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Napoli, Teatro San Carlo – Recital di Olga Peretyatko

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Un magnifico dominio della voce che, con virtuosa e rara intelligenza musicale, salda come dall’interno pentagrammi e parole, emozioni e canto, tre secoli e cinque diversi angoli del mondo, distillandone ad arte dinamiche e colori fra i salti più svariati di tecnica, registri, stile e linguaggi.
È quanto emerge dalla raggiunta maturità interpretativa confermata in recital e fra i più vivi applausi del pubblico dal soprano sanpietroburghese Olga Peretyatko, tornata al Teatro San Carlo di Napoli dopo otto anni e dopo la sua Adina per l’Elisir donizettiano in versione presepiale firmata da Riccardo Canessa e diretta da Giuseppe Finzi affrontando, questa volta in concerto, un tracciato antologico letteralmente caleidoscopico, con salti per nulla facili in termini di suono e contenuti poetico-drammatici, di taratura stilistica, cifra espressiva e, perché no, di cultura e pronuncia tagliato, com’era, da Mozart a Gershwin passando per l’Italia di Donizetti, Puccini e Tosti, per la Russia di Rachmaninov, per la Francia di Bizet e Gounod, per il Brasile di Claudio Santoro e per la saudade latino-americana di Altino Pimenta. Il tutto, in data unica e accanto al notevolissimo pianista accompagnatore Matthias Samuil, per la prima volta sul palco del Lirico partenopeo.

Lei, bella e fulgente nei suoi due lussuosi abiti da concerto – il primo, in raso rosso lacca con corpino ricamato in paillettes; il secondo, azzurro luccicante con generosa scollatura e ampio spacco – quanto, soprattutto, mirabile nel totale, non comune controllo di una linea di canto salda come non mai per tornitura e intonazione, omogeneità di pasta e proprietà di tempra sia negli affondi drammatici, sia nelle brillanti acrobazie all’acuto, nelle studiate espansioni come nelle smorzature prossime all’ineffabile.
Lui, con spartiti su IPad, in sottile complicità sonora, sapiente e preziosa, dunque nel migliore rapporto autenticamente da camera più che in esibizione vistosa e spettacolare, gioca la sua parte sul vivo scatto dei ritmi e sulla chiarezza perlacea della tecnica minuta, su un’ottima padronanza degli stili e su un’assoluta intesa con le ragioni del canto. Un pianismo intimo e raffinato, in sostanza, in ulteriore esposizione e conferma nei due brevi “entr’actes” meramente strumentali divisi fra il Rachmaninov dell’Élégie op. 3 n. 1 dai Morceaux de fantaisie e il particolarmente congeniale Chopin del Notturno in do diesis minore, opera postuma.

Quanto all’ampio tracciato antologico polarizzato fra i suoi autori lirici di punta e il recente progetto discografico per l’etichetta Melodiya, contenente ventitré ninne nanne di varia tradizione con tenera dedica alla figlia Maya, il celebre soprano russo ha intrapreso il suo speciale viaggio canoro partendo da Mozart e dalla acuminata plasticità dell’aria di Donn’Anna dal II Atto del Don Giovanni “Non mi dir, bell’idol mio”, sottolineandone debitamente il sentire diviso fra le ombre in minore e gli slanci luminosi all’acuto in sfida fra scale, balzi e picchettati. Immediata ed efficace per sensualità di tinta, spessore e proiezione è quindi la virata verso il delicato velluto ottocentesco dell’opéra-lyrique, con il Bizet de Les Pêcheurs de Perles (Me voilà seule dans la nuit) e con quel canto morbido e velato sciolto della sacerdotessa Léïla per l’amato Nadir non solo puntando sull’opulenza di un intero fraseggio persino nel dettaglio di un’unica vocale ma imperturbabile anche dinanzi a un’erronea regolazione delle luci che, per alcuni istanti, ha flashato a intermittenza fra il buio e il bagliore, nell’imbarazzo generale, i due artisti in campo.

Altra metamorfosi con il gruppo delle romances di Rachmaninov (“Zdyes khorosho”, “Vesenniye vody” “Ne poy, krasavitsa” e un miracoloso, dolcissimo “Vocalise” op. 34), decisamente pregnanti per dna quanto ridisegnati ricorrendo a un intero spettro di sfumature scontornate con posizione della voce più profonda e comunque agilmente in volo tra rarefazioni e impennate dinamiche, con peculiare attenzione per il rapporto testo-musica e per le sonorità, qui più dense e brunite.
Il nuovo ritorno alla Francia del pieno Ottocento passa poi il testimone a Charles Gounod in duplice formula, con la cullante e delicatamente nostalgica Sérénade CG 437 su testo di Victor Hugo, quindi con la più celebre aria dal Roméo et Juliette (Ah! Je veux vivre dans le rêve), scolpita in straordinaria simbiosi di voce e pianoforte infiammando in vortice ternario da scintille rimbalzi ritmici e vocalizzi mentre la Peretyatko gioca, abbraccia e bacia la rosa lasciata ai piedi del suo leggìo, per la gioia dello spettatore di prima fila che ne ha fatto dono furtivo durante il precedente rientro della diva fra le quinte.

Il baricentro della seconda parte del concerto si sposta a seguire verso il Sud, in Italia e oltre l’Atlantico, nella terra della bossa nova, fino a cercare le radici più autentiche e bluesy dell’ultima e maggiormente nota ninna nanna in scaletta: Summertime dall’opera nera Porgy and Bess del geniale newyorkese, con sangue ebreo-russo di Odessa, George Gershwin.
Il doppio Donizetti in programma, diviso com’è fra la Linda di Chamounix (O luce di quest‘anima) e la Lucrezia Borgia (Com’è bello!… Quale incanto) non lascia intanto dubbi sul compositore prediletto dall’interprete e sulla sua particolare abilità nel tenere coesi i diversi pigmenti della scrittura, gestendo con pari magnificenza la forza degli accenti drammatici e il brillìo leggero del belcanto, serrando sempre e a fil doppio melodia e abbellimenti, testa e ugola.

E se il Puccini di un’altra ninna nanna (E l’uccellino) sembra contagiato da una vocalità più propensa alla Russia rispetto alla migliore texture messa a segno in analogo genere per Francesco Paolo Tosti (Ninna nanna), il rush finale arriva con il triplice salto d’oltreoceano, azzardando un passaggio mozzafiato dalla scultorea Lucrezia donizettiana alla timbratura sinuosa delle intonazioni popolari lasciate in pentagramma da Claudio Santoro (“Luar de meu bem”, su testo di Vinicius de Moraes) e da Altino Pimenta con “Estrela”, sorta di vocalise in chiave latina.
Infine, Summertime colta alle radici del jazz e restituita come forse non l’abbiamo mai neanche sentita in concerto. Ossia, potenziandone gli scarti intervallari e le oscillanti pieghe armoniche per una ninna nanna che avvolge e incanta come un sortilegio.
Prevedibile e potente la risposta del pubblico, riuscita a strappare due bis: la più rara Villanelle di Eva Dell’Acqua, canzone su testo francese ma melodia di coloratura spiccatamente partenopea e, scelto d’intesa al momento con il pianista a fronte di tanti applausi, un maggiormente centrato Puccini con la vibrante romanza di Liù “Signore, ascolta!” dalla Turandot.
Teatro non del tutto pieno, molti gli stranieri e troppi i selfie.

Teatro di San Carlo – Stagione 2021/2022
RECITAL DI CANTO

Soprano Olga Peretyatko
Pianoforte Matthias Samuil

Wolfgang Amadeus Mozart, da Don Giovanni “Non mi dir, bell’idol mio”
Georges Bizet, da Les Pêcheurs de Perles “Me voilà seule .. Comme autrefois”
Sergey Rachmaninov, “Zdyes khorosho” Op. 21 No. 7
“Vesenniye vody” Op. 14 No. 11
da Morceaux de fantaisie “Élégie” Op. 3 No. 1
“Ne poy, krasavitsa” Op.4
“Vocalise” Op.34
Charles Gounod, “Sérénade” CG 437
da Roméo et Juliette “Ah! Je veux vivre dans le rêve”
Gaetano Donizetti, da Linda di Chamounix “O Luce di quest‘anima”
Giacomo Puccini, “E l’uccellino”
Francesco Paolo Tosti, “Ninna nanna”
Frédéric Chopin, Notturno in Do# minore op. postuma
Gaetano Donizetti, da Lucrezia Borgia “Com’è bello!… Quale incanto”
Claudio Santoro, “Luar de meu bem”
Altino Pimenta, “Estrela”
George Gershwin, da Porgy and Bess “Summertime”

Napoli, 22 settembre 2022

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