente da parenti che incitano il suo agire di prostituta nella piccola casa-prigione di plexiglass che troneggia al centro della scena (colma di bambole e pupazzi che simboleggiano, come sogni d’infanzia, la sua fuga dalla realtà), circondata dai giganteschi cartelloni pubblicitari colorati e da gelide insegne al neon di una metropoli simbolo del benessere consumistico che ingigantisce il senso di degrado umano e morale di questa squallida periferia del piacere a pagamento dalla quale la protagonista tenta invano di affrancarsi isolandosi nella sua pervicace illusione quasi onirica. Un degrado che annienta sogni e speranze e lascia Cio-Cio-San donna-bambina sola dinanzi a una scelta: quella del suicidio, voluto non per salvare l’onore perduto, ma per disperazione dinanzi a una società spersonalizzante, che l’ha sfruttata, incurante della sua fragilità e dei suoi sentimenti puri, e l’ha trasformata in oggetto di consumo. Il risultato dello spettacolo è di sconcertante durezza. Perché in questa metropoli priva di riferimenti morali, che insegue solo sogni consumistici di piaceri carnali comprati, s’individuano i parametri di una società convinta di poter comprar tutto col denaro. Così fa Pinkerton, quando, rivolgendosi a Sharpless nell’ultimo atto con le parole “Datele voi…qualche soccorso”, crede che il rimorso per aver trattato Butterfly come sappiamo possa essere lenito aprendo il portafoglio; e così fa anche Kate, qui voluta altezzosa e priva di compassione, che fa cadere a terra per Cio-Cio-San una mazzetta di banconote, prontamente stracciate con sdegno.

Michieletto riesce a plasmare l’agire di ogni personaggio dell’opera a questo desolante sistema di negazione di valori che traspare scena dopo scena, dove a dar scandalo non è tanto Pirkerton, che qui appare uno sbruffone che entra in scena con la sua lussuosa macchina carrozzata Giugiaro (uno dei suoi status symbol insieme all’inseparabile bottiglia di whisky) e per cui l’amore non va al di là della mera soddisfazione sessuale, ma l’ambiente stesso che circonda Butterfly spingendola a prostituirsi (il sensale Goro diviene un volgare “pappone” da casino). Questa storia di violenza, più morale che fisica, non risparmia nessuno, neanche il bambino di Butterfly: prima mira del perfido dispetto di ragazzini che gli riducono in mille pezzi le barchette di carta fatte navigare per gioco in una pozzanghera, poi, alla fine dell’opera, addirittura strappato dal cadavere della madre, praticamente quasi rapito da Pinkerton e Kate, che se ne vanno con la loro macchina sugli ultimi accordi dell’opera portandosi via con la forza il bambino; un momento straziante, accentuato dal fatto che accecanti luci da boccascena sparate sul pubblico sembrano volerci dire che parte della responsabilità della vergognosa violenza vista sulla scena è anche della nostra visione mercificante della vita.

Miracolosa è la simbiosi teatrale che il cast vocale trova nelle linee registiche dello spettacolo. Amarilli Nizza, che ha il physique du rôle giusto per la parte e si cala più che bene nella “filosofia” dello spettacolo, è una Butterfly che segue la parabola del personaggio con professionalità e coerenza teatrale. Peccato che il vibrato della voce, per quanto abbastanza controllato, le impedisca di colorare le frasi, di rendere il fraseggio vario e fantasioso, all’occorrenza anche sfumato. La tenuta complessiva, sia vocale che scenica, resta tuttavia compatta.
Massimiliano Pisapia ben si adegua alla visione di un Pinkerton che assume la fisionomia del seduttore senza scrupoli, a tratti anche violento e sprezzante; si disimpegna bene sul versante scenico, ma lascia a desiderare su quello espressivo. Nel tratteggiare uno Sharpless per nulla signorile, anzi sgradevole nel gestire il difficile compito che gli spetta di “aprire gli occhi” alla protagonista, ponendola dinanzi al suo destino di abbandono, Alberto Mastromarino punta tutto sulla ruvidezza, sia scenica che vocale; la prima ha la sua ragione d’essere nello specifico contesto registico di questo spettacolo, tale da renderlo interprete persuasivo. Giovanna Lanza è una Suzuki perfetta, commossa e materna; valido il Goro di Luca Casalin.

La concertazione di Pinchas Steinberg, di vivissima impronta sinfonica, costituisce un altro punto a favore di questa edizione e fa bene a non indulgere in quel bozzettistico esotismo che guasterebbe nel contesto registico di uno spettacolo che pretende una concezione sostanzialmente drammatica della partitura, pienamente realizzata da un’Orchestra del Teatro Regio capace di reggere la tensione teatrale voluta da una bacchetta che a compiaciuti estetismi antepone un’energia fatta di sonorità livide e fredde, come la sprezzante desolazione amorale di questo spettacolo che fa “vivere” l’opera potenziandone la drammaturgia. [Rating:4/5]