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Ravenna, Teatro Alighieri – Aroldo

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Il “reduce” Aroldo non torna dalla crociata ma dalla guerra coloniale nell’Africa orientale, combattuta nel 1935-36. Sulla base di questo assunto, il regista Emilio Sala e il suo team ricostruiscono la drammaturgia dell’opera di Giuseppe Verdi in scena al Teatro Alighieri di Ravenna, e poi anche a Modena e Piacenza, ma nata sul palcoscenico del Teatro Galli di Rimini. E proprio quest’ultimo spazio diventa elemento fondamentale della drammaturgia stessa. Come noto, il teatro riminese fu inaugurato proprio da Aroldo nel 1857; distrutto da un bombardamento nel 1943, fu ricostruito solo molti anni dopo: la sua “seconda” inaugurazione è del 2018. Un percorso travagliato per la città di Rimini, ripartito nel 1995 col ritrovamento del sipario originale, opera del pittore Francesco Coghetti, raffigurante “Giulio Cesare che passa il Rubicone”.

Dunque, Sala ambienta l’intreccio in epoca fascista, raccontando anche la storia del Teatro di Rimini: una scelta che funziona e che ha pure il merito di sottolineare la validità drammaturgica di Aroldo, che invece molti studiosi vedono più debole rispetto all’originale Stiffelio. Il regista insiste in particolare su quello che ritiene essere – a ragione – il più importante elemento di differenziazione tra le due opere: la nuova centralità assunta dalla moglie del reduce, Mina (Lina è invece il nome in Stiffelio). Donna che sbaglia e che si pente, che resta in totale balia di logiche maschili e maschiliste, ma che col suo canto, nell’ultimo atto, accompagnato da un dolcissimo corno inglese, innesca quella singolare “drammaturgia del perdono” che per alcuni renderebbe lo scioglimento di Aroldo addirittura superiore a quello di Stiffelio. Qui infatti, il perdono del protagonista tradito arriva al termine di una emozionante scena ove il predicatore, aprendo a caso la Bibbia, vi legge l’episodio dell’adultera. In Aroldo invece il perdono sgorga semplicemente dalla musica ed è un sentimento totalmente umano, non “provocato” dall’esempio biblico.
Operazione riuscita, dicevamo, quella di Sala, a patto di alcune modifiche nel testo del libretto (“sotto il sol di Siria ardente” diventa “sotto il sole d’Abissinia”) e con l’inserimento di alcuni momenti registrati, francamente pleonastici. Si respira un cupo clima di dittatura in un allestimento giocato su pochi colori, in prevalenza bianco e nero, con le scene di Giulia Bruschi ispirate al razionalismo fascista, illuminate da luci fredde (curate da Nevio Cavina), o ravvivate da video montati da Matteo Castiglioni. I movimenti scenici curati da Isa Traversi tradiscono una certa convenzionalità, così come alcune pose dei cantanti. Molto belli i costumi di Raffaella Giraldi ed Elisa Serpilli.

Il cast schiera un sestetto di ottimi interpreti. A cominciare dal protagonista, un Luciano Ganci la cui fresca e spontanea comunicativa si unisce a un timbro di seducente bellezza, morbido e omogeneo, luminoso e ben proiettato. L’interprete può certamente scavare più a fondo. Lo stesso vale per la Mina di Roberta Mantegna, anche lei dotata di uno strumento di singolare pregio e di una delicata sensibilità interpretativa che può ulteriormente crescere. Ottimo sia vocalmente che scenicamente il tormentato Egberto di Vladimir Stoyanov, così come il Godvino di Riccardo Rados, il cui timbro scuro e la cui giovanile baldanza conferiscono credibilità al personaggio. Molto bravo Adriano Gramigni nel ruolo di Briano, sodale del protagonista: voce ampia e convincente presenza scenica. Bene ha fatto infine Giovanni Carlo Dragano nel ruolo di Enrico.

Sul podio dell’Orchestra Cherubini Manlio Benzi offre una lettura vibrante, dal passo teatrale incisivo, senza sacrificare le ragioni del canto, capace anche di sottolineare certe finezze di scrittura (penso all’ultimo atto). Il coro del Teatro municipale di Piacenza, istruito da Corrado Casati, si fa apprezzare per compattezza e intonazione più che discrete.

Teatro Dante Alighieri – Stagione d’opera e danza 2021/22
AROLDO
Melodramma in quattro atti
Libretto di Francesco Maria Piave
Musica di Giuseppe Verdi

Aroldo Luciano Ganci
Mina Roberta Mantegna
Egberto Vladimir Stoyanov
Briano Adriano Gramigni
Godvino Riccardo Rados
Enrico Giovanni Dragano
La voce di Mina Ermanna Montanari

Orchestra Giovanile Luigi Cherubini
Coro del Teatro Municipale di Piacenza
Direttore Manlio Benzi
Maestro del coro Corrado Casati
Drammaturgia e regia Emilio Sala e Edoardo Sanchi
Scene Giulia Bruschi
Costumi Raffaella Giraldi e Elisa Serpilli
Luci Nevio Cavina
Movimenti scenici Isa Traversi
Montaggio video e proiezioni Matteo Castiglioni
Nuovo allestimento

Coproduzione Teatro Galli di Rimini, Teatro Alighieri di Ravenna,
Teatro Comunale di Modena “Pavarotti-Freni”, Teatro Municipale di Piacenza

Ravenna, 16 gennaio 2022

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