Chiudi

Parigi, Théâtre des Champs-Elysées – Così fan tutte

Condivisioni

Giudicando dai nomi riuniti per questa nuovissima produzione di Così fan tutte al Théâtre des Champs-Elysées, ci si aspettava uno spettacolo di livello medio-alto. Ma come si sa, l’arte dal vivo può sempre fare qualche scherzo. E poi, la terza delle opere frutto della collaborazione Mozart-Da Ponte è tutto fuorché facile da portare in scena. Le attese non sono state deluse: nel teatro della rue Montaigne, il pubblico ha assistito semplicemente a un capolavoro di intelligenza musicale e scenica.

Il regista Laurent Pelly sceglie l’approccio meta-teatrale. Fino a qui, niente di nuovo. Anzi, il rischio potrebbe essere proprio quello del déjà vu. Invece, sa abilmente servirsi del procedimento, liberandosene quando diventa ingombrante. Immagina infatti la scena in uno studio di registrazione che è quasi ricostruito realisticamente: cabine della regia, salottini per gli artisti che attendono il loro turno, dischi di platino alle pareti. E ovviamente microfoni ovunque. Il proposito è chiaro: il pubblico sta assistendo a un’incisione di Così fan tutte. Ma potrà mai reggere per i due atti su questa semplice idea? Di fatto, mano a mano che la registrazione va avanti, gli interpreti si lasciano prendere dalla vicenda finendo per scivolare nei panni dei personaggi. In un primo momento, eseguono con distacco (e con evidente ironia) quello che è scritto in partitura (i famosi spartiti blu per canto e pianoforte dell’edizione critica della Bärenreiter) per poi invece staccarsi dal testo e appropriarsi della vicenda. Ma Pelly non si accontenta di uno sprazzo d’ingegno: calibra tutto, millimetrando ogni spostamento, soppesando ogni dettaglio. Gesti in apparenza semplici illuminano la partitura: ad esempio, quel “Soave sia il vento” eseguito con i tre personaggi disposti verticalmente su tre livelli: Fiordiligi a terra, Dorabella salita su una sedia per salutare da lontano gli amanti partiti, Don Alfonso sul mezzanino della regia. Il tutto arricchito da un uso plastico delle luci, grazie al lavoro di Joël Adam. Lo si sarà capito: Pelly non lascia allo sbaraglio i cantanti, la cui recitazione è al contrario studiatissima. Mai partendo dal libretto – ahimè, il principale difetto dei registi d’opera –, ma sempre dalla partitura che dimostra di sapere leggere e capire.

Il cast è totalmente francese. Qualcuno sarà tentato di imprecare contro un presunto nazionalismo francese. Però, ammettiamolo onestamente: quante produzioni di opere francesi sono proposte da teatri italiani senza neanche un cantante madrelingua? Va riconosciuto: la scuola di canto francese conosce in questo momento un evidente stato di grazia di cui va preso atto. E comunque, non è certo il passaporto a determinare la qualità, ma, manco a dirlo, il risultato. Che è in questo caso ineccepibile. Cyrille Dubois è un Ferrando da antologia: i toni sono sempre giusti, la fragilità dell’amante scornato conquista, la rotondità del timbro e il bellissimo legato fanno il resto. La sua “Un’aura amorosa” resterà memorabile, esaltata dalla (finta) semplicità vocale e ancora una volta dal gioco delle luci. Spavaldo, il Guglielmo di Florian Sempey, ormai impostosi nei ruoli rossiniani: il suo virtuosismo da basso buffo si avvale pure di una recitazione sempre credibile. Perché Sempey sa essere anche un grande attore, così come Laurent Naouri, quanto mai veritiero nel ruolo di un Don Alfonso: impressiona, tra l’altro, il suo controllo dei recitativi, che non sono mai raffazzonati. Gaëlle Arquez è come al solito prodigiosa. In “Smanie implacabili”, sfodera tutto il tormento che assale Dorabella: la scrittura impervia è funzionale all’azione e i potenti mezzi vocali dell’Arquez rendono le difficoltà fluide, al servizio del discorso drammatico. Vannina Santoni, francese, ma con origini siciliane, è giovane, ma un debutto a Parigi con La traviata sempre al Théâtre des Champs-Elysées nel 2018 l’ha subito imposta con una referenza nel firmamento dei giovani cantanti. Le pagine più ardite (“Come scoglio” e “Per pietà”) le vanno benissimo. Quella della Santoni è una lettura tesa, se non addirittura nervosa, che conquista. Convince invece molto meno la Despina di Laurène Paternò dal timbro a tratti nasale (e non solo quando lo traffica per i travestimenti). Anche la scelta registica di farne quasi un ragazzaccio dai modi bruschi, non la valorizza.

Emmanuelle Haïm ha una lettura abbastanza nervosa, ma questo approccio vivifica la partitura. Il suo Concert d’Astrée impressiona per precisione dei dettagli, per controllo tecnico (le parti dei fiati sono, come è noto, temibili), per coesione d’insieme. Troppo forte nell’ouverture, l’orchestra ha ritrovato subito dopo un giusto equilibrio con i cantanti.
Un vero scroscio di applausi, già generosamente distribuiti durante l’intera esecuzione, ha salutato gli artisti alla fine. Qualche fischio, francamente ingiustificato, ha accolto il regista e la sua équipe. Probabilmente l’unica nota stonata della serata.

La recensione si riferisce alla recita del 9 marzo 2022

image_print
Connessi all'Opera - Tutti i diritti riservati / Sullo sfondo: National Centre for the Performing Arts, Pechino