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Barcellona, Gran Teatre del Liceu – Don Pasquale

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Il Gran Teatre del Liceu ha inaugurato la stagione con Don Pasquale di Donizetti, uno degli autori prediletti dal teatro barcellonese e dal suo pubblico. L’ultima ripresa al Liceu della “risata final” di Donizetti risale a sette anni fa (allora dopo un lunghissimo periodo di assenza). Non si contesta la scelta del titolo, ma se in quell’occasione c’era un nuovo allestimento di Laurent Pelly (non tra i suoi migliori), non so se c’era proprio bisogno di presentare questo di Damiano Michieletto, anche se si tratta di una novità per il pubblico spagnolo (è una coproduzione tra Parigi, Londra e Palermo).

Tra i numerosi allestimenti firmati da Michieletto e i suoi collaboratori abituali (Paolo Fantin per le scene, Alessandro Carletti per le luci, Agostino Cavalca per i costumi, cui si aggiunge in questo caso Roland Horvath/rocafilm per le video proiezioni, superflue tranne che nel finale), il Liceu ha importato finora non proprio i migliori, a parte quello premiato a Londra di Cavalleria e Pagliacci. Né Così fan tutte, né Lucia, né Luisa Miller erano particolarmente riusciti, e questo Don Pasquale non fa eccezione. Considerato anche il Poliuto di Zurigo, non so se Donizetti sia un compositore congeniale a Michieletto.

Cosa si vede? Una scena unica con tante porte, tanti figuranti alla fine dell’atto secondo e l’inizio del terzo, un personaggio muto onnipresente (la donna di servizio, mentre il libretto parla del maggiordomo), altri tre mimi per il quadro secondo dell’atto primo (uno studio cinematografico o televisivo, dove Norina è un’assistente più che impertinente), e poi la madre di Don Pasquale e lo stesso Pasqualino piccolo nei momenti di crisi (il concertato del secondo atto, lo schiaffo del terzo). Senza contare l’immaturo Ernesto con il suo orsacchiotto sempre in mano, e Malatesta che non si sa bene chi sia. Il tratteggio di Don Pasquale, da quanto ho capito, dipende dall’interprete di turno, ma la fine crudelissima del vecchio protagonista, costretto sulla sedia a rotelle e rinchiuso in una casa di riposo, forse fa venire i brividi se pensiamo a certe realtà dei nostri giorni, ma non è in sintonia con lo spirito di musica e testo. E poi c’è sempre il bisogno tipico di Michieletto di “far digerire” le arie: per forza deve esserci qualcuno che distolga dalla “noia” del monologo canoro. L’esempio più rilevante è la scena di Ernesto all’inizio del secondo atto, dove ci sono la colf di cui sopra, lo zio addormentato, e una macchina sulla quale, alla fine della cabaletta, Ernesto o la colf (a seconda della recita) buttano un liquido nero che la rovina, con disperazione del protagonista.

E passiamo alla parte musicale. Come di consueto, il titolo di apertura della stagione viene affidato al direttore musicale del teatro. Josep Pons è un musicista serio, che ha fatto molto per migliorare l’orchestra del Liceu grazie a numerosi concerti sinfonici, a un grande lavoro di preparazione e alla scelta di nuovi professori. Il risultato è buono, ma il Maestro ha un’affinità soprattutto con il repertorio sinfonico e operistico di ambito tedesco (in particolare Wagner, Berg e Strauss), con quello del Novecento e del nostro nuovo secolo. Ama molto Mozart, ha diretto qualche Verdi (in particolare il Requiem), ma non l’avevo mai sentito nel repertorio del primo Ottocento. E mi pare che non faccia per lui. La sinfonia, cominciata in fretta e in furia, oscilla fra lo stile di quella del Freischütz di Weber e la banda, la dinamica esagerata incrina i rapporti con il palcoscenico (le voci per quest’opera non devono per forza essere dei fulmini e soprattutto dei fiumi di suono). Perfino il coro, ben preparato da Pablo Assante, e anch’esso in ripresa dacché questo Maestro è in carica, rischia di non essere ben udibile nel suo grande numero dell’atto terzo.

Nel corso delle recite si alternano due compagine di canto. Gli interpreti impegnati nel ruolo del titolo sono i migliori di entrambi cast. Carlos Chausson è più macchiettistico, Alessandro Corbelli più umano: entrambi sono dei veterani che sanno cantare bene, conoscono stile e tecnica, si muovono con disinvoltura. Personalmente preferisco il canto e l’interpretazione del secondo ma non a scapito del primo: mi pare, semplicemente, che nel canto di Corbelli risuoni tutta la grande scuola italiana dei cantanti che lo hanno preceduto, diciamo più Bruscantini che non il gigantesco Taddei.
Nei panni di Malatesta figurano Andrzej Filonczyck e Carles Pachón. Il primo parecchio debole, non per voce o interpretazione, ma per emissione e proiezione; il secondo più a suo agio, ma anche nel suo caso la voce non arriva sempre bene e, soprattutto, non con il volume della sua prova finale al Concorso Viñas. Sia lui sia Sara Blanch e Serena Sáenz (pure loro due premiate allo stesso Concorso) sono dei beniamini del pubblico del Liceu. I due soprani si fanno apprezzare nel ruolo di Norina, ma devo dire che se entrambe sono spiritose, belle e brave cantanti, per una questione di timbro e anche di volume questa volta Sáenz ha la meglio su Blanch, che suona troppo soubrette e troppo acidula in alcuni momenti.
Ernesto è il personaggio ‘passivo’ per antonomasia e non ci sono occhiali, orsacchiotti, jeans e tanto meno un atteggiamento tra il maleducato e l’immaturo che possano renderlo più interessante. È poi insidiosissimo da cantare. Xabier Anduaga ha una voce bellissima, ma affronta la parte come un tenore lirico e ha i suoi problemi nella serenata; gli acuti sono buoni ma un po’ forzati, e di belcanto nella sua prova c’è solo qualche traccia verso la fine di “Sogno soave e casto” e, soprattutto, nel duetto del boschetto (“Tornami a dir che m’ami”), il suo momento migliore. Chiamato in sostituzione di un altro collega ammalato, mi ha molto sorpreso l’argentino Santiago Ballerini, già ottimo Antinoo nel nuovo Hadrianus di Rufus Weinright visto pochi mesi fa a Madrid e Peralada: una voce piccola, di timbro non affascinante ma molto adeguata e bene emessa che non presenta alcun problema né di stile né di tecnica con la parte (un paio di acuti un po’ al limite non fanno testo) e si mostra anche molto disinvolto.
Il pubblico, più numeroso alla seconda recita che alla prima, ha riso parecchio – qualche volta fuori luogo per colpa dei sopratitoli – e ha applaudito tutti, soprattutto a fine spettacolo.

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