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Monaco di Baviera, Prinzregententheater – Agrippina

Agrippina, seconda opera italiana di Händel, è per me uno dei maggiori capolavori del Caro Sassone. La perfezione del libretto si rispecchia in una musica straordinaria, sempre attenta alla situazione drammatica, ovviamente all’interno delle forme tipiche del dramma per musica dei primi anni del Settecento (1709, per la precisione). Come dire che per essere geniali non c’è bisogno di essere originali a tutti i costi. Valga come esempio – ma non ci sarebbe che l’imbarazzo della scelta – la grande scena della protagonista, “Pensieri voi mi tormentate”, seguita poco dopo, a chiusura dell’atto secondo, dalla brillante e diversissima “Ogni vento”.

Sul palcoscenico del Prinzregententheater, il più che adeguato “secondo” teatro lirico della bellissima Monaco di Baviera, spazio senz’altro ideale per questo tipo di repertorio (che porta anche il nome del grande regista August Everding), la Bayerische Staatsoper ha presentato il recente allestimento per la regia di Barrie Kosky che, forse meno brillante di quello di David McVicar, ha il pregio di una sobrietà di scene e costumi, tra il contemporaneo e l’atemporale, con un lavoro su ogni personaggio davvero stupendo e che fornisce con ironia e cinismo, che ben si addicono a musica e testo (benché scapito della verità storica), uno degli esempi più intriganti delle manipolazioni che fanno del sesso e perfino dell’amore (cose diverse, ricordiamoci) un semplice strumento per arrivare al potere. Che si tratti di una coproduzione con Amsterdam, Amburgo e Londra dimostra l’intelligenza di alcuni teatri nell’unire forze – e finanze – per offrire al loro pubblico uno spettacolo davvero degno. Peccato che le cose non sempre funzionino in questo modo.

La Münchener Kammerochester e un continuo-ensemble (arpa, tiorba, violoncello e cembalo) hanno offerto sotto la bacchetta di Stefano Montanari una cornice orchestrale di tutto rispetto, compreso, e menomale, quello slancio che non sempre si ritrova in tanti gruppi filologici, magari bravissimi, ma di una freddezza francamente eccessiva. Il Maestro poi seguiva bene il palcoscenico, senza mai coprire le voci dei cantanti.

A questi va riconosciuta anzitutto una capacità attoriale sbalorditiva ma, sotto l’aspetto vocale, si devono fare anche dei distinguo. Spassosissimo l’unico vero comprimario (senza un’aria), il Lesbo di Andrew Hamilton, baritono di buoni mezzi. I due spasimanti dell’imperatrice erano Mattia Olivieri (Pallante) e il controtenore Cortez Mitchell (Narciso). Al primo è stata tagliata la seconda aria, “Col raggio placido”, ed è stato un peccato perché il giovane baritono italiano era in ottima forma, come ha dimostrato l’esecuzione di “La mia sorte fortunata” e dei musicalissimi recitativi. Avere un artista di tale livello per una parte come questa può essere un lusso, ma anche uno spreco. Mitchell, che invece aveva le sue due arie, è un cantante modesto e di volume non molto ampio. Iestyn Davies è un controtenore estremamente musicale ma negli ultimi anni sembra aver perduto lo squillo e il suo Ottone risultava così un po’ sottotono. John Holiday, terzo controtenore (forse un contralto o un mezzosoprano avrebbe consentito una maggiore varietà di colori) ha una voce incisiva, sempre troppo ‘in punta’ e con un italiano dove si capivano solo alcune parole isolate. Il suo Nerone, comunque, è molto piaciuto al pubblico.
Elsa Benoit, ascoltata un anno fa nello stesso ruolo in una versione in concerto a Barcellona, è un’ottima Poppea: il suo canto qui risulta più interessante e maggiormente sfumato. Inoltre, si muove benissimo in scena. Gianluca Buratto era l’imperatore Claudio, un personaggio che può scivolare nel ridicolo molto facilmente e, forse, in qualche momento dev’essere così. Il basso italiano (che poi è un vero basso) è risultato ineccepibile nel canto e formidabile nel far ridere o sorridere senza incorrere in forzature o volgarità. Anna Bonitatibus, che aveva sostenuto la parte di Agrippina al debutto dello spettacolo di Kosky, sostituiva la cantante prevista: oltre alla dimestichezza con la produzione, la sua prova è stata come sempre sinonimo di stile e tecnica. La voce è parsa a tratti meno timbrata in zona acuta, ma per il resto è stata una protagonista molto brava. Peccato che, a fine serata, il suo ricordo di Teresa Berganza (fatto senza microfono e da molti non capito) sia passato inosservato. Tal del tempo è il costume. [Rating:3.5/5]