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Londra, Barbican Centre – Eden: concerto-performance di Joyce DiDonato

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Il tour promozionale dell’ultimo album di Joyce DiDonato, pubblicato da Erato lo scorso febbraio e intitolato Eden, ha fatto tappa al Barbican Centre di Londra dopo aver toccato numerose città europee. Chiamarlo concerto sarebbe riduttivo perché di fatto abbiamo assistito a una produzione in forma semi-scenica vera e propria in cui DiDonato si è confermata non solo cantante versatile dal carisma fuori dal comune, ma anche performer a tutto tondo. Con lei si è esibito il complesso barocco più richiesto dalla discografia di oggi, ovvero Il Pomo d’Oro, superbamente diretto da Maxim Emelyanychev alla tastiera.

Connessi all’Opera aveva avuto il privilegio di intervistare la celebre cantante, che in un’intervista (qui il link) ci aveva spiegato nel dettaglio il concept di questo progetto, concepito come un invito a riconnettersi con la Natura. Un’idea originariamente nata sull’onda della discussione in atto sul cambiamento climatico e che ha poi assunto una dimensione di riflessione più ampia dopo la lunga pausa della pandemia, rendendo il concetto più universalmente condivisibile da tutti e meno divisivo o attaccabile. Come spesso capita nei progetti della DiDonato, attivismo, visione artistica e carisma musicale si fondono efficacemente fornendo una proposizione di prodotto distintiva, non per tutti i gusti certo, ma caratterizzata da un’innegabile padronanza dell’intero processo creativo. Su tutto prevale la sostanza del canto e la capacità di rompere gli schemi del mezzosoprano americano.

Si parlava di un vero e proprio spettacolo semi-scenico, più che un recital di canto vero e proprio. Eden farà il giro di 5 continenti nel giro di due anni, toccando 45 città con un lancio promozionale veramente in pompa magna. La performance prevedeva l’utilizzo di una macchina scenica basata su due pedane circolari nere ruotanti, su cui venivano incastonati pezzi metallici curvilinei che andavano a formare due cerchi, uno completato dopo pochi brani e uno chiuso in maniera simbolica solo quasi al termine del programma. L’effetto è stato sicuramente un colpo d’occhio, anche se i continui movimenti scenici e il ruotare di questi cerchi hanno finito per distrarre in certi momenti, per lo meno gli spettatori seduti nelle prime file.
La cantante, dopo essere scesa nell’oscurità dalle scale della platea, è salita scalza sul palcoscenico per poi muoversi all’interno e intorno alla pedana, utilizzando e brandendo anche i pezzi metallici a tempo di musica a seconda dei pezzi. Luci dall’alto e dal fondo venivano proiettate verso l’artista e verso il pubblico, creando interessanti riflessi ed effetti dal richiamo naturalistico. La stage performance ha funzionato senza intoppi, prova che la macchina scenica è stata collaudata nelle date precedenti; il canto non ne ha quindi risentito e l’interprete è rimasta in pieno controllo fino al termine del concerto.

Dal punto di vista del programma l’esecuzione non ha previsto alcun intervallo e i brani (che coprono quattro secoli dal ‘600 ai giorni nostri) sono stati eseguiti l’uno dopo l’altro senza soluzione di continuità e con minime interruzioni che hanno permesso qualche applauso spontaneo dopo le arie più d’effetto. Ecco che Mahler si collegava a Biagio Marini, Cavalli a Gluck, Mysliveček a Copland. Sembra un azzardo discutibile, ma anche grazie a qualche aggiustamento stilistico da parte de Il Pomo d’Oro (chi avrebbe detto che un complesso del genere potesse eseguire Lieder di Mahler e Wagner) il tutto è fluito senza che ci fossero brani palesemente deboli. Anche per quanto concerne la scelta dei pezzi si è praticamente proposto l’album nella sua interezza, senza interpolazioni di altri brani di repertorio come spesso capita con altri recital di canto legati ad album appena lanciati. Anche i bis erano tratti dall’incisione. In questo senso il progetto è stato proposto in maniera organica e la recensione del concerto di ieri sera funge quindi pienamente da recensione dell’album. Anzi, avendo ascoltato l’incisione bisogna dire che la resa dal vivo è stata ancora più efficace del prodotto in disco che sconta qualche momento sottotono.

Prima di tutto bisogna notare che la voce di DiDonato anche in una sala dall’acustica secca per grandi formazioni orchestrali come quella del Barbican si è espansa benissimo fin dal primo istante. Il concerto si è aperto con un brano di Charles Ives intitolato “The unanswered question”: su un fondo di accompagnamento d’archi in pianissimo dai toni ipnotici, si inseriscono diversi interventi di DiDonato con un motivo originariamente concepito per tromba e qui ripreso dalla voce. Musicalmente l’effetto è quasi quello di una modulazione stile ululato che simbolicamente rimane senza risposta e che viene amplificata da interventi in dissonanza dei fiati: un effetto inquietante e suggestivo al tempo stesso. È una breve parentesi e forse un momento completamente a se stante, dal momento che i toni diventano più distesi e rasserenanti con il secondo brano, una prima firmata dalla compositrice premio Oscar Rachel Portman intitolata “The first morning of the world”; qui la cantante modella dei bei pianissimi, plasma un fraseggio disteso dai toni bucolici e delle dinamiche fluide. L’atmosfera si collega perfettamente al Lied di Mahler “Ich atmet’ einen linden Duft” dai Rückert-Lieder, dal carattere gentile e sognante. Si salta poi al ‘600 di Biagio Marini, con l’aria dagli accenti danzanti dal titolo “Con le stelle in ciel che mai” da Scherzi e Canzonette.

Cambio di carattere ed epoca con un brano del classicismo ceco, “Toglierò le sponde al mare” da Adamo ed Eva di Josef Mysliveček: qui DiDonato si destreggia con le agilità e gli scatti di esuberanza ritmica. A seguire “Nature, the Gentlest Mother” da Eight poems of Emily Dickinson di Copland, dai toni evocativi e dove spiccano dei bei pianissimi in acuto. Di Cavalli viene eseguita “Piante ombrose” da La Calisto, con un efficace contrasto tra il carattere dimesso dell’apertura e l’incisività enfatica delle battute finali.
Dramma operistico e temperamento spiccato invece sono presenti nell’aria dell’Ezio di Gluck “Ah! Non so io che parlo” preceduta dal recitativo “Misera, dove son!”. Apprezzabili l’intenzione espressiva, la dizione italiana, l’uso di centri ben timbrati e gli sfoghi di furia in acuto.
Ancora una volta un cambio drastico di carattere visto che si passa alla stupenda aria di Irene “As with rosy steps the morn” dalla Theodora di Händel, fresca di successo alla ROH e senza ombra di dubbio una delle prove più riuscite della carriera del mezzosoprano. Si chiude all’insegna di una vulnerabile introspezione “Ich bin der Welt abhanden gekommen” dai Rückert-Lieder di Mahler, dove la cantante mostra un ottimo controllo dei fiati con pianissimi ed effetti di sospensione ben efficaci.

Il Pomo d’Oro ha accompagnato in maniera incisiva e duttile ritagliandosi il suo spazio in due parentesi strumentali, la Sonata enharmonica di Giovanni Valentini e la Danza degli spettri e delle furie da Orfeo ed Euridice di Gluck, quest’ultima eseguita in modo elettrizzante. In queste arie di furia Il Pomo D’oro veramente eccelle e il suono rimane sempre di qualità e compatto senza diventare troppo metallico o chiassoso. Maxim Emelyanychev ha diretto dal cembalo con notevole pertinenza stilistica e indubbia vitalità ritmica nei momenti più infuocati. Da menzionare gli interventi dei fiati (in particolare Eva Ivanova al flauto e Francesco Spendolini al clarinetto).

Al termine, dopo un’ora e mezza di musica senza sosta, DiDonato è stata accolta da un boato, a cui è seguito il primo bis, il breve “Schmerzen” da Wesendonck Lieder di Wagner, in cui il mezzosoprano, pur senza lo spessore dei drammatici veri e propri e senza un tedesco perfetto, ha svettato in acuto con il suo caratteristico vibrato veloce. Un’apprezzabile interpretazione. Dopo gli applausi che hanno sancito il trionfo, la cantante con microfono alla mano ha comunicato la sua gioia per il ritorno alla musica dal vivo dopo la lunga pausa della pandemia e spiegato brevemente la genesi di questo progetto, inclusa l’idea di regalare a ciascun presente una bustina di semini da piantare a casa, in modo che il progetto EDEN possa avere un seguito concreto.
Non è finito qua perché, come spiegato dalla cantante, in ogni città del tour sono stati coinvolti dei cori di bambini, per preparare un brano dal titolo “Seeds of hope” (semi di speranza). Per l’appuntamento di Londra sono stati uniti i bimbi del Music Centre London Choir con il coro dell’Istituto Bishop Ramsey. La cantante al centro del gruppo di bambini ha armonizzato con il coro. Infine ha fatto sedere i piccoli e ha cantato rivolta a loro da seduta la celebre aria “Ombra mai fu” di Händel. Il concerto è quindi terminato fra le “frondi tenere e belle del mio platano amato”, quale immagine migliore per un concerto dedicato alla Natura. Ancora ovazioni e poi i presenti entusiasti hanno lasciato la sala con tanto di semini da piantare a casa.

Barbican Centre – Stagione di musica classica 2021/22
EDEN
Musiche di Cavalli, Händel, Valentini, Marini,
Gluck, Mysliveček, Mahler,
Wagner, Ives e Portman.

Joyce DiDonato mezzosoprano e produttrice esecutiva

Il Pomo d’Oro
Maxim Emelyanychev direttore e clavicembalista
Stage director Marie-Lambert-Le Bihan
Lighting designer John Torres
Con la partecipazione del Music Centre London Choir
e il Bishop Ramsey CE School Choir
Londra, 05 aprile 2022

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