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Napoli, Teatro San Carlo – La sonnambula

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Vaghe pennellate elvetico-campestri ma, soprattutto, acuminate sortite canore pirotecniche con La sonnambula di Vincenzo Bellini tornata fra i più accesi entusiasmi al Teatro San Carlo di Napoli dopo ben ventuno anni di assenza. Purtroppo, solo in forma di concerto e in data unica. Tuttavia, originalmente, confezionando una pomeridiana domenicale a metà strada fra opera intera e vera gara di belcanto, coronata da due spettacolari bis eccezionalmente regalati uno a scena aperta e l’altro in coda, con relativo arsenale di rari preziosismi ad alta quota.
In singolare legame di continuità con la recentissima Lucia di Lammermoor di Donizetti quanto a decennio storico, codice linguistico e fenomenologia mentale della protagonista, oltre che per la liaison della stessa interprete trovatasi a sostituire la Sierra per due sere e per il permanere in palcoscenico delle due quinte laterali del salone degli Asthon, il capolavoro semiserio messo a segno nel 1831 dal librettista Romani e dal compositore Bellini resterà nella memoria di una sala (neanche piena) per le acrobatiche prove di tecnica e di stile del soprano di coloratura Jessica Pratt e del tenore di grazia Francesco Demuro nei rispettivi ruoli di Amina e di Elvino, all’epoca tenuti a battesimo dalla mitica Giuditta Pasta e dal non meno leggendario Giovanni Battista Rubini al Teatro Carcano di Milano. Evocandone, e qui sta la forza dell’occasione proposta, una proiezione piuttosto verosimile di quel che fu la loro abilità nel lanciarsi in cadenze senza rete oltre il pentagramma tra fioriture di ogni genere e puntature di bravura. Cesellando, al contempo, con fiati impressionanti sfumature dinamiche e peculiari sagomature sia nella linea melodica che sul fronte ritmico.

È dunque bene partire da loro. Specialista a tal merito, in particolare per la scrittura belliniana che di nuovo la vedrà in futuro in prima linea al Lirico napoletano ma per il debutto di un personaggio ancora non svelato, la Pratt ha come voluto raccogliere e sfoderare per la sua Amina sancarliana tutto quanto da lei stessa fino a oggi maturato. E lo fa sin dalle prime battute, entrando alla scena terza dell’atto I trasfigurando il suo recitativo melodico “Care compagne” fra i brevi stacchi del Coro già valorizzando al meglio appoggiature e gruppetti, terzine e corone, quindi portando all’ottava superiore il si bemolle in una già sognante estasi sulle parole “gioia” e “amplesso”. Naturale aspettarsi il rincaro della dose nel Cantabile “sostenuto assai” della cavatina a seguire (“Come per me sereno”) nell’arcadico mi bemolle, pur sfiorando non perfettamente il do sovracuto, per poi piroettare con chiara voce nella cabaletta che ne scolpisce il balzare del cuore (“Sovra il sen la man mi posa”) fra lo slancio in staccato, gorgheggi, ripide scale e discese cromatiche infarcendone le riprese con trilli, picchettati, salti all’ottava superiore. E fino a brillare con un adamantino mi bemolle oltre il re♭5 e un interminabile si bemolle finale ripagato da un tripudio di applausi del pubblico, direttore compreso. Svettanti a seguire i suoi interventi in assieme nei duetti con Elvino, nel Quartetto e Quintetto mentre prevedibilmente folgorante la sua aria finale (non ne dimentichiamo comunque l’intensa interpretazione che diede dell’Andante cantabile sulle stesse assi Maria Dragoni nel 1994 diretta da Bonynge), difatti bissata nella galoppante cabaletta “Ah! Non giunge uman pensiero” a opera conclusa. Filtrando in soluzione quasi spettrale la voce in stato di sonnambulismo, già dal recitativo fitto di sfumate messe di voce all’acuto, fra accenti rinforzati e reminiscenze, l’Amina di Jessica Pratt tratteggia il suo “Ah! non credea mirarti” con un lirismo intessuto di filati, espansioni e accorate risposte ai toccanti richiami del primo oboe e di Elvino, quindi del primo violoncello, per chiudere il Cantabile su un tenerissimo quanto lungo do sulla chiusa accentata del lemma “amor”. Un immenso applauso e si riparte, a tutto gas, attraversando il doppio incipit corale “Viva Amina!” e “Vanne al tempio” per stringere la vite sulla cabaletta che la Pratt cavalca veramente a briglie sciolte, innestando diminuzioni, trilli e fiorettature ovunque, magari non sempre tornendo al meglio i suoni più alti, ma scolpendo a meraviglia il diminuendo al culmine della cadenza e toccando per ben quattro volte (compreso il bis, di qualità ulteriore) il vertice assoluto di un infinito Fa sovracuto.

Al suo fianco non meno valoroso è il canto dell’Elvino di Demuro che, sia pur con minor ampiezza per la peculiare natura della sua emissione, sfoggia una rara sensibilità di fraseggio e un notevolissimo controllo che va dall’intonazione al rapporto tra il fiato, la parola e il suono, dagli abbellimenti ai colori, confermandosi belcantista doc con acuti fermi e sfavillanti. Il suo esordio in recitativo accompagnato alla scena quinta dell’atto I si carica di forza e nobiltà di accenti in virtù di una dizione vivida che sfocia in espressività patetica con la Cavatina “Prendi, l’anel ti dono” (a seguire sciolta in duetto più Coro), rivelatasi presto assai pregevole per la cura di legati e portamenti oltre che per la chiarezza di ogni suono fin nelle aree cadenzali più dense, nonché per il pieno dominio dei lunghi quattro Do all’acuto, tutti perfettamente centrati nella stretta. E, analogamente, presto ottiene gli entusiasmi della platea che chiede e ottiene il bis dell’aria “Ah! Perché non posso odiarti” con cui il tenore sardo confessa, fra rabbia e lacrime, quanto sia impossibile cancellare l’amata abbandonata dal suo cuore. Il tutto scolpito fra mirabili abbellimenti, accenti ben poggiati o ritenuti, gruppetti veramente deliziosi, puntature luminose al si bemolle acuto e in penultima battuta al do.

Assolutamente degni di lode anche gli altri interpreti, a partire dall’ottimo soprano napoletano Valentina Varriale che, forte di un solido percorso anche nel repertorio barocco, ritaglia una Lisa che ben governa stizza e salite fiorite all’acuto valorizzandone la bellezza di suono e di espressione, tanto nella Cavatina “Tutto e gioia, tutto e festa”, quanto in quella gara di belcanto innescata all’atto II con cui partecipa brillantemente cantando “De’ lieti auguri” fra trilli, scale e do lanciati al sovracuto. Pochi ma di gran pregio gli interventi del mezzosoprano Manuela Custer nel ruolo della molinara Teresa e pari, per autenticità e bellezza, i meriti canori del basso Alexander Vinogradov per il Conte Rodolfo. A complemento del cast, l’interessante Alessio del giovane basso Ignas Melkinas, allievo dell’Accademia di Canto della Fondazione, e il Notaro di Walter Omaggio, artista del Coro.

Nuovo al podio dell’Orchestra del Teatro San Carlo era il direttore Lorenzo Passerini che, fra braccia, polsi e gesti della testa, si è mosso più di quel che ci è sembrato abbia ottenuto. In apertura d’opera la delicatezza di tinta pastorale da lui ricercata, finisce con lo sgranare attacchi (quelli del Coro) e sostanza (giù in buca); viceversa, è senz’altro riuscito nel caricare a effetto i contrasti metrici fra i Cantabili e le relative Cabalette o Strette. A ogni buon conto, nel complesso, le voci dei solisti sono state ben seguite e sostenute.
Infine, al di là di qualche ritardo metrico probabilmente dovuto anche all’assenza del maestro della compagine José Luis Basso, stando alla sua mancata uscita al termine al proscenio, buona la prova del Coro per colore e intonazione.
Tanti e per tutti i consensi in chiusura.

Teatro San Carlo – Stagione 2021/22
LA SONNAMBULA
Melodramma serio in due atti
libretto di Felice Romani
musica di Vincenzo Bellini

Rodolfo Alexander Vinogradov
Teresa Manuela Custer
Amina Jessica Pratt
Elvino Francesco Demuro
Lisa Valentina Varriale
Alessio Ignas Melnikas
Un notaro Walter Omaggio

Orchestra e Coro del Teatro di San Carlo
Direttore Lorenzo Passerini
Maestro del Coro José Luis Basso
Esecuzione in forma di concerto

Napoli, 30 gennaio 2022 

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