Monte-Carlo, Salle Garnier – Werther

L’ultima esecuzione monegasca di Werther risaliva al 2005, ma in forma di concerto, con Ramón Vargas nei panni del protagonista. Jean-Louis Grinda non aveva ancora programmato, nelle stagioni da lui firmate, il capolavoro di Massenet e ha ben fatto a farlo nel cartellone che lo vede terminare il suo mandato in un teatro che oggi sta vivendo un vero e proprio momento di grazia artistica. Anche questo allestimento di Werther lo conferma. A realizzarlo è Grinda stesso, in coproduzione con Le Palau de les Arts Reina Sofia di Valencia, con scene e costumi di Rudy Sabounghi e belle luci di Laurent Castaingt: il team che spesso lo accompagna in molte delle sue produzioni. Dall’apertura di sipario si ha subito la percezione di come chi ha concepito lo spettacolo abbia ben compreso che il protagonista dell’opera sia vittima, prima ancora del suicidio compiuto nell’ultimo atto, della sua stessa condizione di uomo avvinto da un’inguaribile infelicità. Ecco perché lo vediamo già sanguinante e con la pistola in mano dinanzi a un grande specchio con cornice dorata, dalla quale, con un bell’uso di proiezioni (realizzate con perizia da Julien Soulier e Gabriel Grinda), assistiamo in flashback al sogno infranto di Werther, alla sua incapacità atavica di trovare una via di scampo al dolore senza speranza che lo attanaglia, che nasce dal solo fatto di essere nato per soffrire. Non può neanche vivere gli istanti felici del primo atto, al momento in cui entra in scena osservando la casa del Bailli intonando la sua ode alla natura. Quando lo fa, è come fosse già morto, accompagnato da un angelo che lo introduce nella vicenda dopo che lo specchio delle sue speranze si è infranto dinanzi alla verità del dover soffrire e la cornice che racchiudeva i suoi sogni impossibili si è divisa in molti pezzi che reggono frammenti di vetri. Al dolore quasi compiaciuto che caratterizza il personaggio di Werther, Grinda risponde dando concretezza patologica al suo essere uomo senza conforto dinanzi al “mal di vivere” che probabilmente non si sarebbe placato neanche se Charlotte lo avesse amato. Per lui, la donna desiderata ma impossibile da raggiungere, è un modo per dare concretezza al desiderio di annullamento, che subito viene presentato ad inizio opera, così da renderlo vittima della vita prima di accettare quel percorso che lo condurrà alla scelta del suicidio.

L’impianto scenico, con pochi elementi ben scelti in funzione drammaturgica, mostra una sala di colore grigio che si scompone dando spazio a proiezioni che richiamano elementi di natura e la piazza di Wetzlar. Lo specchio infranto e la sua cornice, simbolo come si è detto delle speranze da subito infrante da quel narcisista della sofferenza che è Werther, si ricompone nel finale e, prima ancora, viene riprodotto in piccolo nella sala della dimora di Albert, dove Werther siede a un tavolino in disparte seguendo Charlotte intonare l’aria della lettera. Questo percorso registico, venato di simbolismo psicologico, potenzia il senso di profonda afflizione che è caratteristica costante di un’opera dove la dimensione di un quieto vivere borghese si scontra contro le ragioni di un dolore che finisce per toccare tutti, anche chi sembrerebbe non esserne coinvolto, come la gaia freschezza di Sophie, o il sospetto che man mano fa breccia in Albert, amaramente consapevole che la sua Charlotte si sia unita a lui pur amando Werther.

Tutto ha coerenza e limpidezza di tratto in una regia dove il senso del tragico si respira anche nella direzione densa di suono di Henrik Nánási, che non si risparmia nella ricerca di colori orchestrali attraversati da una tensione interiore talvolta addirittura vibrante, ma sempre attenta a non superare quell’equilibrio fra recitazione e canto lirico che era già sigla distintiva di Gounod e che Massenet riprende mettendola in circolazione nell’opera europea di fine secolo, aprendo così molte porte al futuro dell’opera, con effetti decisivi per la formazione di quello che sarà il genio pucciniano.

Anche il cast di questa produzione è di alto livello e presenta un protagonista d’eccezione nel Werther di Jean-François Borras, uno dei migliori tenori lirici francesi dei nostri tempi. Lo è non solo perché accenta e pronuncia le parole in un francese perfetto, elemento essenziale in opere come questa, ma anche in virtù del fatto che è un vero tenore lirico, dai centri morbidi e felpati. Borras comprende bene come la musica di Massenet si muova fra desiderio e ricordo e che la sua vena melodica sia come una foglia morta che staccandosi dal ramo di un albero volteggia in aria prima di cadere a terra. La sua voce è in bilico fra nostalgia e anelito d’incanto per ciò che non è stato e non ha potuto realizzarsi; la declamazione segue il senso della frase arricchendo la linea di colori che donano anima espressiva alla parola e la impreziosiscono, all’occorrenza, di quella delicatezza capace di fare comprendere come il suo canto lirico possieda quei suoni a mezza voce, talvolta anche misti, che non tardano a mettersi in mostra nel racconto del secondo atto, con un poetico attacco di “Lorsque l’enfant revient d’un voyage avant l’heure”, e nelle strofe di Ossian del terzo, quando intona il primo “Ô, souffle du printemps?” smorzando ad arte l’emissione. Ma è anche sicuro in acuto, senza eccessi, sempre in equilibrio fra senso della misura e intensa commozione. E così fa in una scena della morte davvero toccante, con un “Là-bas, au fond du cimetière” grondante di elegiaca malinconia, ma mai zuccheroso o sdolcinato, perché il modello di Georges Thill sembrerebbe accompagnarlo plasmandone lo stile che fa di lui un tenore francese a tutto tondo, abile nel donare alla declamazione una tinta poetica e patetica che si riflette in un canto fatto di lacrime e dolore esistenziale.

Al suo fianco si ammira la Charlotte della brava Stéphanie d’Oustrac, anche lei consapevole di quanto lo stile giochi un ruolo essenziale in parti come questa. Nel suo caso la voce, piena e rigogliosa nonostante qualche suono acuto un po’ fibroso, sa caricarci di un pathos che la fa ben emergere nell’aria della lettera e in un “Va! Laisse couler mes larmes” che riflette quel turbamento emotivo attraverso il quale centra sempre alla perfezione il sentimento di donna che, per promessa alla madre morente, ha giurato di accettare uno sposo secondo le convenzioni borghesi anche se – lo dice lei stessa dopo aver incontrato Werther nel primo atto – “Dieu m’est témoin qu’un instant, près de vous, j’avais oublié le serment qu’on me rapelle!”, mentre Werther la invita a rispettare il giuramento dato pur ammettendo che, per questo, ne morirà! (“À ce serment restez fidèle!…Moi, j’en mourrai, Charlotte!”).
Ottimo anche l’Albert di Jean-François Lapointe, signorile ed elegante, sia nel portamento scenico che nelle pieghe di un canto raffinato che rende alla perfezione la consapevolezza dell’uomo borghese che con freddo distacco apprende il tradimento emotivo della sua amata. Fresca e quasi adolescenziale la Sophie di Jennifer Courcier, così come ottimi Marc Barrard (Le Bailli), Reinaldo Macias (Schmidt) e Philippe Ermelier (Johann), che danno quel tocco di piacevolezza distensiva ai colori di un dramma senza speranza. La locandina è completata da Luca Vianello (Brühlmann) e da Laura Maria Romo Contreras (Kätchen).
Grande successo finale per tutti. [Rating:4/5]

Opéra di Monte-Carlo – Stagione 2021/22
WERTHER
Dramma lirico in quattro atti e cinque quadri
Libretto di Edouard Blau, Paul Milliet
e Georges Hartmann da Goethe
Musica di Jules Massenet

Werther Jean-François Borras
Charlotte Stéphanie d’Oustrac
Albert Jean-François Lapointe
Sophie Jennifer Courcier
Le Bailli Marc Barrard
Schmidt Reinaldo Macias
Johann Philippe Ermelier
Brühlmann Luca Vianello
Kätchen Laura Maria Romo Contreras

Orchestre Philharmonique de Monte-Carlo
Choeur d’Enfants de l’Académie de Musique Rainier III
Direttore Henrik Nánási
Maestro del coro Bruno Habert
Regia Jean-Louis Grinda
Scene e costumi Rudy Sabounghi
Luci Laurent Castaingt
Film e decorazioni video Gabriel Grinda e Julien Soulier
Studi musicali Mathieu Pordoy
Assistente alla messa in scena Vanessa d’Ayral de Sérignac
Assistente alle scene Julien Soulier
Nuovo allestimento in coproduzione con
Le Palau de les Arts Reina Sofia

Monte-Carlo, 26 febbraio 2022