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Londra, Royal Opera House – Alcina (con Lisette Oropesa)

Dopo ben 29 anni ritorna alla Royal Opera House Alcina, capolavoro barocco di Georg Friedrich Händel, con cui il teatro londinese continua il suo ciclo di opere e oratori dedicato al Caro Sassone. Alcina ritorna proprio a Londra, laddove il titolo ebbe la sua première il 16 aprile 1735 al Covent Garden Theatre, teatro andato a fuoco nel 1808. Per l’occasione è stata messa in scena una nuova attesa produzione con la regia di Richard Jones. Al suo debutto nel ruolo del titolo, il soprano cubano-americano Lisette Oropesa è stata la principale artefice del successo della serata, dimostrando innegabili qualità e supplendo anche alle mancanze di una direzione musicale non sempre attenta alle ragioni del canto. A livello mediatico, invece, si sono rincorse le notizie a proposito di uno spiacevole episodio di contestazione durante la performance del dodicenne Malakai M Bayoh chiamato a interpretare Oberto, di cui riferiremo in questo resoconto.

Considerato che si tratta di una ripresa londinese, per altro in un anno in cui Alcina era in cartellone anche al festival inglese di Glyndebourne con la regia di Francesco Micheli, vale la pena citare le poche rappresentazioni che quest’opera ha avuto a Londra nel corso della storia passata e recente. Il cast della prima assoluta del 1735 comprendeva il soprano Anna Maria Strada (Alcina), il primo uomo Giovanni Carestini detto il Cusanino (Ruggiero), il contralto Maria Caterina Negri (Bradamante), i cantanti inglesi Cecilia Young (Morgana) e John Beard (Oronte), oltre al basso Gustavus Waltz (Melisso) e al corista quattordicenne William Savage (Oberto). Vi saranno diciotto recite in quella stagione, tre nel 1736 e due nel 1737. Dopodiché la compagnia di Händel sprofonda sotto il peso dei debiti e, anche a causa del progressivo venir meno del consenso per l’opera italiana, il compositore si dedicherà alla produzione oratoriale. Alcina non verrà più rappresentata in Inghilterra. Bisognerà aspettare il 1957 per la prima ripresa in epoca moderna all’Handel Opera Society con Joan Sutherland, mentre il ritorno al Covent Garden, in quella che oggi si chiama Royal Opera House, avverrà nel 1960. Nel 1962 la celebre Alcina veneziana di Zeffirelli verrà rappresentata per quattro recite con un cast capitanato sempre dalla Stupenda Joan Sutherland, sotto la bacchetta di Bryan Balkwill. Si giunge poi al 1993 quando va in scena una produzione con un cast diretto da John Fisher che annovera tra gli altri Yvonne Kenny (Alcina), Ann Murray (Ruggiero) e Kathleen Kulmann (Bradamante). Poi una lunga assenza di 29 anni a cui la recita di martedì ha finalmente posto fine.

Richard Jones firma uno spettacolo che, al netto di qualche scivolone gratuito che ha smorzato a tratti la forza drammatica e di qualche incongruenza tra riferimenti storici e adattamento contemporaneo, ha dei momenti belli e qualche spunto intelligentemente sagace, con anche una punta di humour che ha reso le tre ore e passa di barocco più digeribile per un pubblico generalista. Jones immagina Bradamante, Melisso e Ruggiero come membri di una comunità/setta di Puritani la cui vita è regolata da un libro di precetti dal titolo “The only path” (il solo sentiero) i cui valori cardine sono Amore, Grazia, Dovere e Cortesia. La maga Alcina si infiltra in questa comunità, gettando simbolicamente i loro libri nella spazzatura. Li attira nel suo mondo edonistico e li trasforma in animali dopo una spruzzata rosa del profumo “Alcina” (che sostituisce l’urna magica). La maga Alcina è una sorta di diva-testimonial di un profumo di alta moda (i cui poster campeggiano su un muro del palazzo, usato per dividere lo spazio scenico) che si muove seducente in tubino nero e scarpe Louboutin, unico tocco glamour dei costumi firmati da Antony McDonald, che cura anche le scene. Queste ricreano il palazzo della maga con lettone al centro e mura rivestite di drappeggi, oltre al giardino incantato con delle piante finte stile enormi bonsai su delle pedane scorrevoli spostate a mano da figuranti con testa d’animale che ricordavano in chiave moderna il rispettivo equivalente nella produzione del 1978 di Aix-en-Provence. Nel giardino troviamo anche una sorta di casetta da giardino con utensili e vasi, che ospiterà la riconciliazione amorosa tra Oronte e Morgana nel terzo atto. Le luci di Lucy Carter danno al palazzo un effetto da night club, tanto che a un certo punto arriva anche una mega strobosfera da discoteca a illuminare il teatro. Effetto sicuramente più piacevole dei soliti neon freddi che invece illuminano la casetta da giardino. Al termine dell’opera, Jones fornisce un twist ironico e giocoso alla vicenda tra le risate collettive del pubblico.

La compagnia di canto si dimostra complessivamente all’altezza. Su tutti domina lei, la star Lisette Oropesa che ha illuminato la serata con una prova di valore per controllo della vocalità e qualità dell’esecuzione. Nessun segno di insicurezza, nessun nervosismo legato al debutto in un ruolo chiave del repertorio barocco, un repertorio che Oropesa sta esplorando con successo e che ci auguriamo possa mantenere ed espandere con sempre più consapevolezza stilistica. Certo Alcina è storicamente associato a soprani con un certo spessore vocale (Sutherland in primis), ma non sono mancate interpreti più leggere in tempi più recenti. Oropesa ha tutta l’estensione per il ruolo, acuti e sovracuti che ci regala nelle variazioni (chissà cosa farebbe con “Tornami a vagheggiar” se l’aria venisse riaffidata al personaggio di Alcina) oltre a bei centri su cui fa leva nei recitativi o nei salti. Lega con gusto, trilla in modo fenomenale e si muove attraverso le zone del pentagramma con facilità e su fiati ben controllati. Coglie poi l’evoluzione del personaggio da maga-seduttrice a donna ferita. Le sue due arie del secondo atto rubano la scena. È dolente in “Ah, mio cor!” e spiritata ma senza effetti nevrastenici in “Ah! Ruggiero crudel…Ombre pallide”, dove tra l’altro sfoggia agilità sciorinate con grande fluidità. Scatena poi tutto il suo furore e i suoi toni vendicativi con una resa di “Ma quando tornerai” musicalmente travolgente. In “Mi restano le lagrime” Oropesa rende poi bene in musica la vulnerabilità di una donna che sa di aver perso i suoi poteri.
Emily D’Angelo canta il ruolo che fu di Carestini come mezzosoprano en travesti per cui D’Angelo ha le giuste fattezze sia fisiche che vocali. Lo strumento ha una bella omogeneità, mentre la resa vocale è in crescendo. Inizia sottotono, a dir la verità, con un fraseggio abbastanza generico e senza grande varietà di sfumature. “Mi lusinga il dolce affetto” non emoziona come dovrebbe, mentre “Verdi prati” (cantata seduta su un ramo d’albero) è resa più efficacemente. Il pezzo forte viene riservato per il terzo atto con “Sta nell’ircana”, dove la cantante dimostra una bella tenuta e un virtuosismo che seppur non funambolico è comunque ben uniforme vocalmente su tutta la gamma e musicalmente ferrato.
Mary Bevan è una Morgana dalla forte carica sexy (degna sorella di Alcina) con tanto di chioma di riccioli rossi e vestitino trasparente. Vocalmente dimostra una buona flessibilità, come quando canta “Tornami a vagheggiar”, tuttavia gli acuti appaiono spesso inariditi e assottigliati all’ascolto. Anche le arie più dolenti non ci hanno colpito più di tanto.
Il mezzo armeno Varduhi Abrahamyan, nel ruolo di Bradamante, ha dimostrato un innegabile temperamento e una sincera immediatezza comunicativa come interprete. Buono il controllo delle agilità in “Vorrei vendicarmi del perfido cor” e apprezzabile la musicalità di “All’alma fedel”. Il tenore inglese Rupert Charlesworth è efficace scenicamente come Oronte vigoroso e maschile e canta con altrettanto impeto, anche se qualche passaggio tecnico è apparso tirato e poco omogeneo. La resa di “Un momento di contento” potrebbe essere più rifinita. José Coca Loza come Melisso/Atlante porta a casa una buona prova anche se non al pieno delle sue possibilità vocali.

Veniamo ora all’episodio spiacevole di contestazione a cui abbiamo accennato. Il dodicenne Malakai M Bayoh, allievo dodicenne della Cardinal Vaughan Memorial School, era chiamato a interpretare il difficile ruolo di Oberto secondo la prassi di affidare questo ruolo a una voce bianca (come abbiamo visto anche nell’Alcina di Firenze di qualche settimana fa). A metà della sua seconda aria “Tra speme e timore” si sono udite delle contestazioni abbastanza sonore da parte di uno spettatore che a quanto pare si sarebbe lamentato a tal punto da inveire urlando “Rubbish!” (spazzatura!) per poi boare il bambino e lasciare la sala. Un vero tam-tam mediatico si è scatenato dopo un tweet del corrispondente del Financial Times che ha causato una catena di reazioni di sdegno. Il piccolo ha dimostrato sangue freddo da vendere (un altro sarebbe scappato in lacrime); Bayoh infatti non si è scoraggiato, ha finito la sua aria ed è stato sostenuto dal pubblico che lo ha applaudito con calore a ogni suo intervento da lì a venire. A rendere l’episodio più inquietante, il fatto che il bimbo fosse di colore. E infatti alcuni organi di stampa non hanno tardato a etichettare l’attacco come razzista. Non è dato conoscere le intenzioni del gesto, ma sull’onda del clamore mediatico la ROH ha dovuto rilasciare un comunicato di sdegno precisando che sono state prese misure affinché lo spettatore non rimetta piede al Covent Garden. Ora l’episodio è stato sicuramente esecrabile (quando mai si è visto per lo meno di recente alla ROH una tale contestazione verso un cantante adulto per esempio? E di mediocri ne passano, si badi bene), ma nella sua brutalità forse suscita una riflessione, ossia: ha senso continuare ad affidare la parte impervia e molto scoperta di Oberto a dei ragazzini che per natura non padroneggiano ancora la fonazione di questo tipo di arie? A furia di rendere un omaggio filologico al quattordicenne William Savage, interprete originario della parte, si rischia di mandare allo sbaraglio dei bambini magari non all’altezza del compito. Malakai M Bayoh è comunque già diventato una star del futuro secondo la stampa inglese, quindi non tutto il male vien per nuocere.

A livello musicale questa Alcina è stata un po’ un’occasione mancata, nel senso che la direzione di Christian Curnyn non ha valorizzato appieno né la partitura né la resa degli affetti barocchi. Se da un lato si può apprezzare un senso di misura stilistica e un voler rifuggire da alcuni eccessi o forzature che oggi vanno per la maggiore, dall’altro la stessa misura è spesso sfociata in eccessiva flemma, soprattutto nel primo atto. Ci è voluto un bel po’ prima che l’esecuzione carburasse e trovasse mordente, che è arrivato grazie a Dio in alcune arie virtuosistiche. Curnyn dirigeva con occhio attento allo spartito quasi tutto il tempo, riservando poca attenzione ai cantanti in scena. Alcuni disallineamenti verranno probabilmente smussati nel corso delle successive recite, ma è innegabile che sia mancato il supporto alle voci in alcuni momenti critici.
A regalarci il momento musicalmente più sopraffino è stata la violoncellista Hetty Snell, parte del gruppo del continuo, che si è distinta per l’accompagnamento obbligato all’aria di Morgana “Credete al mio dolore”. Peccato che sul finire qualche risatina del pubblico per la trovata registica (sveltina di riappacificazione con Oronte con tanto di cinguettio d’uccelli finale) abbia smorzato la magia musicale di questa aria bellissima. Complessivamente viene da osservare che con tutta l’evoluzione della prassi esecutiva della musica barocca, questa ripresa avrebbe meritato un’esecuzione diversa e più stimolante.
Al termine, dopo il finale inaspettato all’insegna dello humour, atmosfera di giubilo di festa e grandi applausi per tutti gli interpreti. Applausi anche per il team registico. A giudicare dal successo di pubblico, la produzione rimarrà sicuramente in repertorio nelle stagioni a venire e non dovremo quindi aspettare altri 29 anni per rivederla sul palcoscenico del Covent Garden. [Rating:3.5/5]

Royal Opera House – Stagione 2022/23
ALCINA
Dramma per musica in tre atti su libretto anonimo,
da L’isola di Alcina musicata da Riccardo Broschi (Roma 1728)
Musica di Georg Friedrich Händel

Alcina Lisette Oropesa
Ruggiero Emily D’Angelo
Morgana Mary Bevan
Bradamante Varduhi Abrahamyan
Oronte Rupert Charlesworth
Melisso José Coca Loza
Oberto Malakai M Bayoh

Orchestra della Royal Opera House
Direttore Christian Curnyn
Regia Richard Jones
Scene e costumi Antony McDonald
Luci Lucy Carter
Coreografia Sarah Fahie

Nuova Co-produzione della Royal Opera House e del MET
Londra, 8 novembre 2022