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Opera di Colonia – Les Troyens (con Veronica Simeoni ed Enea Scala)

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Un teatro che sceglie di cimentarsi con il magnum opus di Hector Berlioz è sempre degno di lode. Se poi i risultati sono più o meno all’altezza di tale impresa, meglio ancora. E per fortuna è il caso dell’edizione di Les Troyens proposta (fino al 15 ottobre) dall’Oper Köln.

Non che tutto sia allo stesso livello. La messa in scena affidata a Johannes Erath, pur con qualche dettaglio non proprio felice (la vasca dove troviamo Cassandra, o gli dèi impersonati da mimi che disturbano senza aggiungere niente), è buona nella prima parte – La prise de Troie – risolta con una pedana girevole e l’orchestra al centro, una grande testa di guerriero sul fondo, luci ottime, buona presentazione dei personaggi e belle idee per Cassandra. Purtroppo, i dettagli infelici vengono in primo piano nella seconda parte – Les Troyens à Carthage – anche se luci (Andreas Grüter) e costumi (Heike Scheele, che firma anche le scene) sono belli. Ma la presenza degli dèi è francamente eccessiva e noiosa – oltre che fuorviante – e la coreografia per i ballabili davvero brutta. Didone viene presentata all’inizio come una regina non si capisce se stufa o stupida, talmente ubriaca da venire schiaffeggiata dalla sorella Anna: tutta la prima scena fa pensare – in peggio – a La Périchole: titolo superbo a sua volta, ma Offenbach e Berlioz non è che siano proprio assimilabili. L’arrivo di Enea – prima del dovuto – desta in Didone un innamoramento immediato e per niente dissimulato e quindi Berlioz e Virgilio vengono smentiti e mal serviti. Meglio l’atto finale, nonostante l’ingombrante vasca utilizzata questa volta per la morte della regina.

Per fortuna l’aspetto musicale è tutt’altra cosa, a cominciare dalla straordinaria direzione di François Xavier Roth che con una compagine molto agguerrita, quale la Gürzenich Orchestra di Colonia, ha dato semplicemente una lezione di come deve suonare questa meravigliosa e complessa partitura. Ho avuto la fortuna di ascoltare dal vivo l’interpretazione di grandi maestri (Georges Sebastian, Gardiner, Pappano), ma questa lettura non è da meno. In nessun momento si avverte la minima stanchezza, né tra gli spettatori (si sa cosa capita purtroppo con Berlioz, e non solo in Germania) né tra gli interpreti. E mi riferisco non solo ai grandi momenti ‘sinfonici’ quali la caccia reale o i ballabili, ma alla ricchezza di infinite sfumature tra lirismo e tragedia (diciamo dal famoso duetto d’amore all’ardore bellico e ai furori di Cassandra e Didone). Gigantesca la scena finale.

Tra gli interpreti, sugli scudi due italiani padroni della lingua, della tecnica e dello stile francesi. Veronica Simeoni è una Didone che, pur penalizzata dall’allestimento (cui si adegua peraltro benissimo, soprattutto in veste di una simil Cleopatra-Taylor), esibisce voce bella, sana, di estensione adeguata, un fraseggio più che ammirevole, figura e interpretazione davvero regali (l’addio a Cartagine e la scena della morte sono – com’è giusto che sia – il culmine di una grande serata). Mi auguro che la Simeoni possa un giorno vestire anche i panni di Cassandra, la sventurata profetessa troiana. Enea Scala è un Enea anch’esso di bella figura e canto notevole, con degli acuti solidi e un timbro che forse non sarà bellissimo ma risulta molto idoneo per il ruolo. E ha inoltre il merito di cantare tutta l’impervia parte con la stessa energia ed entusiasmo.
Isabelle Druet, che conosco dai tempi del concorso Reine Elisabeth di Bruxelles, avrà forse una voce troppo chiara per Cassandra, magari con qualche tensione nell’estremo acuto, ma è musicalissima, interprete stupenda (almeno lei non deve lottare contro la regia), e riscuote un meritato successo. Da citare anche il notevole Corebo (parte non lunga ma assai difficile) di Insik Choi e il Narbal di Nicolas Cavallier, che riesce a farsi notare nella sua aria malgrado il modo in cui è – o non è – conciato.
Efficaci ma meno interessanti i due tenori Dmitry Ivanchey (un Iopas che non si sa bene cosa faccia in perfetto smoking) e, nei panni di un Hylas troppo rockettaro, Young Woo Kim; bene anche il mezzosoprano Adriana Bastidas-Gamboa, un’Anna più intraprendente del solito. Corretti gli altri e fantastico il lavoro del coro del teatro, chiamato qui a una vera sfida e istruito da Rustam Samedov.
Tanti gli applausi, in particolare a fine serata. Speriamo che, una volta finiti i lavori nella sala del teatro nella vecchia città, si possa riprendere questo titolo così importante nella storia dell’opera lirica, oggi presentato alla sala grande della Staatenhaus 1 dall’altra parte del Reno.

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