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Firenze, Teatro del Maggio, Auditorium – Acis et Galatée

Giovanni Battista Lulli, genio della musica in Francia, nacque su queste sponde il 28 novembre 1632”, recita così la lapide posta su un palazzo ottocentesco all’angolo tra l’odierna Via Curtatone e Lungarno Amerigo Vespucci a Firenze, anche se molto probabilmente non era nato esattamente lì: dei suoi primissimi anni infatti sappiamo solo che era stato battezzato nella piccola e modesta chiesa di Santa Lucia sul Prato, a poche centinaia di metri da quel punto. Trasferitosi in Francia durante l’adolescenza, Lulli diventa amico e compositore di corte di Luigi XIV, si naturalizza francese nel 1661, cambiando ortografia del nome in Jean-Baptiste Lully, e in meno di vent’anni rivoluziona il panorama della musica, ponendo le basi dell’opera francese. I suoi lavori, composti per la maggior parte in collaborazione con il poeta Philippe Quinault, diventano subito dei veri successi di botteghino che verranno eseguiti nei teatri parigini fino alla Rivoluzione Francese, come se fosse vera e propria musica di repertorio. Servirà la rivoluzione filologica del Novecento per riscoprire appieno i suoi lavori, in una Renaissance ancora oggi in corso, di cui è principale alfiere internazionale il direttore William Christie: memorabili infatti l’Atys con la regia di Jean-Marie Villegier nel 1987, o la più recente Armide parigina messa in scena da Robert Carsen.

A Firenze si decide di rendere finalmente onore a questo suo figlio negletto e di concludere l’84° Festival del Maggio Musicale Fiorentino con la pastorale eroica Acis et Galatée. Si tratta dell’ultimo lavoro completo di Lulli, composto non per i teatri parigini, abbandonati dopo la defezione di Quinault, bensì per Louis Joseph di Borbone, Duca di Vendôme, e vede la prima il 6 settembre 1686 al Castello di Anet, vicino a Dreux, in occasione del compleanno del Delfino. Nonostante il cambio di librettista e l’assenza di macchine sceniche nella rappresentazione (fu infatti data nella Galerie des Cerfs), la critica non fa che lodare la semplicità e bellezza della musica. La pastorale eroica viene poi messa in scena una settimana dopo al Teatro del Palais Royal, pochi mesi prima della morte per infezione del compositore. Rimarrà comunque in repertorio fino alla Rivoluzione e in una ripresa del 1762 si vedrà persino Madame de Pompadour nel ruolo principale.

Un lavoro del genere ben si adatta al palcoscenico tecnicamente un po’ spartano per attrezzature dell’Auditorium del Teatro del Maggio, e per dare valore alla parte scenica ci si avvale della regia di uno dei più acclamati nomi del panorama francese attuale, Benjamin Lazar, con il suo team. Ripensando parzialmente le scene usate in un Pelléas et Mélisande coprodotto tra Malmö, Karlsruhe e Montpellier, Lazar ambienta questa pastorale in un bosco, dove alcuni giovani dei nostri giorni sono intenti a festeggiare e divertirsi. Il prologo in onore del Delfino diventa così una pantomima in onore di uno dei ragazzi della combriccola, che inscena scherzosamente l’apoteosi divina descritta da libretto, mentre quattro di loro si cimentano in balli in stile barocco; questa prima parte è un tripudio di controscene e perfetta caratterizzazione dei personaggi, e si rimane quasi abbagliati dal ritmo teatrale della regia e dall’immedesimazione di tutti. Finito il prologo, il festeggiato rimane solo e si scopre essere il protagonista Acis. Galatée spunta a questo punto dal bosco, leggiadra e improvvisa, cosa che faranno anche gli altri personaggi di sostanza divina come Polifemo e Nettuno. La vicenda mitologica di Aci, Galatea e Polifemo, da qui in poi non subisce alterazioni rispetto al libretto, ma viene semplicemente attualizzata nell’estetica, con poche concessioni alle idee di macchine barocche, come i massi che cadono su Acis. Al netto di una caratterizzazione dei personaggi molto tradizionale, e di qualche fissità nei duetti, si apprezzano il lavoro sulla gestualità e l’estetica accattivante delle scene, anche se è un peccato che l’impianto drammaturgico impostato nel prologo vada a perdersi durante lo spettacolo, togliendo propulsione teatrale a tutta la messa in scena. Nonostante queste puntualizzazioni, rimane comunque uno spettacolo godibilissimo e di alta qualità, che merita di essere visto.

La parte musicale è capitanata da Federico Maria Sardelli, esperto in questo repertorio, che dà alla partitura il giusto ritmo narrativo, mediante scarti dinamici e impasti timbrici cangianti, ma non eccessivamente contrastati. Trova un ottimo equilibrio con il palco e ottiene dall’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino in assetto barocco, sia nei numeri che nella scelta degli strumenti d’epoca, un suono e una compattezza di prim’ordine. Ottimo risulta poi l’apporto del Coro istruito da Lorenzo Fratini in ogni suo intervento vocale, anche se confinato dalla regia in buca.

Il cast risulta ben assortito in ogni sua componente. Elena Harsányi è una Galatée dal fraseggio variegato e un timbro seducente che si espande in sala grazie a una voce ben proiettata. L’interprete sa conferire al personaggio un’aura divina e tragica che la differenzia rispetto agli altri, trovando anche accenti tragici nel suo monologo finale. Jean-François Lombard disegna un Acis contraddistinto da un timbro slavato e un fraseggio vagamente monotono, rendendo i suoi interventi non particolarmente ricchi di mordente drammatico, anzi quasi lamentosi. Luigi De Donato sa invece rendere bene le due anime di Poliphème, quella del feroce ciclope e dell’innamorato, piegando la voce ben timbrata ad accenti ora cavernosi, ora raffinati.
Valeria La Grotta si distingue per la spigliatezza vocale e scenica nel triplice ruolo di Diane, Scylla e seconda Naiade, e sopperisce a un volume non debordante con un fraseggio ben curato. Triplicemente impegnata è anche Francesca Lombardi Mazzulli come Abbondanza, Aminta e seconda naiade, ruoli nei quali si apprezza la voce dal timbro pastoso, che ben si integra con quella di Markus Van Arsdale, Tircis sensuale ed estroverso Comus.
Più piatto nelle dinamiche e vocalmente più flebile appare Sebastian Monti (Apollo, Telemo e Sacerdote di Giunone), mentre Guido Loconsolo è un Nettuno nobile e autorevole. Completano con onore il cast Davide Piva (un silvano) e Silvia Spessot (una driade), nonché il quartetto di danzatori composto da Caroline Ducrest, Robert Le Nuz, Aberto Arcos e Gudrun Skamletz, autrice delle stesse coreografie di stampo barocco.
Il pubblico della prima si dimostra interessato e curioso agli strumenti barocchi in buca, oggetto di un vero e proprio pellegrinaggio di osservazione nell’intervallo. Il buon successo che coinvolge tutti alla fine dello spettacolo, con una punta di entusiasmo per Sardelli, può essere letto come un ulteriore invito a cercare di esplorare maggiormente il repertorio di questo compositore così negletto nei patri lidi, visto anche l’avvio di un progetto internazionale capitanato dal Comune di Firenze per attuare tale scopo. [Rating:4.5/5]

84° Festival del Maggio Musicale Fiorentino
ACIS ET GALATÉE
Pastorale héroïque in tre atti e un prologo
Libretto di Jean Galbert de Campistron
Musica di Giovanni Battista Lulli (Jean-Baptiste Lully)

Acis Jean-Franéois Lombard
Galatée Elena Harsányi
Poliphème Luigi De Donato
Diane/Deuxième Naïade/Scylla Valeria La Grotta
L’Abondance/Aminte/Première Naïade Francesca Lombardi Mazzulli
Comus/Tircis Markus Van Arsdale
Apollon/Le Prêtre de Junon/Télème Sebastian Monti
Neptune Guido Loconsolo
Une dryde Silvia Spessot
Un sylvain Davide Piva

Orchestra e Coro del Maggio Musicale Fiorentino
Direttore Federico Maria Sardelli
Maestro del coro Lorenzo Fratini
Regia Benjamin Lazar
Co-regia Elizabeth Calleo
Scene Adelin Caron
Costumi Alain Blanchot
Luci Christophe Naillet
Coreografie Gudrun Skamletz
Danzatori Caroline Ducrest, Robert Le Nuz, Aberto Arcos
Nuovo allestimento

Firenze, Auditorium Zubin Mehta, 4 luglio 2022