Como, Teatro Sociale – La traviata

“A Venezia faccio la Dame aux Camelias che avrà per titolo, forse, Traviata. Un soggetto dell’epoca. Un altro forse non l’avrebbe fatto per i costumi, per i tempi, e per altri mille goffi scrupoli…Io lo faccio con tutto il piacere. Tutti gridavano quando io proposi un gobbo da mettere in scena. Ebbene: io era felice di scrivere il Rigoletto”. Così vergava, il 1° gennaio 1853, Giuseppe Verdi in una lettera indirizzata al compositore e direttore d’orchestra Cesare De Sanctis, parlando della sua prossima opera, La traviata. Come è noto, la triste storia della demi-mondaine francese morta di tisi, volutamente situata dal Cigno di Busseto nella propria età, nella Parigi ottocentesca, al suo debutto al Teatro La Fenice fece scandalo e fu accolta da sonori fischi per molteplici motivi; fra questi, pure l’ambientazione cronologica coeva agli spettatori, ovvero nel XIX secolo: uno schiaffo alla moralità e alla società benpensante di quegli anni.

Da tale premessa, forse un po’ scontata, vorremmo partire per recensire la nuova produzione di Traviata che, dopo il contrastato debutto cremonese, è approdata al Teatro Sociale di Como. Il circuito di OperaLombardia ha indetto, nel 2021, un bando rivolto a un team creativo under 35, per la selezione di un progetto di regia per questo amato titolo della cosiddetta Trilogia popolare; è risultata vincitrice la squadra del giovane TEAM DUPHOL’S, guidata dal ventinovenne regista Luca Baracchini. Oggi come allora, la vicenda di Violetta Valery viene posta nella contemporaneità, per meglio sottolineare il messaggio cocente di pregiudizio e di ipocrisia insito nell’opera. Nella lettura di Baracchini, la cortigiana d’alto bordo che tanto sconcertò il pubblico del 1853, filtrata attraverso uno sguardo attuale diviene, dunque, una persona transgender incapace di accettare sé stessa, il proprio passato, la scelta di genere effettuata; per attenuare il senso di colpa e, soprattutto, superare il preconcetto nei suoi confronti, a Violetta non resta che entrare nel mercato del sesso e prostituirsi. A volte, è accompagnata in scena dal proprio io prima del percorso di transizione (impersonato intensamente da Giovanni Rotolo), un giovane in slip bianchi che le fa da contraltare nei momenti salienti. Alfredo è, invece, visto come un ragazzo nel fiore degli anni timido, inesperto e superficiale, proveniente da un retroterra agiato e facoltoso. Le lineari scene di Francesca Sgariboldi mostrano, nel I atto e nel quadro II del II atto, il night club “Duphol”, un “popoloso deserto” frequentato da prostitute, travestiti e avventori, caratterizzato da tubi e scritte al neon, un bancone bar, divanetti e tavolini; la casa di campagna e la camera da letto di Violetta sono, invece, rappresentate da una stanza nuda e spoglia, in corso di ristrutturazione, dominata da un grande specchio e da pochi elementi d’arredo minimal. Modaioli i bei costumi, di taglio contemporaneo, firmati da Donato Didonna, con una menzione di merito per quelli delle due feste (la protagonista indossa, nel I atto, uno smoking bianco con revers nero e inserti glitterati, nel II atto un abito femminile spagnoleggiante di colore rosso); esteticamente di notevole impatto le luci curate da Gianni Bertoli, spesso giocate con efficacia su aggressive cromie di sapore fauves. Nella serata si susseguono, via via, immagini forti, tragiche e viscerali (i due preludi con l’alter-ego maschile di Violetta e il drammatico finale), poetiche (l’incipit del II atto e lo struggente “Amami, Alfredo”, con l’io della protagonista che scrive sullo specchio “AMATI”, ovvero ama te stesso, accettati per come sei), di dubbio gusto (Flora e Gastone amoreggiano durante il duetto “Un dì, felice, eterea”, distogliendo così l’attenzione dai due innamorati; oppure il siparietto sadomaso durante il II atto).
Una chiave di lettura, quella del TEAM DUPHOL’S, sicuramente divisiva e che scontenterà una parte del pubblico, a tratti scomoda e che vuole invitare a riflettere, a porsi degli interrogativi su tematiche quali il pregiudizio e l’identità di genere. Uno spettacolo che ha fatto e che, probabilmente, farà discutere (nulla di grave, dopotutto il teatro è vivo!), nel quale, però, la tematica della transessualità della protagonista è solamente un punto di partenza, poco approfondito e che resta in superficie; risulta, piuttosto, una tragedia dell’intimità di Violetta, della sua interiorità, poco o nulla provocatoria e per niente scandalosa o trasgressiva. Per lasciare veramente il segno, per rendere un po’ meno comoda la poltrona dello spettatore (per rifarci a una citazione tratta dalle note di regia), la squadra avrebbe forse dovuto sviluppare più a fondo l’interessante idea iniziale, e non lasciarla in nuce; l’allestimento si rivela, comunque efficiente e piacevole.

Sul podio dell’Orchestra I Pomeriggi Musicali, eseguendo la partitura integralmente e adottando l’edizione critica a cura di Fabrizio Della Seta, Enrico Lombardi attua una sintesi tra filologia, fedeltà al dettato verdiano, e prassi esecutiva stratificatasi nel corso degli anni. Sin dalle prime note, Lombardi stacca con espressività tempi incalzanti e rapinosi, dando vita a una direzione tesa e incisiva, improntata a un suono pieno e lucente ma mai soverchiante rispetto al palcoscenico, in grado, all’occasione, di stemperarsi in soffici pennellate di consistenza serica. Un’interpretazione mai banale o scontata, personalissima e dinamica, contraddistinta da un certosino lavoro di studio e analisi, nonché da una tecnica ferrea e dalla ricerca di cadenze affascinanti e originali.

Complessivamente ben assemblato il cast. Nei panni della protagonista, Francesca Sassu delinea, nel I atto, una Violetta fredda e distaccata, negli altri atti nell’insieme più appassionata. Scenicamente convincente, la Sassu è in possesso di uno strumento vocale di buon peso, nell’insieme abbastanza omogeneo, asprigno e corposo nelle note alte. Tra i momenti migliori della serata, ricordiamo l’accorato confronto con papà Germont e l’aria “Addio, del passato”, resa con correttezza. Dopo il successo nel Werther del 2020 e nella Bohème del 2021, torna a Como il venticinquenne tenore Valerio Borgioni. Voce ampia e di seducente tinta brunita, ricca di armonici e salda nell’emissione, Borgioni si distingue per una linea di canto morbida, per un registro acuto squillante, per il fraseggiare dovizioso di accenti; il suo è un Alfredo giovanile e impacciato, credibile e naturale nella recitazione.
Più volte esibitosi sulle tavole lariane, Vincenzo Nizzardo tratteggia un Giorgio Germont austero, sprezzante e solido, cinico e impassibile, dalla vocalità voluminosa, facilmente espansa nella sala teatrale, pungente nel fraseggio ricco di inflessioni, e dal physique du rôle plastico e solenne. L’aria “Di Provenza il mare, il suol” è affrontata con espressività veemente, avara di sfumature.
Funzionali i comprimari, tra i quali rammentiamo il Dottor Grenvil musicale e dalla voce duttile di Nicola Ciancio, il puntuale e lascivo Barone Douphol di Alfonso Michele Ciulla, l’adeguata Flora di Reut Ventorero, il Gastone impetuoso di Giacomo Leone, il Marchese d’Obigny sonoro di Alessandro Abis, l’Annina puntuta di Sharon Zhai, perfettibile nella dizione. Vibranti e vigorosi gli interventi del Coro OperaLombardia, guidato come sempre con sicurezza da Massimo Fiocchi Malaspina.
Teatro esaurito e, al termine, calorosa accoglienza per tutti gli interpreti, con sentite manifestazioni di entusiasmo per Sassu, Borgioni, Nizzardo, Lombardi e Rotolo; un paio di dissensi per il regista. La produzione verrà proposta, nelle prossime settimane, a Brescia e Pavia, mentre a febbraio 2023 a Fano, Fermo e Ascoli Piceno. [Rating:3.5/5]

Teatro Sociale – Stagione 2022/23
LA TRAVIATA
Melodramma in tre atti
Libretto di Francesco Maria Piave
Musica di Giuseppe Verdi

Violetta Valéry Francesca Sassu
Alfredo Germont Valerio Borgioni
Giorgio Germont Vincenzo Nizzardo
Flora Bervoix Reut Ventorero
Annina Sharon Zhai
Gastone Giacomo Leone
Barone Douphol Alfonso Michele Ciulla
Marchese d’Obigny Alessandro Abis
Dottor Grenvil Nicola Ciancio
Giuseppe Ermes Nizzardo
Domestico di Flora, Un commissionario Filippo Quarti
Figuranti Jonathan Marchese, Jessica Rapelli,
Giovanni Rotolo, Marina Buelli

Orchestra I Pomeriggi Musicali di Milano
Coro OperaLombardia
Direttore Enrico Lombardi
Maestro del coro Massimo Fiocchi Malaspina
Regia Luca Baracchini
Scene Francesca Sgariboldi
Costumi Donato Didonna
Lighting designer Gianni Bertoli

Coproduzione Teatri di OperaLombardia
e Fondazione Rete Lirica delle Marche
Nuovo allestimento
Como, 9 dicembre 2022