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Napoli, Teatro San Carlo – Maestri del XX secolo: MacMillan e Balanchine

Era l’autunno del 1953 quando il Teatro San Carlo ospitò a Napoli, in una avanzatissima full immersion e con tanto di staff americano a supporto dei propri artisti, il New York City Ballet, all’epoca capitanato in prima persona dal direttore artistico di origini russe George Balanchine, al secolo Georgij Melitonovič Balančivadze, e dal direttore artistico aggiunto Jerome Robbins, con i fondamentali quanto per noi allora inediti effetti luce di Jean Rosenthal.
In staffetta, ben sedici titoli (qui citati secondo il programma di sala originale in nostro possesso), divisi in quattro capitoli e a firma dello stesso Balanchine (il Pas de deux dall’ottocentesco Sylvia di Délibes, Sinfonia in Do, Lago dei cigni nuova versione, La Valse, il bachiano Concerto barocco, Sinfonia Scozzese, Il figliol prodigo sulle musiche di Prokof’ev, ultima creazione parigina per Diaghilev, Bourrèe fantasque sulla partitura di Chabrier, Serenata, Pas de trois), di Robbins (Fanfara sulle note di Britten, Il pomeriggio di un fauno, La gabbia, L’uccello di fuoco, Il suonatore stravagante sul Concerto scritto da Aaron Copland per il mitico clarinettista swing Benny Goodman) e di Antony Tudor (Il giardino dei lillà sulle musiche di Ernest Chausson). Il tutto, entro la vertigine di una sola settimana, dal 4 all’11 ottobre.
E ancora, in tempi a noi più vicini sotto le direzioni Terabust e poi Cannito, lo sguardo sull’estero contemporaneo si è posato sul neo-espressionismo di Pina Bausch, sull’ultimo Roland Petit, su Nikita Dmitrievsky, Nils Christe, Hans van Manen, Mauricio Wainrot o, con l’Autunno ideato da Alessandra Panzavolta, sullo spagnolo Nacho Duato.

Dunque nulla di nuovo quanto, piuttosto, un doveroso passaggio tecnico oltre che di stile su un Novecento coreico moderno di ceppo anglo-americano che ormai è già storia e tradizione così come ben illustra lo spettacolo intitolato Maestri del XX secolo. Kenneth MacMillan | George Balanchine proposto in dittico dopo non tanti titoli, e per lo più ultimamente classici, dalla Compagnia di Balletto del Teatro San Carlo di Napoli, oggi diretta da Clotilde Vayer, ex prima ballerina dell’Opéra di Parigi e Chevalier de l’Ordre du Mérite della Repubblica francese.
Sul palco, senz’altro, un bel confronto fra modelli linguistici entrambi concepiti sull’assoluta intesa tra la forma e il baricentro musicale. Nonché importante occasione di crescita, ciascuno sul proprio fronte specifico, per una Compagnia rinnovata e a oggi in cerca di una maggiore coesione costituita com’è, in gran parte, da elementi aggiunti. Vale a dire, al banco di prova e tenuta tecnica dinanzi ai diversi e per nulla facili idiomi coreutici rimontati secondo la lezione più fedele all’originale grazie al diretto intervento delle danzatrici testimoni per le rispettive due Compagnie – Royal Ballet di Londra e American Ballet Theatre di New York – depositarie dei repertori dei due grandi coreografi. Da un lato, dunque, c’è Julie Lincoln (répétiteur, nell’occasione, il nobilissimo Robert Twesley) per Concerto, lavoro astratto creato dallo scozzese MacMillan (1929-1992) nel 1966 sui tre movimenti del Concerto n. 2 per pianoforte e orchestra di Šostakovič puntando sull’incremento tecnico, appunto, dell’allora Balletto della Deutsche Oper di Berlino, da lui stesso diretto a partire da quell’anno e fino al 1969 prima di assumere la direzione del britannico Royal Ballet. Sua musa ispiratrice, qui come altrove, Lynn Symour. Dall’altro, c’è Sandra Jennings (maître de ballet e répétiteur) per Theme and Variations, composto nel 1947 da Balanchine (1904-1983) per il Ballet Theatre del City Center of Music and Drama, poi ABT, quale summa rivisitata dello stile classico, di Petipa in primis, fiorito nella Russia imperiale di fine Ottocento sui capolavori musicali di Čajkovskij, nello specifico sulle dodici variazioni del tempo finale della Suite per orchestra n. 3 op. 55. In confezione su misura, tra l’altro, per la coppia dei primi interpreti formata da una già leggendaria Alicia Alonso e da Igor Yougskevitsch.

Al margine, ma non troppo, un paio di rilievi di cronaca. Il primo, ampiamente cavalcato e promosso in tv (fra Tg nazionali e collegamento con il Porta a Porta di Bruno Vespa) dalla Fondazione lirica napoletana, è il toccante messaggio di pace lanciato fuori spettacolo attraverso i canali social del Teatro e in aggancio ai drammatici eventi bellici di questi giorni da una tersicorea aggiunta, Karina Samoylenko, nata da madre ucraina e padre russo: «Sono nata in Italia – dichiara la giovanissima artista di fila – ma mia madre è ucraina e il mio papà è russo e per questo mi sono sempre sentita un po’ speciale. In questo momento di conflitto vorrei mandare un messaggio di pace. Io, come tanti, sono la dimostrazione di quanto può nascere dall’amore di questi due Paesi. Ci tengo tantissimo a ringraziare tutto il Teatro per l’iniziativa di solidarietà che sta promuovendo, con l’augurio che tutto possa finire presto». Teatro che ha intanto voluto devolvere l’intero incasso della serata del 10 a beneficio dei profughi di guerra giunti a Napoli attraverso una lodevole azione congiunta con il Comune, la Croce Rossa Italiana e il Consolato Generale dell’Ucraina a Napoli. «Il Teatro di San Carlo come istituzione culturale non può restare indifferente di fronte alla tragedia della guerra che ha colpito il popolo ucraino – contrappunta a tal merito il sovrintendente Stéphane Lissner – popolo a noi particolarmente vicino e che ha proprio qui Napoli una delle sue più grandi comunità in Europa. Il Teatro come luogo d’arte è per definizione un crocevia di culture che si incontrano, presidio di pace e fraternità».

Il secondo e meno apprezzabile dato, riguarda l’imbarazzante ritardo di oltre venti minuti toccato all’avvio dello spettacolo qui in recensione, con pubblico seduto in sala a luci spente, direttore (Hilari García) ignaro e pronto all’attacco sul podio, scomposto vocìo in buca e nessuna spiegazione se non un tardivo quanto generico annuncio di attesa fuori campo. Stando a quanto captato fra gli spettatori delle prime file in platea, ad arrivare in clamoroso ritardo sarebbe stato il pianista solista, ospitato per l’occasione, Sepp Grotenhuis. Il che troverebbe conferma già solo nell’esecuzione assai incerta per almeno la prima metà del marziale e splendido primo movimento (scelto non a caso anche in Fantasia 2000 per la bella storia a lieto fine fra il soldatino di piombo e la ballerina carillon) buttando fuori ritmo i solisti, al primo segmento in palcoscenico.
Ciò detto e messo pure in conto lo stress muscolare inevitabile non solo per linee e dinamiche anti-accademiche ma, innanzitutto, per il ritmo serrato delle recite (otto in cinque giorni con tre doppi turni), cui si aggiunge il cambio per infortunio del previsto Alessandro Staiano nel ruolo maschile principale in Balanchine, il Corpo di Ballo del San Carlo ha con qualità tenuto testa a entrambi gli autori. In special modo, in ambito solistico, si premia il luminosissimo quanto intenso pas de deux miracolosamente ispirato al lavoro di sbarra della Symour e qui rivelatosi cuore centrale non solo del Concerto di MacMillan, quanto dell’intero dittico in scena affidato a un’ormai sempre più stellare Luisa Ieluzzi (fraseggio gestuale perfetto, gambe e braccia in esemplare estensione, sostanza espressiva palpabile) accanto al plastico e ben saldo Stanislao Capissi. Così come d’altra parte meritevoli per scatto e precisione sono apparsi tutti gli artisti di fila, sia nel primo che nel secondo titolo.

Nel dettaglio, la limpida e veloce astrazione del Concerto di MacMillan, resa ancor più solare dai costumi giallo e arancio di Jürgen Rose e dalle luci nette di John B Read, esalta la vivida interazione di gesto e musica calibrata e modulata in diversa formula entro il contenitore di ogni singolo movimento. Nel primo, la pur idonea Giorgia Pasini mostra al pari delle tre Donne soliste, più tre Uomini, qualche incertezza, anche nella chiusura dei giri, senz’altro da ricollegare alla difficoltà di scansione sull’iniziale, eccessiva palude metrica pianistica o, alla ripresa, nella scoordinata trama strumentale. Migliore, in tal senso, è la risposta a seguire sia di Salvatore Manzo, poetico oltre che atletico nella sua serie di batterie, che delle sei Donne. Vertice per esecuzione e interpretazione si diceva, stavolta anche sul fronte delle sonorità orchestrali e in particolar modo pianistiche, il movimento centrale con la splendida, mediterranea fisicità in tensione e d’intesa fra la Ieluzzi e Capissi mentre, sul rapido sfolgorìo tecnico, si gioca il notevole assieme finale guidato da Annalina Nuzzo.

Dalle tinte calde e dalla moderna semplicità di costumi da scuola, con Tema e Variazioni, si vira sul lusso del blu cobalto fra lampadari di cristallo e luci (riprese da Nunzio Perella), corpetti di velluto ricamato e tutù classici (di Giusi Giustino) sugli opulenti pentagrammi di Čajkovskij. Al centro, l’incontro sublime fra l’eredità d’alta scuola francese, italiana e russa, la rara propensione musicale per dna familiare e studi sul campo, l’esperienza miliare nell’ultima stagione dei Ballets Russes, l’ingresso nella modernità degli States. Che, nel pietroburghese Balanchine naturalizzato americano, si traducono presto in un risultato speciale: l’assoluta simbiosi, concertante, tra figure danzate e strutture interne alla partitura, fra passi e note. Mentre, intorno, geometrie e gerarchie rinviano al Grand Ballet di Pietroburgo, fra coppia di solisti in prima linea, quattro demi-solistes e otto danzatrici più otto danzatori nella maestosa e complessa Polonaise finale. A tradurne al meglio le linee adamantine, oltre al pregevole impegno dell’intera Compagnia, è Anna Chiara Amirante, nel ruolo della Donna protagonista. Ferrea per tecnica, in raro equilibrio di stile, esatta nella tornitura di pose e movimenti. Meno convincente per una fisicità, si direbbe, più da demi-caractère, è invece l’unico ospite esterno al Corpo di Ballo sancarliano, il cubano Luis David Valle Ponce, giunto in sostituzione dell’infortunato Staiano. A suo vantaggio, tuttavia, ci sono la formazione e l’ingaggio in quel Ballet Nacional de Cuba (oggi è principal dancer dell’Opera de Nice) all’epoca diretto dalla mitica, e prima destinataria del lavoro in dodici variazioni, Alicia Alonso.
Caldi gli applausi per tutti. [Rating:3.5/5]

Teatro San Carlo – Stagione 2021/22
Maestri del XX secolo
KENNETH MACMILLAN | GEORGE BALANCHINE

CONCERTO
Coreografia di Kenneth MacMillan
Musica di Dmitrij Šostakovič
Coreografo per la ripresa Julie Lincoln
Repétitéur  Robert Tewsley
Costumi Jürgen Rose
Luci John B Read
Pianista Sepp Grotenhuis

1° Movimento
Donna Giorgia Pasini
Uomo Salvatore Manzo
2° Movimento
Donna Luisa Ieluzzi
Uomo Stanislao Capissi
3° Movimento
Donna Annalina Nuzzo

TEMA E VARIAZIONI
Coreografia di George Balanchine
Musica di Pëtr Il’ič Čajkovskij
Maître de ballet e repétitéur Sandra Jennings
Costumi Giusi Giustino
Luci riprese da Nunzio Perella

Donna Anna Chiara Amirante
Uomo Luis David Valle Ponce

Orchestra e Balletto del Teatro di San Carlo
Direttore Hilari García
Direttore del Balletto Clotilde Vayer

Napoli, 8 marzo 2022 (ore 17.00)