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Parma, Teatro Regio – Carmen

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Scegliere il punto di vista dal quale raccontare una storia sta alla base di ogni progetto narrativo. Banalmente: un conto è descrivere un omicidio attraverso gli occhi della vittima, un altro è farlo con quelli dell’assassino. Ogni storia ha la propria voce (o le proprie voci). Ma se decidessimo di raccontarne una già scritta cambiando la prospettiva? Nella fattispecie: se la storia di Carmen non la ascoltassimo più dalla voce di un invisibile narratore “esterno”, che tutto vede e tutto racconta in modo “naturalistico”, bensì da quella “interna” di Don Josè? È questa l’idea registica che dà forma al nuovo allestimento dell’opera di Georges Bizet che ha inaugurato la stagione del Teatro Regio di Parma.

Una premessa è doverosa. Nelle chiacchiere precedenti il debutto, lo spettacolo era stato descritto (e quel che abbiamo visto l’ha confermato) come una voce levata contro la violenza verso le donne. Alcuni avranno certo storto il naso, temendo il déjà vu, ossia l’ennesimo allestimento che rimastica un argomento talmente in voga nei discorsi pubblici da sembrare quasi inflazionato. Lungi da me sostenere che sensibilizzare continuamente, anche attraverso l’arte, l’opinione di noi tutti al femminicidio (ché è di questo, ovviamente, che stiamo parlando) non sia un dovere morale impellente e sacrosanto. Tuttavia, mi sembra non si possa negare che, nonostante la sua complessità e multiformità, questo tema sia stato spesso trattato in modo superficiale e riduttivo. Anche in ambito operistico: basti ricordare la famigerata Carmen fiorentina di pochi anni fa, con pistolettata finale a Don Josè. Occorre quindi esprimere riconoscenza ai prodotti dell’ingegno umano che sparigliano le carte e sovvertono le aspettative negative. Perché è questo che fa la Carmen parmigiana: bandita la vuota retorica, la messinscena ideata dalla regista Silvia Paoli è un’immersione nell’abisso del femminicidio condotta con intelligenza, rigore e (mi si perdoni l’ossimoro) potente delicatezza.

Come si diceva sopra, la vicenda è raccontata dalla prospettiva di Don José. Lo troviamo sempre in scena, chiuso nella cella di una prigione. È in effetti fra le mura di una prigione che tutta la vicenda si svolge: mura mobili, che stringono o allargano la scena a seconda delle esigenze spaziali e narrative. La drammaturgia ideata da Paoli si presta ad (almeno) due livelli di lettura. Il primo, più chiaramente intelligibile, è quello che vuole la storia rivissuta come se fosse un ricordo ossessivo. La cella è quella in cui Don José è stato rinchiuso dopo aver ucciso Carmen: è da lì ch’egli rivive in prima persona la propria caduta, e i personaggi coi quali volta a volta interagisce sono i fantasmi angosciosi e allucinati di un tempo che fu. Il secondo livello è invece più sottile, perché metaforico. In quest’accezione la cella non va intesa come uno spazio fisico, ma mentale: è la scatola senza uscita della passione malata e ossessiva per Carmen nella quale Don Josè si è rinchiuso. Gli esiti di questa drammaturgia stratificata sono efficacissimi nella loro radicalità interpretativa. Per esempio, la scena in cui sentiamo intonare la dolce melodia di «La fleur que tu m’avais jetée» non concede spazio alcuno all’estasi sognante: il sangue che cola sul volto di Carmen e, sullo sfondo, la videoproiezione di un bellissimo volto femminile grottescamente sfigurato descrivono in modo impietoso il traviamento dei sentimenti di Don José, che canta un amore in apparenza limpido ma in realtà abietto, un amore che umilia e annienta. Altrettanto efficace è la scena corale che apre il quarto atto. Bando al pittoresco del popolo che si reca all’arena della corrida: quello a cui assistiamo è un corteo al tempo stesso nuziale e funebre. Carmen e Escamillo sono in abito da sposi e il coro è vestito a lutto: è con gli occhi di Don José, già deciso a sciogliere nel sangue il legame fra i due amanti, che guardiamo questa scena musicalmente festiva.

Il senso di oppressione senza scampo imposto dalla regia trova perfetta corrispondenza nel grigio onnipresente delle scene spoglie, nel gioco luci vigoroso, nei costumi essenziali (che collocano la vicenda negli anni Sessanta del Novecento), nelle coreografie espressive, e, soprattutto, nella recitazione attenta, partecipe, credibile, dei cantanti. Cantanti che, oltre a saper stare in scena, hanno offerto prove vocali nel complesso lodevoli. Chiamata dal secondo cast a sostituire l’indisposta Martina Belli, Ramona Zaharia si fa apprezzare per il nitore della voce e l’espressività del fraseggio: una Carmen sensualissima e risoluta. Fulgida la Micaëla di Laura Giordano, voce limpida e tecnica inappuntabile, e ben tornito l’Escamillo di Alessandro Luongo (anche lui convocato in extremis dal secondo cast). La palma della serata va però al Don Josè di Arturo Chacon Cruz, che non avrà forse una dizione francese perfetta, ma fraseggia con gusto, usa bene il proprio organo pastoso, e regge ammirevolmente quattro atti sempre in scena: un vero e proprio tour de force. Anche le parti di contorno si sono fatte apprezzare: ben assortita la coppia Dancairo (Fabio Previati) e Remendado (Saverio Fiore), più che adeguati Morales (Gianni Giuga), Zuniga (Massimiliano Catellani), Frasquita (Anna Maria Sarra) e Mercedes (Chiara Tirotta).

A officiare era la bacchetta di Jordi Bernàcer, che ha guidato l’Orchestra dell’Emilia Romagna “Arturo Toscanini”, il Coro del Regio (preparato da Martino Faggiani) e il cast vocale tutto in una lettura di ottimo mestiere, capace soprattutto di mettere in rilievo il mirabile equilibrio, eminentemente francese, degli impasti timbrici della partitura di Bizet.

Teatro Regio – Stagione d’opera 2022
CARMEN
Opéra-comique in quattro atti
di Henry Méilhac e Ludovic Halévy
Musica di George Bizet

Carmen Ramona Zaharia
Don José Arturo Chacon Cruz
Escamillo Alessandro Luongo
Micaëla Laura Giordano
Dancairo Fabio Previati
Remendado Saverio Fiore
Morales Gianni Giuga
Zuniga Massimiliano Catellani
Frasquita Anna Maria Sarra
Mercedes Chiara Tirotta

Orchestra dell’Emilia-Romagna “Arturo Toscanini”
Direttore Jordi Bernàcer
Banda dell’Orchestra Giovanile della Via Emilia
Coro del Teatro Regio di Parma
Maestro del coro Martino Faggiani
Coro di voci bianche del Teatro Regio di Parma
Maestro del coro di voci bianche Massimo Fiocchi Malaspina
Regia Silvia Paoli
Scene Andrea Belli
Costumi Valeria Donata Bettella
Luci Marcello Lumaca
Video Francesco Corsi
Coreografie Carlo Massari/C&C Company
Nuovo allestimento del Teatro Regio di Parma
in coproduzione con I Teatri di Reggio Emilia

Parma, 16 gennaio 2022

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