1

Napoli, Teatro San Carlo – Recital di Pretty Yende

Applausi scroscianti, un grande fascio di rose rosse ricevuto in dono e stretto piroettando disinvolta fra le siderali trappole con cui trasforma in superfiorita la cavatina di Rosina qui in coda e a sigillo di due bis, un paio di sfide in napoletano vinte in casa degli spettatori partenopei battendo civettuola su ritmi e accenti, piglio di spirito (siede accanto al pianista di schiena per aggiungere qualche nota alla tastiera), carattere e un sorriso smagliante che è gioia e soddisfazione a un tempo.
È l’istantanea che per un po’ resta negli occhi e nell’udito al termine del recital da camera sulle diverse forme del belcanto italiano messo a segno, in ben congegnata silloge, dal soprano sudafricano Pretty Yende, tornata con miglior successo al Teatro San Carlo di Napoli dopo il gala Mozart e Belcanto trasmesso in streaming nel dicembre 2020 e dopo un ulteriore gala concerto (in presenza) nel luglio 2021 sempre giocando sulla virtuosité canora primo ottocentesca. Stavolta al fianco del notevolissimo pianista Michele D’Elia, camerista doc e accompagnatore di scatto e gusto rari, la Yende ha dato infatti molto di più, ben ponderando e calibrando gli equilibri tra le facilità agilità dello slancio tecnico che le è proprio e le esigenze di uno stile insito nelle tante, diverse pieghe di un itinerario d’ascolto in parte da camera, in parte d’opera, con un prezioso tassello pianistico in penultima posizione concentrato a mo’ di ponte verso il finale nella Méditation religieuse dalla Thaïs di Massenet. Tassello strategico, senz’altro, per farle riprender fiato prima del vertice incendiario innescato fra cantabile e cabaletta, sogno e risveglio, nell’ampia scena di chiusa della Sonnambula firmata Bellini.

Come si conviene alle grandi dive, ma anche a uno strumentista di particolare estro e tempra qual è ad esempio Misha Maisky, doppio cambio d’abito (rubino con ricami al primo tempo, rosa e argento con fiori applicati al secondo) entro un mosaico aperto e chiuso da Bellini in doppia esposizione, quello da camera delle romanze o ariette e, appunto, quello teatrale. Al centro, tre pagine di Donizetti parimenti bipartito fra due celebri esempi da salotto e la cavatina punta di diamante tratta dalla Linda di Chamounix, quindi Rossini con un estratto dalle Soirées musicales e con l’aria della contessa di Folleville dal Viaggio a Reims “Partir, oh cielo! Desio”, resa nell’occasione ironicissima, un interessante salto d’atmosfere con i Tre sonetti del Petrarca di Franz Liszt per poi tornare a Bellini, oltre la delicatissima “Méditation” pianistica, puntando dritta sulla più alta vetta qualitativa.

Nel primo tassello, facendo tesoro della rodata esperienza teatrale e di una spiccata tensione cordale che con facilità sonorizza ogni fonema e articolazione testuale, dà forma e sostanza plastica all’arietta “Vanne, o rosa fortunata” tratta dalla raccolta da sei titoli dedicata “all’esimia dilettante” Marianna Pollini edita da Ricordi nell’anno 1929 e analogo spessore garantisce all’unica sopravvissuta “Ricordanza” fra i cinque testi poetici a lui forniti dal librettista dei Puritani a venire Carlo Pepoli, del 1834. Dunque, un primo giro al riparo da estroverse impennate funamboliche e molto attento a una dimensione meramente cameristica sciolta in una cantabilità dai morbidi legati, con note medio-acute ampie e sonore, peculiare fonazione delle consonanti, saldi fiati a supporto, appoggi e sospensioni sempre assai efficaci.

Quanto a Donizetti c’è invece da fare qualche considerazione in più, di brano in brano. Se apprezzabile è il coraggio con cui attraversa vezzosa e carica di verve ritmica oltre che timbrica il testo dialettale dell’arietta La conocchia (Quann’ a lo bello mio voglio parlare) dalle Nuits d’été à Pausillipe edite da Girard nel 1836 e, nello specifico, dedicate da Donizetti all’amico e celebre basso Luigi Lablache proprietario di una rinomata villa posillipina, L’amor funesto non le giova. E non funziona non solo per la tinta acre se non crescente di diversi suoni da lei disseminati nella romanza tragica – vocali strettissime a parte – ma, soprattutto, per quella imperdonabile “g” dura di “angelo” pronunciata alla Merkel o all’americana. Riprende però subito quota già rincarando la dose espressiva e all’acuto lungo il recitativo, quindi brillando ampiamente nella cavatina di Linda “O luce di quest’anima”, aggiunta in seconda battuta per Fanny Tacchinardi, prima Lucia, nell’edizione parigina. Appoggiature rapide, picchettati, scalette irte, squilli oltre il pentagramma ben preparati e a lungo tenuti, trillature virtuose alla ripresa e cadenze vertiginose. Praticamente perfetta o quasi, se non per quel solo, penultimo acuto finito in gola.

Fra gli esiti migliori si segnala il Rossini ben ritagliato nel portamento dell’arietta La promessa posta in apertura dell’album Soirées musicales pubblicato a Parigi nel 1835 e, in special modo, quello spiritosissimo dell’aria dal Viaggio a Reims così come restituito dal soprano sudafricano ironizzando su ripetizioni e pianto, fra staccati, impennate dinamiche, discese farcite di fiorettature, una strizzata d’occhio e d’ugola alla Lucia, prontamente messa in riga dal pianista e da lei fermata con un divertito “Pardon, pardon”, per poi prodursi in un vortice di virtuosismo purissimo, al galoppo fra pirotecnie di ogni genere all’acuto e al sovracuto.

Il Liszt dei Sonetti “Pace non trovo”, “Benedetto si ‘l giorno” e “I’ vidi in terra angelici costumi” scorre nella norma puntando sulla buona dizione, sul carico espressivo, sull’afflato romantico. A coronamento sfavillante, si diceva, il Bellini finale, espanso alle stelle nel lirismo dell’“Ah! non credea mirarti” e nel fuoco più che funambolico della cabaletta di chiusura.
Al termine, fra gli entusiasmi di un teatro purtroppo non pieno come avrebbe dovuto, gli omaggi fuori programma: il Donizetti, vivace e magnifico, della canzone eseguita veramente ad arte “Me voglio fa’ na casa”, con sue piccole aggiunte al pianoforte giocando ammiccante con Michele D’Elia, e la cavatina di Rosina dal Barbiere di Siviglia, pur arcifarcita ma, questa volta, a briglie ben più tese nel controllo dei suoni e dello stile. [Rating4/5]

Teatro San Carlo, Stagione 2021/22
RECITAL DI CANTO

Soprano Pretty Yende
Pianoforte Michele D’Elia

VINCENZO BELLINI
“Vanne, o rosa fortunata” “La ricordanza”
GAETANO DONIZETTI
“La conocchia”
“L’amor funesto”
“O luce di quest’anima” | da Linda di Chamounix
GIOACHINO ROSSINI
“La promessa” | da Les soirées musicales
“Partir, oh ciel! Desio” | da Il viaggio a Reims
FRANZ LISZT
Tre sonetti del Petrarca:
“Pace non trovo” | “Benedetto sia ’l giorno” | “I’ vidi in terra angelici costumi”
JULES MASSENET
“Méditation religieuse” | da Thäis per pianoforte solo
VINCENZO BELLINI
“Oh, se un volta sola… Ah! Non credea mirarti” | “Ah! Non giunge uman pensiero” | da La sonnambula

Napoli, 12 marzo 2022