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Napoli, Teatro San Carlo – 7 Deaths of Maria Callas

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Cento minuti per entrare nel gioco di specchi di un’Arte per sette volte sospesa e spezzata tra la vita e la morte, tra fisicità del corpo e le pieghe di un’anima, fra ruoli di scena ed esistenza reale. Perdendo nel cercare l’eterno in amore, vincendo con l’eterna unicità di una voce. Ed esorcizzando, nella chiave magica del numero sette, il ritorno di una diversa ma unica paura.
In una parola, opera-performance: quella assoluta ed estrema ideata intorno alla leggendaria Maria Callas, quindi firmata per regia e scene nonché interpretata, da un’icona mondiale della Body e Conceptual Art, la serba Marina Abramović, applaudita protagonista in prima nazionale al Teatro San Carlo di Napoli con il suo potente spettacolo multimediale, ad alta vocazione mimetica, 7 Deaths of Maria Callas. Dunque attraversandone, entro una drammaturgia a più fuochi e livelli tra voce fuori campo e musica in orchestra, coro femminile interno, risorse digitali ed elettronica, un maxischermo sul fondo scenico, un’installazione gestuale in pedana e sette cammei canori in silloge da gala, le morti di sette suoi diversi personaggi chiuse dal personale epilogo (l’ottava morte) in una mattina di primo autunno, nel settembre 1977, nella realtà per infarto ma qui semplicemente uscendo di scena dalla lussuosa stanza da letto del suo appartamento parigino al terzo piano del numero 36 in Avenue George Mandel, a pochi passi dal Trocadéro.

Nelle premesse dello spettacolo, c’è innanzitutto la folgorazione dell’Abramović per il mito callasiano, così come spiegato in conferenza-stampa nello stesso ruvido inglese con cui recita parole e concetti del libretto scritto a quattro mani con Petter Skavlan: «Avevo solo 14 anni quando, nella cucina di mia nonna, l’ascoltai alla radio. Provai un’emozione immensa, tanto che iniziai a piangere, fin quando lo speaker non disse il nome della Callas. Il resto è storia». Ci sono quelle che lei stessa chiama coincidenze («Molte similitudini – ha aggiunto – fra la sua e la mia vita. Siamo entrambe nate sotto il segno del Sagittario, abbiamo avuto madri forti, che un po’ ci hanno rubato l’infanzia spingendoci verso la nostra carriera, amori infelici, il binomio identitario di vita e arte, l’antitesi fra pubblico e privato. E poi il suo grande sentimento per Onassis, il suo grande amore, fino alla morte di crepacuore. Nella mia vita è successo qualcosa di analogo (con Ulay e Paolo Canevari), il mio lavoro mi ha salvata. Fisicamente poi – mostrando i lunghi capelli corvini e il profilo – siamo così diverse»).

Naturalmente alle spalle, oltre al desiderio da oltre vent’anni nutrito dalla performer, c’è il grande progetto risalente al 2014, nato in coproduzione internazionale fra i Teatri di Monaco, Berlino, Parigi, Atene, Barcellona e, in Italia, San Carlo e Maggio Fiorentino (a seguire saltato), destinato inizialmente a coinvolgere sette grandi registi cinematografici (fra i quali Roman Polanski, Alejandro Gonzáles Iñárritu, Marco Brambilla, Giada Colagrande, Yorgos Lanthimos) di volta in volta artefici dei diversi episodi in video corrispondenti alle morti di Violetta, Tosca, Desdemona, Butterfly, Carmen, Lucia e Norma. Un progetto rinviato ripetutamente per motivi di budget e pandemici, quindi riformulato e affidato, dopo le defezioni di Polanski e Iñárritu, a un’unica equipe guidata da Nabil Elderkin (video), Marco Brambilla (intermezzi video), Urs Schönebaum (lighting designer)
Luka Kozlovacki (sound designer), da Benedikt Stampfli (drammaturgia), a Marko Nikodijević per le musiche inedite, a Riccardo Tisci per i calzanti costumi. Mentre, sul podio di Orchestra e Coro femminile (preparato da José Luis Basso) del Lirico napoletano, c’era Yoel Gamzou.

Punto indiscusso di forza, seppur solo virtuale nei surreali video d’arte, la presenza del pluripremiato Willem Dafoe, attore di raro impatto (tra l’altro marito dell’inizialmente coinvolta Giada Colagrande) per ruoli border e d’antagonista (da Platoon a Grand Budapest Hotel, Assassinio sull’Orient Express versione Branagh, Van Gogh solo per citarne alcuni in una filmografia immensa e magnifica), qui difatti carnefice perfetto per le sette eroine d’opera, nonché metafora del magnate greco Aristotele Onassis che alla Callas avrebbe, effettivamente, spezzato il cuore.
Dunque, a cosa si assiste nei citati cento minuti (per la precisione, 90, come la paura, più 7 a sintesi mistico-rituale di morte e rinascita si direbbe) varati in prima mondiale alla Bayerische Staatsoper di Monaco di Baviera nel settembre 2020 e, ora, in prima italiana a Napoli con cinque spettacoli in tre giorni?
A una produzione di grande arte senz’altro, maggiormente in linea con le sperimentazioni al confine fra i linguaggi di un Napoli Teatro Festival quanto pacchetto meno idoneo, nel suo complesso, a un Lirico dalle radici storiche d’altro rango, sul cui piatto dovrebbe pur sempre pesare in quota maggiore e migliore la musica unitamente al canto rispetto alle comunque lodevoli invenzioni e interazioni con artisti di calibro internazionale. E non si venga a dire che i giovani non si avvicinerebbero altrimenti alla lirica (in sede d’intervista, la Abramović sostiene che “la produzione è anche indirizzata dal desiderio di rinnovare il pubblico dell’opera, raggiungendo le giovani generazioni e rivitalizzando il genere”) perché gli esperti di settore ben sanno che il canto lirico non è certamente un’arte in agonia, né serve il grande schermo o la soluzione antologica a facilitarne una fruizione destrutturata che salti il banco di tenuta e resa qualitativa.

Ciò nei risultati significa: valida l’idea drammaturgico-progettuale, pertinente sia il senso concettuale dei testi (in inglese con sopratitoli in italiano) che il segno d’arte in video, tanto nei potenti intermezzi atmosferico-tellurici che in corrispondenza alle sette morti: “consumption” per la tubercolosi che spegne sul canto dell’Addio del passato la giovanissima Violetta in Traviata, “jumping” nel lento volo da un grattacielo industriale della Floria Tosca nel “Vissi d’arte”, fino a schiantare una berlina finendoci sopra, “strangulation” con doppio giro di due serpenti durante l’Ave Maria di Desdemona dall’Otello di Verdi, “hara-kiri” per il suicidio da contaminazione su un pianeta da day after, “knifing” per la violenta coltellata ricevuta da una Carmen che intona l’habanera vestita da toreador e stretta come un toro nei lacci di una corda, “madness” per la pazzia allo specchio che taglia e insanguina Lucia nella celebre scena e aria della follia, “burning” per il rogo in cui Norma, cantando “Casta diva”, brucia con un Pollione-Dafoe vestito e truccato a sua immagine e somiglianza. Il tutto con l’Abramović a lungo immobile, dunque nello stile delle sue performance, in un letto-capezzale in penombra, come a sognare o a rivivere quei suoi ruoli. A seguire, staccato da un siparietto nero, l’epilogo o parte seconda nella sua stanza, con i dettagli fedelmente riprodotti, l’elenco dei nomi a lei cari e l’ipotesi dei minuti prima dell’infarto, sfogliando le foto, aprendo la finestra per respirare l’aria di Parigi, gettando un vaso di fiori (il quarto, dopo Lucia) al pavimento. Poi l’uscita di scena e l’ingresso di sette domestiche (le stesse cantanti) a moltiplicazione di quell’unica, per lei fondamentale figura che fu Bruna Lupoli, pronte a velare di nero gli arredi. Infine l’uscita al proscenio dell’autrice in abito d’oro e postura da Madonna sulle note scontate – ma almeno con voce da registrazione originale – della preghiera emblema “Casta diva”, rimpolpata dalla buca e smozzata nel buio.

In posizione debole, purtroppo, la carrellata dei tasselli canori spesso schiacciati ai piedi e sostanzialmente in ombra di quanto proiettato con miglior fermezza, ampiezza e forza attraverso le micro-storie su maxischermo. Ritoccato rispetto alla formazione che avrebbe in origine dovuto inaugurare la stagione 2020/21, il pur notevolmente assortito cast vocale ha visto praticamente brillare solo la Lucia Asthon della sempre ottima Jessica Pratt (unica infatti applaudita calorosamente a scena aperta) per aderenza al ruolo, intonazione, sapienza dei fiati, cura di filati e virtuosismi all’acuto (ad esclusione del primo salto in apertura di scena) e sovracuto. Stile e timbro simil-callasiano vanno inoltre riconosciuti alla Norma di Roberta Mantegna mentre disseminate da ombre più che da luci le prove di Selene Zanetti che di Violetta non sfodera ancora la fibra salda e svettante, di Valeria Sepe per un “Vissi d’arte” minato dall’emissione coperta e dai fiati spesso spezzati. Corretta ma non esaltante persino l’Ave Maria della pur brava ma qui asettica Nino Machaidze, eccessivamente chiusa e vibrante l’emissione della Cio-Cio-San della non meno celebre Kristine Opolais (al suo esordio sancarliano) e parimenti discontinua la Carmen dell’altrove apprezzata Annalisa Stroppa. Il che si comprende perché è quasi impossibile restituire la portata di sortite apicali di un ruolo in soluzioni così avulse dal contesto. Tanto più se la direzione di Yoel Gamzou non tende a garantire credibilità ai tasselli canori sfumandosi in attacchi spesso blandi, stacchi di tempo a effetto e sostegni troppo leggeri. Migliore il suo contributo nei pannelli atmosferici – l’Orchestra ci è parsa comunque piuttosto scollata a fronte del Coro interno gestito con cura – fra collegamenti melodico-armonici e di cloud sequence fra le arie e la performance di Marina/Maria nell’epilogo, pur nella banalità dei ponti tematici e degli spunti motivici dalla Norma sparsi qua e là nel finale.

Infine, come promesso in conferenza stampa, osservando che ogni artista «ha la responsabilità di partecipare attivamente a quel che accade nel mondo e di prendere una posizione», tanto che, dopo solo sei ore dallo scoppio della guerra di questi giorni si è detta «la prima artista ad aver lanciato un messaggio di vicinanza completa all’Ucraina», ha chiesto al pubblico di avere un pensiero per il paese aggredito con qualche istante di raccoglimento a occhi chiusi.
Al termine, pubblico in piedi e plaudente con particolari entusiasmi per Jessica Pratt e per Marina Abramović, esordiente al San Carlo ma già a Napoli nel lontano 1974 per la sua performance più pericolosa ed estrema.

Teatro San Carlo – Stagione 2021/22
7 DEATHS OF MARIA CALLAS
Libretto di Marina AbramovićPetter Skavlan
Musiche di Marko Nikodijević
Scene e arie da opere di Verdi, Puccini, Bizet, Donizetti, Bellini
Ideazione, Regia e Scene Marina Abramović

Performer Marina Abramović
Interprete su video William Dafoe
Carmen Annalisa Stroppa
Floria Tosca Valeria Sepe
Desdemona Nino Machaidze
Lucia Ashton Jessica Pratt
Norma Roberta Mantegna
Cio-Cio-San Kristine Opolais
Violetta Valery Selene Zanetti

Orchestra e Coro femminile del Teatro di San Carlo
Direttore Yoel Gamzou
Maestro del Coro José Luis Basso
Costumi Riccardo Tisci
Lighting Designer Urs Schönebaum
Libretto Petter Skavlan
Video Nabil Elderkin
Sound Designer Luka Kozlovacki
Coproduzione Bayerische Staatsoper, Teatro di San Carlo,
Deutsche Oper Berlin, Greek National Opera Athens,
Liceu de Barcelona, Opéra National de Paris

Napoli, 13 maggio 2022, ore 17.00

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