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Bologna, Teatro Comunale – Lohengrin

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Quando le note sul programma di sala finiscono per essere più affascinanti dello spettacolo che dovrebbero introdurre, vuol dire che la regia ha in qualche modo fallito la traduzione in immagini del pensiero drammaturgico che ne sta alla base. Si potrebbe riassumere così la nuova produzione bolognese di Lohengrin che celebra, in ritardo (a causa pandemia), i 150 anni dalla prima italiana di un’opera wagneriana avvenuta proprio con questo titolo nel Teatro Comunale il 1° novembre 1871.

Luigi De Angelis della compagnia Fanny & Alexander parte da questo dato per costruire lo spettacolo e si immagina un viaggio di Richard Wagner (interpretato da Andrea Argentieri) dal momento dell’ispirazione di quest’opera, avvenuta nel resort termale di Marienbad, in Boemia, fino alla sua messa in scena nel presente. Il sipario si apre infatti sul compositore rannicchiato per terra mentre sul fondo della scena spoglia viene proiettata l’immagine delle foreste boeme davanti alle quali appare poi il piccolo Gottfried. È come se la vicenda si svolgesse direttamente nella mente di Wagner, in una scatola scenica fluida, dove la realtà e il sogno si mescolano in continuazione. Lohengrin fin dal preludio vive infatti in questa dicotomia, e il suo stesso protagonista si trova a essere mito catapultato all’improvviso nella storia come portatore di salvezza, ma anche di caos, in quanto mette in dubbio l’effettivo status quo. Lohengrin diventa quindi la metafora dell’artista che chiede al pubblico fede incondizionata così come fa con Elsa, il personaggio con cui il pubblico dovrebbe identificarsi. Elsa e il pubblico vengono tuttavia insidiati dal dubbio, a causa delle macchinazioni di Ortrud, ma senza il dubbio non può avvenire la vera catarsi di quest’opera.
Se tutto ciò non fosse nel programma di sala, la presenza di Wagner in scena potrebbe risultare arcana, dato che compare solo in alcuni sparuti momenti (lo vediamo anche accennare la direzione del preludio del terzo atto da un palchetto laterale), mentre si susseguono scene viste più o meno in qualunque Lohengrin di routine, sospeso tra un minimalismo alla Wieland Wagner e un pessimismo alla Götz Friedrich. In una scatola scenica dove la fanno da padrone soprattutto le luci e le proiezioni sul fondo, che aiutano a creare effetti piuttosto suggestivi, gli unici elementi realistici sono dati dai banchi del processo, riconosciuto da De Angelis come uno dei perni della drammaturgia di quest’opera. Nonostante i costumi novecenteschi, la regia si muove su binari molto tradizionali, ma con una recitazione dei singoli ben curata nelle scene più intime, mentre quelle corali e d’insieme risultano particolarmente statiche.

Il buon andamento teatrale è fornito dalla direzione di Asher Fisch, che offre forse la sua prova migliore ascoltata a Bologna. Fin dall’inizio mette in evidenza gli impasti timbrici più sospesi verso una dimensione onirica, dando risalto ai momenti più elegiaci e cercando di illuminare i particolari dell’orchestrazione. Tuttavia non è una direzione che tergiversa nei bei suoni, ma si impegna a narrare con tempi per lo più spediti, assai efficaci dal punto di vista narrativo. L’Orchestra del Teatro Comunale suona compatta e senza sbavature, con Fisch che ne dosa il suono anche in rapporto con le voci, che non vengono mai soverchiate, ma anzi accompagnate con buona sintonia. La lettura non sarà originale, ma risulta talmente convincente nella narrazione d’insieme che si possono perdonare anche alcuni clangori di troppo nei momenti più grandiosi.
Il Coro preparato da Gea Garatti Ansini, affiancato da quello del Teatro Accademico Nazionale dell’Opera e balletto ucraini, si copre di gloria nel venire a capo senza problemi in un’opera assai difficile per una compagine come questa, mostrando un suono pulito e compatto nel corso di tutta la serata e in tutte le sezioni.

Il cast risulta piuttosto ben amalgamato. L’unico a convincere meno è il protagonista, interpretato da Vincent Wolfsteiner. Tipico Heldentenor teutonico, Wolfsteiner dispiega uno strumento di notevole volume che si fa valere sia nelle salite in acuto che nel canto più serrato, declamando bene, pur con un fraseggio piuttosto convenzionale. Impressiona meno nei momenti elegiaci, non aiutato dal timbro biancastro, in quanto l’emissione si ammorbidisce e stempera con fatica. La sua è in fin dei conti una prova ordinaria magari dal punto di vista interpretativo, ma vocalmente sufficiente. Colpisce invece Martina Welschenbach nei panni di Elsa von Brabant. Nonostante un inizio non luminoso, dalla ripresa del primo monologo “In lichter Waffen Scheine” il soprano sfodera una voce corposa, contraddistinta da un leggero timbro metallico, che sale con facilità all’acuto ma sa fraseggiare e trovare i giusti accenti anche nel registro medio, dove insiste spesso il canto di conversazione. Welschenbach si distacca dall’immagine angelicata di Elsa e ne fa un personaggio più sfaccettato, in cui le paure non offuscano una nobile fierezza riscontrabile nelle risposte a Ortrud nel finale del secondo atto.
Da parte sua, Ricarda Merbeth è una Ortrud che si muove nel segno della tradizione, ma lo fa con una maestria che rende comunque la sua una notevole esecuzione. La voce si espande benissimo in zona centrale, dove sa trovare tutte le inflessioni sibilline sfruttando i colori di una voce che ben riempie lo spazio del teatro. Appare meno incisiva nei grandi momenti dell’invocazione agli dèi e della maledizione finale a causa di un registro acuto non così corposo, a cui sopperisce comunque con discreta espressività. Degno suo compagno è Lucio Gallo nei panni di Friedrich von Telramund, il quale, al netto di qualche forzatura nei suoi concitati interventi del secondo atto, sbalza con sicurezza le frasi per disegnare un personaggio assai credibile.
Albert Dohmen disegna un Heinrich der Vogler autorevole al punto giusto, grazie a una voce corposa, di bel colore, e all’ottima declamazione della frase musicale. Centrato risulta infine l’araldo di Lukas Zeman, grazie allo strumento non debordante ma ben timbrato. Ben assemblati risultano poi i quattro scudieri interpretati da voci femminili, mentre meno incisivi appaiono i quattro nobili brabantini.
Il folto pubblico si dimostra sempre più convinto con l’avanzare della recita e tributa un caloroso successo al termine dell’opera, con picchi di entusiasmo per Merbeth, Gallo e Fisch, mentre si registra qualche sonora contestazione per il team registico. Si conclude così l’ultima prima nel Teatro Comunale: dopo queste recite di Lohengrin, la sala progettata da Antonio Galli da Bibbiena subirà un lungo e radicale restauro, mentre gli spettacoli verranno spostati in un luogo apposito nei pressi del quartiere fieristico. Non resta quindi che aspettare il 2026 per rivedere il Comunale rimesso a nuovo.

Teatro Comunale – Stagione 2022
LOHENGRIN
Opera romantica in tre atti
Poema e musica di Richard Wagner

Heinrich der Vogler Albert Dohmen
Lohengrin Vincent Wolfsteiner
Elsa von Brabant Martina Welschenbach
Friedrich von Telramund Lucio Gallo
Ortrud Ricarda Merbeth
Der Heerrufer des Königs Lukas Zeman
Vier brabantische Edle Manuel Pierattelli, Pietro Picone, Simon Schnorr, Victor Shevchenko
Vier Edelknaben Francesca Micarelli, Maria Cristina Bellantuono, Eleonora Filipponi, Alena Sautier

Orchestra, Coro e Tecnici del Teatro Comunale di Bologna
Coro del Teatro Accademico Nazionale dell’Opera e balletto ucraino “Taras Shevchenko”
Direttore Asher Fisch
Maestro del coro Gea Garatti Ansini
Regia, scene, luci, video Luigi De Angelis (Fanny & Alexander)
Drammaturgia e costumi Chiara Lagani
Aiuto regia Andrea Argentieri
Maestro del Coro del Teatro Nazionale dell’Opera e balletto ucraino Bogdan Plish

Nuova produzione del Teatro Comunale
Bologna, 13 novembre 2022

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