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Milano, Teatro alla Scala – La Gioconda

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A 25 anni di distanza dall’ultima, contestata produzione, torna al Teatro alla Scala uno dei titoli-manifesto del genere della “grande opera”: La Gioconda. Su libretto di Tobia Gorrio (pseudonimo anagrammato di Arrigo Boito) tratto dal dramma di Victor Hugo Angel, tyran de Padoue, la spettacolare opera in quattro atti su musica di Amilcare Ponchielli debuttò nel 1876 proprio al Piermarini, diretta dal compositore Franco Faccio. Prima della sfortunata edizione del 1997, ricordiamo sulle tavole scaligere almeno la storica produzione di Mario Frigerio, con le recite del 1948 con Lucia Turcano, Elena Nicolai e Cesare Siepi e, nel dicembre 1952, con Maria Callas, Ebe Stignani e Giuseppe Di Stefano. Un ritorno, invero, un po’ sottotono e non del tutto soddisfacente, nonostante la festosa accoglienza del folto pubblico in sala.

La Gioconda, è risaputo, richiede un cast di prim’ordine. Grande era l’attesa per il debutto, nei panni della protagonista, di Sonya Yoncheva; aspettative deluse, due settimane fa, dalla rinuncia della diva bulgara per motivi di salute. Al suo posto troviamo Saioa Hernández, con uno dei suoi ruoli-feticcio, già affrontato nel 2018 in Italia (Modena, Piacenza e Reggio Emilia) e nel 2019 a Barcellona, inizialmente prevista pure in questa produzione scaligera programmata nell’autunno 2020, poi cancellata causa pandemia. Il soprano spagnolo esibisce una vocalità indubbiamente di notevole tonnellaggio, che ha il suo punto di forza in acuti penetranti e corposi; gli altri registri risultano invece disomogenei, soprattutto i gravi risuonano forzati, poco appoggiati e non molto consistenti. L’interprete è, poi, abbastanza generica e algida, carente di tempra drammatica; ciononostante, risolve con sufficiente credibilità l’attesa aria “Suicidio!”.
Sostituendo il previsto Fabio Sartori, Stefano La Colla affronta Enzo Grimaldo con vigoria, solidità e baldanza, grazie a una voce voluminosa, che corre con facilità nell’ampia sala, emessa in maniera stentorea, monocorde e con poche inflessioni; nella romanza “Cielo! E mar!” si percepisce un apprezzabile tentativo di sfumare il fraseggio con qualche sottigliezza.
Ritroviamo quindi Daniela Barcellona, una Laura Adorno dalla presenza scenica aristocratica e dallo strumento vocale ambrato, rotondo e omogeneo, distintasi per eleganza e stile; la romanza “Stella del marinar” è resa con convinzione e trasporto.
Assente dal Piermarini da ben 15 anni, dalla discussa Traviata diretta da Lorin Maazel, Roberto Frontali incarna un Barnaba truce, crudele e ruvido. Partito in sordina nel I atto, con acuti indietro e qualche incertezza di intonazione, nel corso della serata prende quota grazie, specialmente, alla dovizia di accenti, all’espressività accurata e alla dizione ben scolpita. Vocalità pastosa e debordante, venata di seducenti bagliori bronzei, il basso-baritono uruguayano Erwin Schrott è un Alvise Badoèro autoritario e dal portamento fiero e magnetico; impetuosa e carismatica l’aria “Ombre di mia prosapia”.
La Cieca del mezzosoprano Anna Maria Chiuri si fa apprezzare, principalmente, per il registro medio di velluto e per il fraseggiare nitido e screziato, come dimostrato nella toccante romanza “Voce di donna o d’angelo”, non inficiata da qualche forzatura in alto. Sonoro Fabrizio Beggi (Zuàne); squillante l’Isèpo di Francesco Pittari; corretti Giorgio Valerio (Un cantore/Un pilota) e Guillermo Esteban Bussolini (Un barnabotto). Come sempre encomiabili e incisivi gli interventi del Coro del Teatro alla Scala, diretto con rigore da Alberto Malazzi; meritoria la prova del Coro di voci bianche dell’Accademia Teatro alla Scala, guidato da Bruno Casoni.

Debutta in un’opera alla Scala Frédéric Chaslin. La sua è una lettura solida e nulla più, avara di colori e spesso monotona, incentrata su tempi perlopiù dilatati, più volte soverchiante rispetto al palcoscenico ed eccessivamente vigorosa nei momenti d’insieme; si registra, altresì, qualche scollamento tra buca e palco. Una direzione, in sintesi, poco rifinita, povera di mordente teatrale, che non ha approfondito o sbalzato a dovere i numerosi nuclei musicali che costellano la partitura ponchielliana.

Ben noto al pubblico scaligero è, invece, il regista Davide Livermore, protagonista nelle ultimissime stagioni di molteplici titoli. Livermore concepisce uno spettacolo onirico, stilizzato e, a tratti, ridondante, con alcune idee centrate e altre, alla lunga, stucchevoli. Protagonista indiscussa è la città di Venezia, filtrata attraverso svariati punti di vista soggettivi e differenti rimandi culturali: la pellicola Il Casanova di Federico Fellini; le tavole di Venezia celeste del disegnatore, illustratore e fumettista francese Moebius; la satira sociale di Giandomenico Tiepolo con i suoi Pulcinella; la violenza distopica del film Arancia meccanica di Stanley Kubrick. Fondamentale è poi, nell’ottica del regista, la percezione mistica che la Cieca ha dello spazio attorno a sé: ne scaturisce, quindi, una Venezia in dissolvenza, nebbiosa, spirituale e spiritistica, una realtà disorientante, magica e misteriosa, a metà tra fantasy e incubo. Le scene di Giò Forma, a onor del vero grigie e, di primo acchito, poco allettanti, mostrano di volta in volta i ponti delle calli veneziane, il cortile di Palazzo Ducale, il brigantino di Enzo, gli interni della Ca’ d’Oro, il tutto realizzato con tubi al neon e materiali leggeri e trasparenti come il tulle, così da rendere appieno le sensazioni della madre di Gioconda. Elaborati, visionari e di fogge differenti i costumi di Mariana Fracasso, che spaziano dal Settecento ai primi decenni del Novecento; fredde e atmosferiche le luci di Antonio Castro; a volte eccessivamente sovrabbondanti e poco significative le videoproiezioni di D-WOK, un susseguirsi di nuvole, incendi, navi, nebbiose vedute lagunari; coerente con la regia la coreografia di Frédéric Olivieri, alla guida dei valenti e scattanti Allievi della Scuola di Ballo dell’Accademia Teatro alla Scala.
Al termine, un teatro colmo di spettatori (tra questi, anche numerosi turisti stranieri) ha tributato a tutti un caloroso successo, con punte di entusiasmo maggiore per i cantanti; isolati dissensi per Chaslin.

Teatro alla Scala – Stagione d’Opera e Balletto 2021/22
LA GIOCONDA
Melodramma in quattro atti
Libretto di Tobia Gorrio (Arrigo Boito)
Musica di Amilcare Ponchielli

La Gioconda Saioa Hernández
Laura Adorno Daniela Barcellona
Alvise Badoèro Erwin Schrott
La Cieca Anna Maria Chiuri
Enzo Grimaldo Stefano La Colla
Barnaba Roberto Frontali
Zuàne Fabrizio Beggi
Un cantore / Un pilota Giorgio Valerio
Isèpo Francesco Pittari
Un barnabotto Guillermo Esteban Bussolini

Orchestra e Coro del Teatro alla Scala
Coro di Voci Bianche dell’Accademia Teatro alla Scala
Allievi della Scuola di Ballo dell’Accademia Teatro alla Scala
Direttore Frédéric Chaslin
Maestro del Coro Alberto Malazzi
Maestro del Coro di voci bianche Bruno Casoni
Regia Davide Livermore
Scene Giò Forma
Costumi Mariana Fracasso
Luci Antonio Castro
Video D-WOK
Coreografia Frédéric Olivieri
Nuova produzione Teatro alla Scala

Milano, 7 giugno 2022

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