Vienna, Wiener Staatsoper – Carmen

La Wiener Staatsoper ha messo in scena e trasmesso in streaming sul suo sito l’ormai “classico” allestimento di Carmen firmato Calixto Bieito (in replica il 26 febbraio su: https://play.wiener-staatsoper.at). Uno spettacolo nato al Festival di Peralada e rielaborato per il Liceu di Barcellona, poi portato sui principali palcoscenici europei e anche in diversi teatri italiani. A Vienna viene ripreso direttamente dal regista catalano con la massima cura e proposto con i protagonisti e il coro che agiscono come in condizioni normali, senza mascherine e distanziamenti.

Bieito ambienta la storia nella fase conclusiva del regime franchista e sceglie come cornice l’enclave spagnola di Ceuta in Marocco: una terra di confine quasi sospesa nello spazio e nel tempo. Frontiera fisica, sociale, emozionale, ripulita da ogni residuo folcloristico. La scena è pressoché vuota: un pennone con la bandiera della Spagna e una cabina telefonica – unico mezzo di contatto con il resto del mondo – ci introducono in un’atmosfera militare brutale, capace di scatenare, oltre a nonnismo e violenza, la lussuria più sfrenata, un’energia sessuale cruda e intensa che ha il sapore della voluttà autodistruttiva della guerra. Gli esseri umani diventano oggetti da calpestare, le donne merci da usare per gratificazioni carnali. Il sesso casuale e frenetico tra soldati e sigaraie spesso passa il segno e si trasforma in perversione e violenza, rivelando un desolante vuoto morale.
Non meno degradato e corrotto il mondo degli zingari contrabbandieri, che trasportano le loro merci in sgangherate Mercedes anni Settanta. Carmen non sembra molto diversa dalle altre donne. Non è necessariamente più coraggiosa o spregiudicata. Nell’ottica di Bieito non sussiste nemmeno una contrapposizione con Micaela, che da personaggio “positivo” – simbolo di un anelito verso la purezza dei sentimenti tipico dell’amore borghese – diventa una donna sensuale, consapevole di sé, capace di tenere testa ai militari assatanati, di lottare con astuzia per riconquistare Don José, fino a irridere le furie anarchiche della rivale.
In un simile contesto, dove perfino Escamillo perde ogni tratto eroico e diventa un boss del contrabbando, Carmen è, come gli altri, una vittima dell’emarginazione e dell’oppressione sociale/militare che all’inizio reagisce selvaggiamente e quasi inconsciamente, salvo poi acquistare poco a poco chiarezza di sé e scegliere con coerenza il destino di morte. Di fronte alle pretese dell’amore malato di Don José difende il suo diritto alla vita interiore e alla libertà con fede morale pari a quella di Don Giovanni di fronte alle imposizioni di pentimento del Commendatore. Carmen non muore perché sfida la legalità o i limiti delle convenzioni sociali, ma perché sfida se stessa, in un tentativo di realizzarsi che conduce, come spesso accade, alla tragedia. È proprio per questo motivo che Nietzsche le attribuisce la statura di un’eroina greca.
Questa capacità di toccare il nucleo tragico di Carmen fa passare decisamente in secondo piano il fatto che Bieito riproponga nello spettacolo alcuni suoi cliché, o qualche idea meno valida di altre. A parte il fatto che anche le soluzioni più discutibili sono realizzate con esemplare tecnica teatrale, non mancano momenti di grande ispirazione visiva. Peccato che nella ripresa video perda gran parte della sua suggestione la coreografia del ragazzo nudo che, all’inizio del terzo atto, volteggia sinuoso in un’atmosfera lunare mimando i gesti di un torero. Reminiscenza di una Spagna da leggenda e ormai perduta, evocata nelle scene di Alfons Flores anche da un altro elemento: la grande sagoma del toro di Osborne, che nel quarto atto si schianta in palcoscenico e viene portata via per far posto all’eccitazione della folla esultante, a una festa che accresce solo la solitudine di chi, in uno spazio scenico alla fine del tutto vuoto, si condanna liberamente a un istinto di morte

Sul podio c’è Andrés Orozco-Estrada, un direttore interessante in altro repertorio, ma qui non del tutto convincente. La sua direzione ha a tratti il pregio della levità e dell’eleganza negli abbandoni lirici, e concede quanto dovuto alle pagine più vitali e brillanti. Tuttavia non coglie la componente sensuale della musica di Bizet, e risulta spesso lenta e compassata, in particolare nell’accompagnamento di alcune arie: penso per esempio alla “Habanera”, dove mette in difficoltà sia la protagonista che il coro, alla “Chanson bohème”, per buona parte fiacca, e all’aria di Escamillo, pesante e carente di nerbo. Una lettura alterna, insomma, priva di guizzi originali e di una visione drammatica potente e unitaria, cui si aggiunge un’intesa non sempre ottimale con il palcoscenico.

Anita Rachvelishvili non ha il phisique du rôle ideale per recitare in un allestimento di questo tipo, che per quanto attiene alla protagonista fu costruito a suo tempo da Bieito sulle capacità di Béatrice Monzon, mediocre vocalmente ma strepitosa nella recitazione. Certamente il mezzosoprano georgiano domina il personaggio sotto il profilo interpretativo: con il tempo lo ha anzi approfondito nell’analisi e nelle sottigliezze del fraseggio. La vocalità, sempre ampia e sontuosa nel timbro, risulta però disomogenea nei gravi e anche un po’ forzata negli acuti. Nemmeno l’intonazione è irreprensibile. Don José è Piotr Beczala, che tende ad aprire qua e là i suoni e presenta un gioco di modulazioni e sfumature abbastanza limitato sul versante lirico. Il tenore polacco canta tuttavia da solido professionista, ha acuti sicuri ed emerge per il vigore e l’intensità nervosa delle frasi declamatorie e drammatiche. Vera-Lotte Boeker è una valida Micaëla: non vanta un timbro speciale, ma canta bene, è corretta nell’emissione, espressiva nel fraseggio, ligia nel conferire al personaggio il carattere forte voluto da Bieito. L’Escamillo di Erwin Schrott non era convincente alla Scala 12 anni fa, a maggior ragione non lo è oggi con una vocalità meno duttile e una direzione che lo penalizza. Tra le parti di fianco si distinguono la Frasquita di Slávka Zámečníková e la Mercédès di Szilvia Vörös. [Rating:3/5]