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Napoli, Teatro San Carlo – Così fan tutte

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Passati oltre tre anni, non perde sensualità di smalto né la soave trasparenza dei sogni il Così fan tutte di Mozart firmato dalla regia di Chiara Muti per il Teatro San Carlo di Napoli creato in prestigioso tandem con la Wiener Staatsoper, avvalendosi delle scene essenziali ma assai suggestive di Leila Fteita, dei vaporosi costumi di Alessandro Lai e delle luci candide di Vincent Longuemare. Torna dunque visivamente intatto lì da dove è partito e con buon successo di pubblico (per quanto a teatro non pieno) l’ultimo tassello della Trilogia dapontiana con la sua delicata ma ben palpabile magia fatta di veli bianchi e di luccichii del mare, quello di Napoli, chiarori del cielo e tinte pastello dal color crema, agli azzurri e al malva, fra scambi e geometrie simmetriche, figuranti in raddoppio dei sei protagonisti in gioco e silhouette di strehleriana memoria, spiccate gestualità e puntuali posture comico-sentimentali, invenzioni oniriche e labirinti di ascendenza shakespeariana.

Proposto in apertura della stagione 2018/19, lo spettacolo è infatti oggi ripreso con pari esattezza dei segni in palcoscenico intorno al cardine di un intreccio giocoso volto in disinganno e disincanto allo svelamento di una burla. E con fresca, rinnovata efficacia, tutto torna sotto il nostro sguardo: la partita a tennis a quattro con i due giovani ufficiali innamorati Ferrando e Guglielmo con relativi doppi più Don Alfonso arbitro appollaiato sul campo, i letti-vela delle giovani dame Fiordiligi e Dorabella, il carretto con lo zucchero filato del colore delle nuvole, l’antica giostra in metallo nel duetto d’attacco del Finale I. E, ancora, il cavalluccio a dondolo su cui si culla dolcemente Fiordiligi mentre Dorabella intona “È amore un ladroncello”, il giardino all’italiana con l’incrocio di maschere zoomorfe (per lo più cornute) in bilico tra un Falstaff, Sogno di una notte di mezza estate e l’incontro notturno delle Nozze di Figaro, la bianca mongolfiera con Despina nei panni di Cupido, il simulato avvelenamento con miracolosa guarigione a impulsi elettrici su nastri, il finto matrimonio con gli abiti da sposa trapuntati di lampadine. E al termine, un’unica morale intorno alla giostra della vita e dell’intermittenza dei cuori, il cui migliore abbinamento talvolta già si annuncia nell’identità di spirito (più serio o faceto) o delle apparenze (il colore dei costumi sin dal principio tradisce le coppie ideali).

In più, stavolta, una nota di merito spetta all’ulteriore, significativa pertinenza di un cast ben calibrato e coeso, di ottima prestanza attoriale quanto di viva tempra mozartiana. Tuttavia musicalmente, scendendo in buca, va detto e consegnato agli atti l’esito globale assolutamente antitetico rispetto alla visione analitica dettagliatissima, metafisica e prossima al sublime datane, al varo dell’allestimento sullo stesso podio, da Riccardo Muti. Ineguagliabile e irraggiungibile. Ma non solo. Perché, stavolta, la direzione a mani sciolte e diciamo pure nel gusto frenetico d’ultima generazione, si è fermata al tono muscolare e al ruolo di sostegno, più che dedicarsi al necessario, effettivo scavo. Vale a dire, una visione tutta ritmi, metri e contrasti, al netto di veri archi di tensione e di specificità timbrico-espressive, in special modo nei fiati di un’Orchestra che pur sa correre e tiene testa alle vistose disparità fra i tempi ma che non ha quasi più nulla, vuoi per la discontinuità pandemica, o per il giro variegato di bacchette ospiti, della bella sostanza e del colore identitario di una volta. Viceversa il Coro, qui in interventi minimi ma puntuali, sotto il lavoro lampante del maestro José Luis Basso sta sistemando in fretta e al meglio equilibri sia di tecnica che di stile. Il che allarma perché alla testa di Orchestra più Coro della Fondazione, al di là dello scatto del piglio e per quanto in prima persona efficacemente al fortepiano per i recitativi semplici con farciture dal Mozart militare del farfallone amoroso delle Nozze e da Concerto (primo tema del K. 488), c’è il neo-nominato direttore musicale (con incarico a partire dal 1° gennaio 2023) Dan Ettinger, israeliano dal curriculum sfavillante e temperamento pur ampiamente apprezzato la scorsa estate in piazza del Plebiscito alla testa della Carmen di Bizet, con la superstar Elīna Garanča. Ma era, naturalmente, tutt’altro repertorio, oltre che osservato in un contesto all’aperto e sotto le stelle. Ne risulta, cosa tra l’altro confermata dal suo capitolo mozartiano proposto per lo stesso palcoscenico con la programmazione concertistica il sabato a seguire, una lettura a tasselli e a tagli verticali, con retrospettivi turgori händeliani alla Royal Fireworks nei rinforzi di suono o, puntando in avanti, di matura fibra beethoveniana. In alternanza a finanche eccessive dilatazioni. Il che funziona a sostegno ritmico e metronomico delle voci, nel sonoro sfavillìo in coda a Sinfonia e finali, o nei passaggi ludici. Ma perde quota, inesorabilmente, nell’esposizione meccanica perché non dinamicamente variata degli incisi ripetuti, mancando così di restituire pieghe espressive e torniture concertanti, ombre e segreti dell’anima umana tanto scoperti, invece, nel rivoluzionario realismo psicologico e fraseologico mozartiano innescato in coppia con la scaltra drammaturgia dell’abate Da Ponte secondo le nuove leggi del Naturalismo radicale e le comprensibili “necessità del core”, come d’altra parte ben ci ricorda al termine lo stesso filosofo don Alfonso che lancia in principio l’inganno e la sfida scimmiottando il Demetrio metastasiano.
Ettinger salta insomma a piè pari l’ipotassi e, dunque, l’essenza stessa delle procedure grammaticali dello Stile Classico viennese e mozartiane nello specifico, serio o comico che sia. Va da sé che la cura al dettaglio e dello stile, dei significati e dei significanti in sinergia fra testo e musica, va a spostarsi sul baricentro canoro del – per fortuna – ben reattivo cast, calibrato a meraviglia nei molteplici numeri d’assieme, contribuendo poi ciascuno per proprio conto ai singoli caratteri differenziati nelle poche ma vividissime arie-ritratto dal geniale Mozart.

D’alta sensibilità drammatica è quindi la Fiordiligi del soprano Mariangela Sicilia che sfodera proprietà di accenti nei recitativi e fermezza di squillo all’acuto. La sua celebre aria di paragone “Come scoglio immoto resta” dalle svettanti colorature è il primo e fra i pochi numeri a suscitare vivi applausi a scena aperta mentre il vertice cantabile, per afflato, estensione, melodie sfumate e filati, è toccato nel Rondò al n. 25 “Per pietà, ben mio, perdona”, tra l’altro su una dilazione strumentale non facile da reggere.
Non meno interessante risulta l’intensa e ben dosata pasta vocale del mezzosoprano Serena Malfi che restituisce una Dorabella di gran carattere e furia (seppur con qualche sospir smozzato) nella sua “Smanie implacabili”. La sua linea morbida e sempre ben poggiata sul fiato conferisce insolito spessore al personaggio e un prezioso amalgama nei vivacissimi brani d’assieme.
In via analoga con ampiezza sonora e vivo sentimento il baritono Alessio Arduini ben scolpisce il suo Guglielmo (l’unico presente anche nel precedente cast), garantendo virilità di accenti, armonici dorati e densità di colore all’incontro con le altre tessiture. Ben curate per ritmo, tempra e proiezione entrambe le sue arie, la canonica “Non siate ritrosi” al primo Atto e “Donne mie, la fate a tanti” al secondo.
Il più mozartiano e raffinato nel tornire ad arte i suoi palpiti in arabeschi melodici è senz’altro il tenore di grazia e autentico “amoroso” (russo e ormai da tempo residente in Italia) Maxim Mironov, specialista dei ruoli rossiniani e di belcanto. Di puro slancio nello stacco al terzo Terzetto “Una bella serenata”, nobile il respiro nella sua “Un’aura amorosa”, di portamento magnifico nei recitativi accompagnati, teneramente agguerrito in “Tradito, schernito”.
Deliziosa e bravissima sotto tutti i punti di vista la Despina del soprano dotato di ampia estensione Damiana Mizzi. Astuta e spiritosa, concreta e scattante, vocalmente di ottima tecnica e dall’espressione assai duttile. Perfetto anello, si direbbe, tra le fantesche di Scuola settecentesca napoletana e i ruoli semiseri dei decenni a seguire. Di pregio teatrale e timbrico, come immaginabile, il Don Alfonso di Paolo Bordogna.

Teatro San Carlo – Stagione d’opera e balletto 2021/22
COSÌ FAN TUTTE
ossia la Scuola degli amanti
Dramma giocoso in due atti
su libretto di Lorenzo da Ponte KV 588
Musica di Wolfgang Amadeus Mozart

Fiordiligi Mariangela Sicilia
Dorabella Serena Malfi
Guglielmo Alessio Arduini
Ferrando Maxim Mironov
Despina Damiana Mizzi
Don Alfonso Paolo Bordogna

Orchestra e Coro del Teatro di San Carlo
Direttore Dan Ettinger
Maestro del coro José Luis Basso
Regia Chiara Muti
Assistente alla regia Paolo Vettori
Scene Leila Fteita
Costumi Alessandro Lai
Assistente ai costumi Anna Verde
Luci Vincent Longuemare
Allestimento del Teatro San Carlo
in coproduzione con Wiener Staatsoper

Napoli, 23 marzo 2022

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