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Barcellona, Gran Teatre del Liceu – Pelléas et Mélisande

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“Giocare con le trappole del destino…”. In questa frase detta dal protagonista maschile di Pelléas et Mélisande poco prima di venire ucciso dal fratello, risiedono il nucleo centrale, la novità e la difficoltà non solo del dramma di Maurice Maeterlinck, ma anche dell’omonimo capolavoro operistico che Claude Debussy presentava all’inizio del secolo scorso, destando critiche contrastanti e ottenendo un successo piuttosto tiepido. Del resto, si tratta di un’opera che non soddisfa né i fautori del melodramma italiano, né quelli del dramma musicale tedesco (Wagner in primis), né tanto meno chi prende le parti di difensore del repertorio francese.
In teatro ne ho viste versioni buone o eccellenti grazie ai cantanti (de los Ángeles, Dessay, Keenlyside) o a grandi maestri (la più equilibrata quella per la regia di Antoine Vitez con la direzione di Abbado al Covent Garden) e mi ci sono affezionato a poco a poco. È stato però un percorso difficoltoso: non è facile capire perché si possa arrivare ad amare questo unicum del teatro musicale che non ha avuto predecessori né seguaci.

Al Teatro del Liceu, Pelléas è stato rappresentato poche volte e, forse, questa è stata la produzione migliore, o almeno quella dove non ci sono state defezioni notevoli del pubblico dopo l’unico intervallo: diciamo che vedere i tre primi atti senza fiatare non è  impresa da poco, e non tanto per l’ora e quarantacinque di durata, ma per la tensione continua che si evidenzia già dalle prime battute. Se poi si aggiunge il fatto che in quest’opera predominano le ombre, l’oscurità, la malattia, l’angoscia appena repressa, lo scontento, l’infelicità, e nessuno si trova dove vorrebbe o dovrebbe essere, in questi giorni penosi che trascorriamo è quasi un mistero il grande (e meritato) successo ottenuto a spettacolo finito.

L’allestimento firmato dal regista Álex Ollé, una versione riveduta della messinscena originale di Dresda, con scene stupende (molto meglio quelle ambientate all’aria aperta di quelle al castello), presenta il problema dei costanti rumori dovuti al continuo girare delle piattaforme. L’errore concettuale è quello di trasformare testo e musica che non hanno niente di realistico in una sorta di romanzo francese dell’Ottocento, approfittando degli interludi per riempire tutti i ‘buchi’ del racconto di cui proprio non si sente il bisogno, di mostrare la disperazione della madre sul corpo morto di Pelléas (quasi nuovo Sigfrido e per di più con un lungo momento di silenzio ingiustificabile), o di far comparire lo spettro del morto al capezzale del letto dove agonizza Mélisande quasi fosse un’opera romantica. Per quanto riguarda poi la figura del vecchio re Arkel, un filosofo, che lo si veda mangiare o, peggio ancora, comportarsi da personaggio lascivo che cerca di insidiare Geneviève e poi metta le mani addosso a Mélisande quando lei arriva al quarto atto, interrompendo qualche gioco ‘innocente’ con Yniold, ebbene l’incoerenza fra quanto dice e quanto fa è totale.

La direzione musicale di Josep Pons è molto buona e l’orchestra suona benissimo, ma se evidenzia legittimamente soprattutto gli aspetti cupi della partitura e con grande acume crea dall’inizio quel clima di indefinibile malessere sempre più presente, il direttore ha anche la propensione a sottolineare i forti (in particolare degli ottoni, ma più di una volta anche degli archi) e di conseguenza copre un po’ le voci, che in alcuni momenti non si riesce a capire cosa dicono. E, francofoni o no, i membri del cast hanno un livello più che apprezzabile nell’articolazione del francese, a partire dai ruoli minori: Stefano Palatchi per il medico e il pastore, e Ruth González, un piccolo Yniold dal timbro più opaco di quel che si ascolta di solito dai soprani a cui viene affidata la parte. Forse Franz-Josef Selig, Arkel, emette qualche consonante troppo marcata, ma il suo re è ottimo: qualche nota fissa non inficia il risultato; timbro e volume si mostrano intatti. Sarah Connolly è ideale nei panni di Geneviève, la madre comune dei fratelli rivali, sia per il canto che per l’interpretazione.

Il ruolo di Pelléas viene affidato spesso a un tenore, come in questo caso. Personalmente preferisco un baritono ‘martin’, ma il debutto al Liceu di Stanislas De Barbeyrac migliore non poteva essere; ha anche una figura ideale per la parte. Julie Fuchs, che canta per la prima volta Mélisande, dimostra ancora una volta di essere uno dei grandi nuovi talenti del canto francese; peccato che il personaggio – non per colpa sua – sembri almeno fino all’atto terzo una ragazza piuttosto volubile, senza l’alone di mistero che la sventurata eroina dovrebbe avere.
E poi, dulcis in fundo, c’è l’immenso Golaud di quel sensazionale cantante e attore che risponde al nome di Simon Keenlyside, e che nella prima parte della sua grande carriera è stato un Pelléas definitivo. Stupisce, pur conoscendolo, il modo in cui ha fatto suo il ruolo del fratello maggiore (che è poi quello che canta di più), aspro, riservato: un vulcano che a malapena riesce a trattenersi per poi esplodere nel modo più terribile e sbagliato. Avevo assistito al suo debutto assoluto nella parte a Vienna, in un allestimento francamente idiota e con un cast meno adatto di questo dove già risultava ammirevole. Qui esprime qualcosa di più, e di più profondo, per la capacità di cogliere sentimenti contrastanti, grazie alla recitazione strepitosa e alla padronanza del testo. Dalla sua frase iniziale (che dà inizio all’opera) fino all’ultima (quasi alla fine) tutto quello che canta e dice è davvero magistrale. Non c’è frase, parola o interiezione di cui non colga il senso esatto. Memorabili le tre scene di gelosia: quelle con il figlio e con Mélisande in presenza di Arkel – di una crudeltà indicibile – entrambe in preda alla più profonda disperazione, e quella finale con Mélisande agonizzante in un supremo quanto inutile tentativo di “strappare” la verità e di capire, per finire tra la rassegnazione e l’angoscia con quel raggelante “non è colpa mia”. All’improvviso mi sono accorto che lo sto vedendo e ascoltando con meno frequenza di prima in opera e concerto, e sicuramente chi ci perde siamo noi.
L’ovazione maggiore della serata, però, è andata al violoncellista dell’orchestra Cristoforo Pestalozzi, che ha eseguito il celebre Cant dels ocells (il canto degli uccelli, la canzone popolare catalana diventata celebre grazie a Pablo Casals e Victoria de los Ángeles), proposto come messaggio di pace in ricordo delle vittime della guerra in corso.

La recensione si riferisce alla recita dell’8 marzo

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