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Londra, Royal Opera House – La bohème (con Juan Diego Flórez)

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Non siamo ancora a fine ottobre ma venerdì sera, sul palco della Royal Opera House, nevicava ancor prima dell’inizio della recita. Neve finta certamente, come quella che avremmo visto da lì a poco in scena e senza la magia di un Zeffirelli per intenderci, ma pur sufficiente a evocare il freddo inverno di Parigi. A scaldare gli animi ci ha pensato invece la musica de La bohème di Puccini. Il teatro inglese ha riproposto, sotto la supervisione di Danielle Urbas, lo spettacolo di Richard Jones, che nel 2017 sostituiva la produzione storica di John Copley (1974). Kevin John Edusei ha diretto un cast di rilevanza internazionale dove spiccavano i nomi di Juan Diego Flórez, Ailyn Perez e Danielle de Niese, ma dove si sono fatte valere anche voci giovani e poco note.

Partiamo proprio dalla compagnia di canto. Juan Diego Flórez, che da qualche anno ha ormai allargato il suo repertorio, torna a interpretare il ruolo di Rodolfo dopo il debutto a marzo 2020 all’Opera di Zurigo, teatro che – a dire il vero – rispetto alla ROH è di dimensioni ben inferiori. Non possiamo quindi non notare come in una sala grande come quella del Covent Garden, il suo risulti all’orecchio come un Rodolfo sicuramente troppo leggero, che stenta a imporsi con vigore in alcuni momenti di insieme con gli altri cantanti o quando l’orchestra suona a pieno volume. Detto questo, il bagaglio artistico è tale da consentire al tenore di salvare la prestazione grazie alla qualità del fraseggio, all’eleganza della linea di canto e alla cura del dettaglio che denota finezze da belcantista. Soprattutto nei momenti dove è più scoperto o in quelli di puro abbandono lirico come quando intona “Che gelida manina”, Florez riesce a dare il meglio di sé. Raffinato anche il suo canto nel duetto “O Mimì, tu più non torni” nel quarto quadro. Nel complesso quindi, volume a parte, è credibile come poeta innamorato.
Il soprano americano Ailyn Perez, dopo aver portato la sua Mimì in diversi teatri compresi il MET e la Scala, fa tappa anche al Covent Garden. Di lei si apprezza l’abilità nel filare, smorzare e rimpolpare i suoni in acuto, mentre i centri appaiono talvolta opachi. Intona le arie con fare dimesso e vulnerabile, quasi sottotono per poi svilupparle con ottima musicalità. “Sì. Mi chiamano Mimì” viene resa molto bene mentre “Donde lieta uscì” risulta un po’ piatta nel fraseggio. Perez regge poi nei duetti rimanendo solida in acuto, senza strilli o oscillazioni.
Danielle de Niese come Musetta si mette in mostra con il carisma della star che si fa riconoscere non appena entrata in palcoscenico. Va detto però che questo avviene principalmente grazie alla recitazione e alla componente ironica: la sua è una Musetta estremamente energica ai limiti dell’isterico e anche fin troppo civetta in senso comico, quasi volgarotta. Dall’altro lato, il canto è spesso scattoso e poco omogeneo, con gli acuti che vengono spesso spinti. Ecco che la resa di “Quando me n’ vo” non risulta memorabile, ma il pubblico è troppo divertito nel vederla camminare sui tavoli sfilandosi di dosso la biancheria.
Il baritono moldavo Andrej Zhilikvosky, al suo debutto alla ROH, è un eccellente Marcello con una voce che rimane solida vocalmente e sempre a fuoco per tutta la serata. Fornisce un ottimo supporto tanto che il suo duetto con Mimì nel terzo quadro e quello con Rodolfo all’inizio del quarto sono tra i momenti musicalmente e drammaticamente più riusciti della serata. Canta altrettanto bene Il Colline di Michael Mofidian il quale emerge in un’interpretazione applauditissima dell’aria “Vecchia zimarra, senti”: il basso-baritono scozzese si distingue per qualità del timbro, volume generoso e voce ben in avanti. Ross Ramgobin è uno Schaunard pieno di gioia di vivere, spensierato e scanzonato; vocalmente, però, rispetto agli altri suoi amici bohémiens, passa in secondo piano. Jeremy White come Benoît fa leva su un’interpretazione incentrata sulla recitazione di carattere buffonesco. Funzionali gli altri interventi.

Sul podio del Covent Garden debutta Kevin John Edusei. Il direttore tedesco lancia il discorso musicale a velocità vertiginose a inizio d’opera e cerca di tenere vivo il senso del dramma nonostante rallentamenti e momenti più dilatati che si trovano nella partitura. Nel tentativo di non eccedere con il sentimentalismo si pecca forse nell’eccesso opposto, ovvero in alcuni frangenti non viene sempre valorizzato l’abbandono melodico o la dolcezza del fraseggio pucciniano. Il coro si inserisce in maniera puntuale, anche se con qualche momento di confusione nel secondo quadro, dove invece è degno di nota l’intervento della sezione di voci bianche.

Come detto, l’allestimento è quello di Richard Jones che avevamo già recensito nel dettaglio a gennaio 2020 (qui il link). A una seconda visione, confermiamo l’impressione di uno spettacolo che alterna momenti esteticamente ridotti all’osso ad altri visivamente più suggestivi. Le luci bianche abbaglianti di Mimi Jordan Sherin contribuiscono a creare un effetto asettico che sminuisce il romanticismo e l’intimità dei momenti più drammatici. Apprezzabili i costumi ottocenteschi di Stewart Laing che firma anche le scene, giocate su un uso minimale degli spazi scenici nel primo, terzo e quarto quadro, mentre il secondo spicca per contrasto grazie al ricreare una Parigi tardo-ottocentesca fatta di gallerie, di negozi e lampioni con un viavai di gente e il Cafè Momus, trasformato da pittoresco caffè del Quartier Latin in elegante ristorante borghese. L’arrivo della folla brulicante di Parigi all’inizio del secondo quadro è tra i momenti teatralmente più riusciti. Confermiamo le nostre riserve sui cambi scena a sipario aperto tra un quadro e l’altro che finiscono inevitabilmente per impattare sulla continuità dell’azione drammatica. Sarebbe questa una cosa da rimuovere nelle riprese future.
Al termine applausi calorosi per tutta la compagnia di canto. Escono dapprima Flórez e Perez, accolti da un boato di applausi e numerosi spettatori in piedi. Buon successo di pubblico anche per gli altri interpreti.

Royal Opera House – Stagione d’Opera e Balletto 2022/23
LA BOHÈME
Opera in quattro quadri
Libretto di Giuseppe Giacosa Luigi Illica
Musica di Giacomo Puccini

Mimì  Ailyn Perez
Rodolfo  Juan Diego Flórez
Musetta Danielle de Niese
Marcello  Andrey Zhilikhovsky
Schaunard Ross Ramgobin
Colline Michael Mofidian
Alcindoro  Wyn Pencarreg
Benoît  Jeremy White
Parpignol  Andrew Macnair
Sergente dei doganieri Thomas Barnard
Un doganiere John Morrissey

Orchestra e Coro della Royal Opera House
Coro di voci bianche della Royal Opera House
Direttore Kevin John Edusei
Maestro del coro William Spaulding
Regia Richard Jones, ripresa da Danielle Urbas
Scene e costumi Stewart Laing
Luci Mimi Jordan Sherin
Movement director Sarah Fahie ripresa a cura di Danielle Urbas

Allestimento della Royal Opera House in co-produzione con
il Teatro Real di Madrid e la Lyric Opera di Chicago
Londra, 14 ottobre 2022

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