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Innsbruck, Festival della musica antica 2022 – Silla

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La quarantaseiesima edizione delle Innsbrucker Festwochen der Alten Musik rinnova l’emozione di un programma ricco di proposte sempre di alta qualità e porta nel capoluogo tirolese tanti artisti di calibro internazionale che fanno della rassegna una delle più rappresentative, in ambito barocco, a livello globale. Il Tiroler Landestheater è uno dei luoghi cardine in cui si svolgono gli eventi della manifestazione: due delle tre opere vengono ospitate dalla sala cittadina che da sempre costituisce il baricentro musicale di Innsbruck.

Il titolo lirico inaugurale  è Silla di Carl Heinrich Graun (1753), una produzione molto attesa soprattutto in virtù della rarità con cui si ascoltano partiture del compositore tedesco. L’autore è il più noto dei tre fratelli Graun: la sua attività alla corte di Federico II re di Prussia, in qualità di maestro di cappella dal 1741 alla morte, nel 1759, gli ha permesso di esprimere al meglio le proprie abilità compositive. I mezzi e le possibilità economiche della corte prussiana assicurano, a un autore di quel periodo, di poter beneficiare di artisti di un certo livello, con esecuzioni degne di una corte europea. Inoltre va tenuto conto della passione artistica del sovrano: Federico II infatti è flautista e compositore, come nella migliore tradizione dei regnanti illuminati, e si diletta di poesia tanto da redigere, in francese, alcuni libretti tra i quali quello di Silla tradotto in italiano, la lingua ufficiale della rappresentazioni operistiche d’allora, da Giovanni Pietro Tagliazucchi. La scelta del soggetto riveste una funzione di esaltazione per l’immagine pubblica di Federico II: nonostante il potere totalitario di Silla, egli incarna un misto di prestigio e ragion di stato. In definitiva il protagonista funge da perfetto esempio del servitore dello stato che agisce per l’amore e la gloria della patria, fino al pronto ritiro dalla scena pubblica non appena ottenuto il benessere e la stabilità generale. Il libretto di Federico II si concentra sui maneggi di Silla per ottenere da un lato la mano di Ottavia, dall’altro il riconoscimento della cerimonia del trionfo, come d’uso nell’antica Roma per i condottieri valorosi contro i nemici esterni. Tuttavia il vero nodo del testo, ciò che colpisce l’uditorio anche in virtù del prezioso lavoro musicale di Graun, è senza dubbio il finale che glorifica Silla per la sua magnanimità e per il tempismo perfetto nel ritiro a vita privata, a dimostrazione della sagacia politica e del governo illuminato.

L’allestimento si pone l’obiettivo di cogliere gli aspetti fondamentali tanto della vicenda quanto della collaborazione tra compositore e imperatore-librettista. Da questo punto di vista la preparazione del regista Georg Quander è di certo un punto a favore della affidabile lettura dell’opera. Quander ha infatti una lunga frequentazione, addirittura dal lontano 1981, con il teatro musicale di Graun, nel dettaglio per la messinscena di due titoli, Montezuma e Cleopatra e Cesare, quest’ultimo in una produzione guidata da René Jacobs. La sua interpretazione della partitura si inserisce nel solco della tradizione ed evita clamorose e, allo stesso tempo rischiose, letture alternative, pur riservando qualche tocco moderno alla realizzazione visiva. La caratterizzazione dei personaggi è efficace e la recitazione funzionale alla comprensione della vicenda. Quander è affiancato da Julia Dietrich che si occupa di scene e costumi. Anche lei si affida a una certa consuetudine rappresentativa e pone in scena una serie di elementi legati alla storia romana: statue, busti, obelischi richiamano più una visione neoclassica, quasi palladiana, peraltro confermata anche dai pochi oggetti d’arredamento. L’abbigliamento è decisamente opulento, a tratti ridondante, ma ha il grande pregio della vivacità coloristica mentre trucco e acconciatura lasciano trapelare qualche riferimento cinematografico.

La concertazione della produzione è affidata ad Alessandro De Marchi che si muove con agio nei meandri della scrittura tardo barocca di Graun: il direttore conosce a menadito il linguaggio musicale europeo di quel periodo e lo dimostra imprimendo alla lettura una sensibilità del tutto particolare, corroborata da una musicalità assai efficace. Le sue intenzioni trovano riscontro anche nell’impegno con cui l’Innsbrucker Festwochenorchester risponde alle sollecitazioni: gli esecutori di questo giovane gruppo si dimostrano solerti nel dare riscontro alle indicazioni ricevute, benché palesino, alle volte, qualche lieve disomogeneità nell’insieme che non inficia comunque il buon rendimento complessivo. Sempre valido il contributo del Coro Maghini, preparato a dovere da Claudio Chiavazza.

Oltre alle presenze di alta qualità finora menzionate, si annovera anche un cast di primo livello. La produzione tirolese raduna infatti alcuni dei massimi interpreti del repertorio barocco attualmente presenti a livello internazionale. Su tutti spiccano Bejun Mehta, Silla, ed Eleonora Bellocci, Ottavia. Il primo si dimostra particolarmente versato nel canto legato, ha timbro corposo e innata musicalità. Queste peculiarità si riscontrano tanto nel recitativo e aria “Povero core… Vago adorato oggetto” in chiusura del primo atto, quanto nell’imponente scena quarta del terzo atto “Ah Metello ha ragion… che feci?” dove il cantante dà un’ulteriore riprova della spiccata espressività e padronanza del fraseggio, nonostante qualche asperità nella pronuncia italiana. Bellocci si conferma interprete intelligente e musicista raffinata. La sua Ottavia è delineata con impeccabile gusto stilistico e puntuale attenzione alla parola scenica. Le caratteristiche sottolineate si evincono in momenti quali le scene e arie “Dunque il suo cor giammai… Sol nel caro amabil volto” dall’atto primo, in cui viene esibito anche un morbido canto d’agilità, e “Amato bene… In questo amplesso un pegno” che evidenzia il preciso legato e rimarca l’ottima duttilità di fraseggio.
Roberta Invernizzi agisce nei panni di Fulvia, madre di Ottavia, e lo fa mettendo in evidenzia da subito la sua innata musicalità, sorretta dall’omogeneità della linea canora e dal fraseggio, sempre sapientemente calibrato. Il Metello di Valer Sabadus si avvale del timbro opalino del controtenore che, a fronte di qualche ruvidezza nella dizione, risulta assai convincente in scena. Completano il cast Samuel Mariño, Postumio non sempre incisivo e a tratti problematico nell’intonazione, Hagen Matzeit, Lentulo corretto e volitivo, e Mert Süngü il cui bel colore tenorile tratteggia con piglio e affidabilità il crudele Crisogono.
Il pubblico accoglie trionfalmente una produzione attesa da tempo e realizzata con la consueta e nota cura del festival tirolese.

Innsbrucker Festwochen der Alten Musik 2022
SILLA
Dramma per musica in tre atti
Musica di Carl Heinrich Graun
Libretto di Federico II
(scritto in francese, tradotto in versi italiani
da Giovanni Pietro Tagliazucchi)

Silla Bejun Mehta
Metello Valer Sabadus
Lentulo Hagen Matzeit
Postumio Samuel Mariño
Ottavia Eleonora Bellocci
Fulvia Roberta Invernizzi
Crisogono Mert Süngü

Innsbrucker Festwochenorchester
Direttore Alessandro De Marchi
Coro Maghini
Maestro del coro Claudio Chiavazza
Regia Georg Quander

Scene e costumi Julia Dietrich

Innsbruck, Tiroler Landestheater, Großer Saal

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