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Parigi, Opéra Bastille – Don Giovanni

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L’Opéra national de Paris ci tiene ad avere il “suo” Don Giovanni. Dopo la produzione di Michael Haneke, quella del regista belga Ivo van Hove fa le veci della nuova versione della casa, destinata a essere tirata fuori ciclicamente, puntando sul “tutto esaurito” o quasi, grazie al richiamo della più popolare delle opere di Mozart. Debuttato nel 2019 a Palais Garnier, questo allestimento si sposta ora all’Opéra Bastille. Approfitta così di una scena più vasta in cui possono campeggiare le scene monumentali firmate da Jan Versweyveld. Ma il prezzo da pagare è alto da un punto di vista musicale: non c’è che dire, un’opera settecentesca non è affatto compatibile con lo spazio sterminato di Bastille che ingoia e macera la partitura, di cui si perdono tutte le finezze. A tal punto che la resa musicale spinge di nuovo quest’opera buffa nelle braccia della tradizione posticcia post-romantica.

Certo, l’acustica non spiega tutto. Già va detto che il cast è complessivamente più avvezzo al repertorio verdiano e pucciniano che non a quello mozartiano. Anche se stilisticamente non fa errori. Il baritono-basso Christian Van Horn eccelle nel ruolo eponimo che gli va a pennello senza fare una piega né attorialmente – un fisico, che non è proprio quello di Jamie Dornan in Cinquanta sfumature di grigio, rende in fondo ancora più credibili i fiaschi amorosi a catena di un libertino che fa sempre più cilecca – né (e soprattutto) musicalmente. Van Horn, a ogni apparizione, occupa il palcoscenico, imponendosi con un timbro pieno, caldo che non forza mai e con un volume che occupa lo spazio. Il suo doppio Leporello, che la costumista An D’Huys veste sempre come il padrone limitandosi a un dettaglio che fa la differenza (per esempio, la cravatta è riservata a Don Giovanni e non al servitore) se la cava pure benissimo: il basso polacco Krzysztof Bączyk lo incarna con convinzione e la sua aria del catalogo è meritatamente applaudita. Bravissimi sono pure il Masetto di Mikhail Timoshenko e il Commendatore di Alexander Tsymbalyuk. Timoshenko offre un’interpretazione piena di energia, ineccepibile: lo sentiamo ribollire davanti alle avances di cui è vittima la sua Zerlina da parte di un Grande di Spagna. Tsymbalyuk, poi, è semplicemente imperiale: ogni sua comparsa è un fremito per lo spettatore. Il Don Ottavio di Pavel Petrov è purtroppo schiacciato dai quattro bassi: sempre bello il suo timbro, seducente il suo legato, mai un svista stilistica, purtroppo il volume deboluccio lo penalizza. Se quello maschile è comunque un cast omogeneo, quello femminile è più disuguale. Senza nessuna esitazione, il primo posto va accordato ad Adela Zaharia che ci regala una Donna Anna che non ha nulla di banale. Il soprano rumeno ha tutto per riuscire e per lasciare il segno: una tecnica che non ha paura di una parte notoriamente impervia, una bellezza naturale della voce, un senso fine dell’azione. Al suo fianco, Nicole Car, che già faceva parte della troupe nel 2019, vacilla, ma non sfigura. Anzi impone una certa differenza. Il suo “Mi tradì” conquista subito il pubblico che la saluta con tanto calore quanto la Zaharia. Invece, abbastanza inesistente è la Zerlina di Anna El-Khashem. Che resta incolore e monocorde: eppure, ha uno dei ruoli più interessanti dell’opera, non a caso contesi da tutte le grandi interpreti dell’Ottocento.

L’orchestra dell’Opéra national de Paris è tragicamente pesante. Colpa di una buca che, come la sala, si addice più a un repertorio tra Wagner e Strauss? O di una direzione pasticciona e approssimativa? Certo è che il direttore Bertrand de Billy conduce la falange senza anima (e sbagliando non pochi attacchi: inutile contare i tanti momenti in cui strumenti e cantanti non erano insieme). La patina ottocentesca cui si faceva allusione la si dovrà, in questa produzione, soprattutto all’orchestra.

E poi certo c’è il regista. Ivo van Hove si è recentemente distinto alla Comédie-Française per una rilettura di Euripide (Electre/Oreste, la stessa sera). Invece, all’opera non ha trovato il ritmo giusto. Il tono è globalmente sempre lugubre. E soprattutto lascia i cantanti allo sbaraglio senza una vera guida.
Se il Covid lascia qualche posto vuoto, Don Giovanni continua ad attirare musicofili più o meno confermati. Produrlo in maniera convincente è però un’altra impresa.

La recensione si riferisce alla recita dell’8 marzo 2022

Photo: Vincent Pontet

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