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Londra, Royal Opera House – Rigoletto (con Salsi, Feola, Demuro)

Posticipata a causa della tempesta Eunice che ha letteralmente bloccato il Regno Unito nella giornata di venerdì 18 febbraio, è andata finalmente in scena lunedì sera alla Royal Opera House di Londra la prima della ripresa dell’allestimento di Rigoletto che aveva aperto la stagione 2021/22. Un Rigoletto in gran parte italianissimo per questo secondo round, visto che i ruoli principali erano affidati a Luca Salsi (Rigoletto), Rosa Feola (Gilda) e Francesco Demuro (Duca di Mantova), mentre dalla buca dirigeva Stefano Montanari. La produzione era quella nuova di Oliver Mears, ripresa senza particolari ritocchi da Danielle Urbas e che ha trovato nuovo smalto grazie a un cast nel complesso ancor meglio assortito di quello dello scorso settembre. Nonostante una partenza sottotono e alcune scelte discutibili nella direzione, la serata è stata tutta in crescendo, specialmente negli ultimi due atti, con picchi di entusiasmo e momenti musicalmente riusciti, che sono stati suggellati al termine da diverse ovazioni del pubblico presente in sala.

Un debutto quello di Stefano Montanari, violinista e direttore che ha legato il suo nome alla musica barocca, mozartiana e belcantistica, per la prima volta alla direzione di una partitura verdiana. Dopo una partenza incerta (il tema degli ottoni nel preludio risulta sottotono e l’equilibrio ritmico dell’introduzione alla prima aria del Duca precario), probabilmente migliorabile nel corso delle prossime recite, il direttore italiano dà della partitura una lettura degli estremi: tempi iper-dilatati si alternano a tempi iper-spediti. Montanari si prende certo dei rischi nel cercare la sua cifra stilistica con un compositore che ancora non gli appartiene appieno, ma è innegabile che vi sono stati dei momenti di calo della tensione narrativa specialmente nel primo atto, abbastanza noiosetto. Per fortuna le cose migliorano notevolmente dal secondo atto dove la narrazione (e il canto) decollano. Montanari sembra comunque voler tenere conto della tradizione esecutiva e da questo punto di vista non taglia in modo radicale tutte le puntature non scritte, eliminando invece quelle più anti-teatrali e conservando (forse di comune accordo con i cantanti) quelle di maggior presa sul pubblico (ad esempio il mib e il lab di Gilda/Rigoletto al termine di “Sì, vendetta”, il si naturale preceduto dalla cadenza in chiusura di “La donna è mobile” e il re naturale al termine della cabaletta “Possente amor mi chiama”). Dall’altro non si eccede con l’ornamentazione e altri eccessi stucchevoli: da questo punto di vista quindi si è ottenuto un giusto equilibrio. L’esperienza di Montanari nel repertorio antecedente a Verdi risalta invece nella cura dei contrasti dinamici, dei crescendo, nell’attenzione ai soli strumentali (come nella riuscitissima tempesta del terzo atto), nella cura dei recitativi e nell’attenzione alla linea di canto.

Veniamo al cast che, come detto in apertura, ha convinto appieno. Luca Salsi nel ruolo del titolo dimostra di conoscere bene il ruolo e di saper scavare nelle pieghe del testo con enfasi declamatoria e spiccato senso teatrale (come in “Pari siamo”). Il suono è duttile, ben emesso e risuona in maniera ottimale nella sala della ROH, con un’ottima tenuta per tutta la durata dell’opera. “Cortigiani, vil razza dannata” e “Sì, vendetta” vengono presi a tutta velocità e tutto volume, cogliendo la rabbia di Rigoletto e causando non poca eccitazione nel pubblico. Quando invece si tratta di ripiegare la voce su un volume più contenuto o dar vita a una linea di canto più spiegata (come in “Ah, deh, non parlare al misero” e “Ah! Veglia, o donna”), la resa non eccelle per nobiltà, pur rimanendo corretta. Nei duetti con Gilda, Salsi è comunque riuscito a conferire il giusto pathos drammatico. Nel complesso è stata una bella prova e il pubblico inglese è stato conquistato dalla potenza di uno strumento che non si è certo risparmiato nel corso della serata.
Rosa Feola, al suo debutto alla ROH e reduce dal successo newyorkese al MET, si è imposta ancora una volta come una Gilda completa e di qualità. Ha dato il meglio di sé nei momenti dove era richiesta un’espressione patetica, come in “Tutte le feste al tempio”, o un canto dai toni estatici o drammatici. Fluttua e fila pianissimi con abilità e una fonazione sana e morbida. I duetti con Rigoletto sono ben eseguiti, in modo particolare “Piangi, fanciulla” dove modula i suoni con efficacia; In “Sì, vendetta” tiene testa a Salsi e corona il duetto con la puntatura al mib, attaccato con sicurezza e poi rimpolpato all’occorrenza. Peccato che l’aria “Caro nome”, giustamente depurata da ornamentazione non richiesta, venga presa a tempo eccessivamente lento dalla buca: si perde così il fascino dell’aria e i trilli non colgono il palpitare del cuore di Gilda. Nonostante il tempo troppo dilatato, Feola mantiene un controllo tecnico invidiabile, terminando l’aria da distesa.
Francesco Demuro si fa apprezzare come Duca di Mantova: di bella presenza scenica, appare disinvolto e credibile, senza strafare. Vocalmente, brilla per un canto elegante dal fraseggio curato e musicalità spiccata, come in “Parmi veder le lagrime”, applauditissima. “Questa e quella” e “La donna è mobile” sono cantate con il giusto piglio baldanzoso, mentre la cabaletta “Possente amor” ha ritmica e accenti riuscitissimi. Ottima la dizione e la resa nei momenti d’insieme (la maniera con cui esordisce “Bella figlia dell’amore” è da manuale). Il suono è ben tornito nei centri mentre gli acuti in alcuni frangenti perdono un po’ di fibra, ma appaiono comunque sicuri e d’effetto. Belle le smorzature in mezzavoce.
Evgeny Stavinsky è uno Sparafucile vocalmente centrato che si fa certamente notare per qualità dello strumento, forse anche troppo di lusso per sposarsi con le fattezze del personaggio e risultare malvagio agli occhi del pubblico. Aigul Akhmetshina è una Maddalena sanguigna ben calata nel ruolo e Kseniia Nikolaieva è una Giovanna dalla bella presenza vocale. Non troppo incisivo il Conte di Monterone di Phillip Rhodes, corretti gli interventi di Egor Zhuravskii (Matteo Borsa) e Blaise Malaba (Il Conte di Ceprano).

Il Coro della ROH, diretto da William Spaulding, è stato eccellente per compattezza sonora, correttezza stilistica e piglio teatrale del canto. Efficace nel canto sillabico di “Zitti, zitti, moviamo a vendetta” e irresistibile nel “Scorrendo uniti” del secondo atto, dove le coreografie di Anna Morrissey vedevano la massa corale ricreare con i movimenti di soppiatto e la gestualità delle mani l’atto del rapimento di Gilda, mentre il Marullo di Dominic Sedgwick si atteggiava tutto fru-fru al centro della scena, strappando il sorriso del pubblico.

Abbiamo già riferito dell’idea registica di questa nuova produzione nella nostra recensione di apertura di stagione (qui il link). Ci limiteremo qui a riferire le nostre impressioni dopo una seconda visione. Confermiamo l’apprezzamento per la piena intelligibilità della vicenda e l’assenza di stravolgimenti, la complessiva piacevolezza della dimensione estetica e la giusta commistione tra tradizione e modernità. Le luci di Fabiana Piccioli, tra richiami caravaggeschi nella ricreazione vivente del Martirio di San Matteo rivisitato in chiave simbolica durante il Preludio, e l’iper-realismo dei lampi in sala e pioggia in palcoscenico nel terzo atto sono sicuramente il punto di forza, così come si apprezzano i costumi di Ilona Karas a cavallo tra attinenza storica e contemporaneità. Confermiamo anche le perplessità per alcune scelte registiche come ad esempio l’accecamento di Monterone da parte del Duca (come riferimento al Re Lear di Shakespeare) seguito dalla sua uscita di scena avvolto dal fumo con tanto di pianto di dolore, la dislocazione poco credibile dei personaggi nel terzo atto e la corsa di Giovanna a copulare con il Duca subito dopo la morte di Gilda. Con qualche aggiustamento la produzione è destinata a durare visto che, come dimostrato lunedì, con il cast giusto, lo spettacolo prende veramente vita.

Al termine applausi calorosi per tutti gli interpreti con picchi di entusiasmo per Demuro e Feola e standing ovation per Salsi. Accoglienza calorosa anche per Montanari che, con atteggiamento da rockstar (con tanto di pantaloni di pelle nera), incita il pubblico inglese a fare più rumore. Viene accontentato, e si chiude così in tripudio un Rigoletto tutto italiano. [Rating:4/5]

Royal Opera House – Stagione d’opera e di balletto 2021/22
RIGOLETTO
Melodramma in tre atti di Francesco Maria Piave
Musica di Giuseppe Verdi

Rigoletto Luca Salsi
Duca di Mantova Francesco Demuro
Gilda Rosa Feola
Sparafucile Evgeny Stavinsky
Maddalena Aigul Akhmetshina
Giovanna Kseniia Nikolaieva
Conte di Monterone Phillip Rhodes
Marullo Dominic Sedwick
Matteo Borsa Egor Zhuravskii
Conte di Ceprano Blaise Malaba
Contessa di Ceprano Amanda Baldwin
Un usciere di corte Nigel Cliffe
Paggio della Duchessa Louise Armit

Coro e Orchestra della Royal Opera House
Direttore Stefano Montanari
Maestro del coro William Spaulding
Regia Oliver Mears ripresa da Danielle Urbas
Scene Simon Lima Holdsworth
Costumi Ilona Karas
Luci Fabiana Piccioli
Nuova produzione della Royal Opera House

Londra, 21 febbraio 2022