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Venezia, Teatro Malibran – Histoire du soldat

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Il Teatro La Fenice ha reso omaggio a Igor Stravinskij riproponendo in diretta streaming l’Histoire du soldat nel semplice allestimento del regista Francesco Bortolozzo, creato per il palcoscenico completamente rinnovato del Teatro Malibran. Durante la pausa forzata della primavera del 2020, l’ampia buca orchestrale del Malibran è stata dotata, infatti, di una struttura elettromeccanica in grado di coprire il golfo mistico e di ampliare di conseguenza lo spazio scenico. La rappresentazione dell’Histoire du soldat, la scorsa estate, si era tenuta nel giorno esatto in cui nacque Peggy Guggenheim, mecenate americana che ideò a Venezia uno dei più importanti musei d’arte del XX secolo, amica di Stravinskij e della moglie Vera. Questa volta, invece, lo spettacolo è stato ripreso per celebrare i cinquant’anni dalla morte dell’autore, avvenuta il 6 aprile del 1971 a New York, e della sua sepoltura nel cimitero veneziano di San Michele una decina di giorni dopo.

Il compositore russo scrisse l’Histoire du soldat nel 1918, alla fine della prima guerra mondiale, in un momento storico particolarmente difficile per l’Europa. Creò così, assieme allo scrittore Charles-Ferdinand Ramuz, uno spettacolo povero, itinerante, su una favola di Afanasiev, con una scenografia da portare praticamente in baule o in valigia. Il richiamo al mito di Faust è evidente. Si racconta di un Soldato che tornando a casa per una licenza incontra il Diavolo. Questi gli sottrae il violino in cambio di un libro che realizza ogni desiderio. Sembrano passare tre giorni, ma quando il Soldato arriva a casa si rende conto che sono trascorsi tre anni. Il Soldato, che ha recuperato il suo violino con l’astuzia, facendo bere vodka al Diavolo, riesce a sedurre una Principessa che, dopo aver ballato un tango, un valzer e un ragtime, cade fra le sue braccia. Quando però i due giovani si metteranno in strada per raggiungere la patria del Soldato, il Diavolo li aspetterà al varco per prendersi violino e anima.

L’Histoire rappresenta per Stravinskij anche la scoperta del jazz americano, cioè di sonorità nuove e di uno stile ritmico non ancora ascoltato dal vivo ma letto grazie alle musiche che il direttore d’orchestra Ernest Ansermet aveva portato dall’America in Svizzera, dove il compositore russo allora si trovava. Quest’opera, concepita per sette strumenti, una voce recitante e un danzatore ha un forte impatto teatrale e drammaturgico. Stravinskij scrisse questo lavoro finita la guerra, mentre si stava diffondendo l’epidemia di spagnola che fece moltissime vittime. Inevitabile il richiamo emotivo alla situazione in cui ci troviamo.

Al Malibran il giovane Alessandro Cappelletto ha puntualmente diretto i sette ottimi strumentisti dell’Orchestra della Fenice: Roberto Baraldi (violino), Matteo Liuzzi (contrabbasso), Simone Simonelli (clarinetto), Marco Giani (fagotto), Guido Guidarelli (tromba), Giuseppe Mendola (trombone), Claudio Cavallini (percussioni). L’attore e regista Francesco Bortolozzo con pochi elementi scenici (un tavolo, due sedie e un leggio) ha saputo rendere con efficacia l’essenzialità del racconto, adattato in lingua italiana. Funzionali i costumi di Marta Del Fabbro e le luci di Fabio Barettin. Brava nei suoi equilibrati interventi anche la danzatrice e coreografa Emanuela Bonora.

Lo spettacolo è visibile sul canale YouTube della Fenice: qui il link

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