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Firenze, Teatro del Maggio, Auditorium – Alcina (con Cecilia Bartoli)

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Il Barocco come categoria dello spirito, non ascrivibile a una sola epoca storica. Il Barocco come mondo, caleidoscopio capace di stupire e meravigliare. Il Barocco come grande palcoscenico per le umane passioni. Soprattutto per quell’incantamento d’amore che tutti seduce e che tutti viviamo, pur nella diversità delle storie e delle sensibilità. Un incantamento che promana dalla musica di Georg Friedrich Händel e dalla sua Alcina, immaginifico capolavoro in scena al Teatro del Maggio con la direzione di Gianluca Capuano, sul podio de Les Musiciens du Prince – Monaco, e con la regia di Damiano Michieletto.

Spettacolo straordinario anche per la presenza di colei che più di tutti, in questi ultimi anni, ha legato il suo nome alla riscoperta e alla valorizzazione del repertorio barocco, ovvero Cecilia Bartoli. Artista somma, non solo per l’intelligenza interpretativa che anima ogni sua esibizione, ma pure per la perizia tecnica, che le consente di modulare lo strumento vocale con una facilità e duttilità sorprendenti. Sia quando sgrana con precisione millimetrica e implacabile senso ritmico i virtuosismi delle arie di furore, sia quando si piega a un canto nostalgico e dolente, nelle pagine di più intensa ispirazione lirica. C’è poi la presenza scenica, davvero magnetica, tanto più che, con Alcina, siamo di fronte a una maga. Figura divisa tra la sua natura più cupa, ctonia nell’altera determinazione di cui è portatrice, e l’amore che pure la ferisce e alla fine la sconfigge, togliendole addirittura i suoi infernali poteri. Ritratto credibilissimo, quello di Cecilia Bartoli, che trova degno contraltare nella superlativa esibizione di Carlo Vistoli. Il suo Ruggiero fa anzitutto leva su una voce tornita, morbida, ben proiettata; il fraseggio, poi, è sempre incisivo, studiato, mai lezioso. L’interprete è convincente nel restituire la lacerazione del suo animo tra l’amore per la maga e l’orgoglio del guerriero.

Intorno a due siffatti protagonisti, un cast di ottimo livello anche se, va detto, non eccezionale come loro. L’agile voce di Lucìa Martin-Carton affronta con puntuta precisione i virtuosismi delle sue arie, anche se il timbro, soprattutto nelle note più acute, sconta una leggera durezza. Piace pure la Bradamante di Kristina Hammarström, voce di colore chiaro e omogeneo, interprete di misurata espressività, così come il giovanissimo solista dei dei Wiltener Sangerknaben, cristallino Oberto, particolarmente applaudito dal pubblico. Ottimi Petr Nekoranek (Oronte di vibrante presenza) e Riccardo Novaro (Melisso autorevole).

“Linguista e filosofo” si definisce Gianluca Capuano nelle note di sala: con la cosiddetta “musica antica”, l’interprete ha a disposizione un lessico e deve ricostruire una grammatica perduta. Quella ascoltata a Firenze è la grammatica della meraviglia, quella stessa che compare sulla scena filosofica del mondo con Cartesio ma che trova un importante antecedente proprio in Ariosto e nel suo Orlando furioso, all’origine del libretto di Alcina. Una enciclopedia della retorica barocca, quest’ultima, incentrata com’è su alcuni concetti cardine dell’estetica di quello stile, ovvero l’esuberante, lo stupore, il fantastico. Figure di una lingua che la compagine guidata da Capuano ha saputo articolare con sapientissima verità: intonazione perfetta, vigoroso senso del teatro, incalzante incedere ritmico, ricchezza inaudita di sfumature, fantasia sbrigliata nelle variazioni, precisione, morbidezza di legato e lucente bellezza del suono. Un barocco mai così emozionante, vivo, coinvolgente. L’esito – merito anzitutto della musica di Händel, divinamente ispirata – è una continua tensione emotiva che si turba nelle pagine sdegnose e in quelle liriche si distende in nostalgica contemplazione.

Coerentemente con quanto detto, l’isola incantata di Alcina per il regista Damiano Michieletto non è altro che il luogo dell’inganno e dell’ambiguità, ove nulla è come appare. Così, una parete di vetro montata su una pedana girevole, divide, cela e crea simmetrie ingannevoli e illusorie. Dietro tale parete, privati della loro identità, stanno i paladini vittime del maleficio della maga, un gruppo di vigorosi danzatori che sono da lei mossi come burattini (perfette le coreografie di Thomas Wilhelm). Sono loro – insieme ai protagonisti – che tessono lo sviluppo narrativo dell’intreccio, giocato sul tema dello specchio: da uno specchio esce ed entra in scena Alcina e, alla fine, la rottura di quello specchio da parte di Ruggiero, segnerà il disvelamento dell’inganno, la fine dell’illusione e il ritorno alla realtà. Nel mezzo, un vorticare di situazioni che si ricollega con inedita felicità alla fonte letteraria ariostesca, nel segno di una affascinante affabulazione teatrale. Una geniale impostazione registica che, come di consueto, fa leva anche sulle scene di Paolo Fantin, con le belle luci di Alessandro Carletti e i costumi di Agostino Cavalca. E che sfata una volta di più l’idea che questo teatro sia sostanzialmente statico, pura espressione di sentimenti e non invece incalzante intreccio di storie. La parola inganno è disseminata nel libretto di quest’opera. Ma che meraviglioso inganno è l’arte, quella bugia che ci aiuta a capire la verità.
Quasi superfluo annotare che è stato un autentico trionfo per tutti, con interminabili applausi in particolare per Bartoli, Vistoli e Capuano.

Teatro del Maggio Musicale Fiorentino
ALCINA
Dramma per musica in tre atti anonimo,
da L’isola di Alcina musicata da Riccardo Broschi (Roma 1728)
Musica di Georg Friedrich Händel

Alcina Cecilia Bartoli
Ruggiero Carlo Vistoli
Morgana Lucìa Martìn-Carton
Bradamante Kristina Hammarström
Oronte Petr Nekoranec
Melisso Riccardo Novaro
Oberto Solista dei Wiltener Sangerknaben / Innsbruck
preparati da Johannes Stecher

Les Musiciens du Prince – Monaco
Direttore Gianluca Capuano
Regia Damiano Michieletto
Scene Paolo Fantin
Costumi Agostino Cavalca
Luci Alessandro Carletti
Coreografia Thomas Wilhelm
Video Rocafilm/Roland Horvath

Allestimento del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino
Firenze, Auditorium Zubin Mehta, 24 ottobre 2022

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