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Venezia, Teatro La Fenice – Concerto di Capodanno 2021 diretto da Daniel Harding

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Niente pubblico in sala, aria di festa dimezzata. A riscaldare il clima solo gli applausi dei coristi e degli orchestrali (rigorosamente con mascherina) al termine di ogni brano. Come in tutte le trasmissioni tv o in streaming degli ultimi mesi, un’atmosfera straniante avvolge anche il Concerto di Capodanno del Teatro La Fenice. L’orchestra è collocata in platea, mentre il coro canta dall’arca allestita in palcoscenico: una sorta di nave in costruzione destinata a traghettare simbolicamente il teatro e il pubblico verso un anno migliore.

La 18ª edizione del Concerto veneziano è affidata alla bacchetta di Daniel Harding, uno dei maggiori direttori del nostro tempo, che si confronta per la quarta volta con la formula ormai cristallizzata del programma “a spezzoni”: una parata nazional-popolare di arie, brani corali e sinfonie – tratti per lo più da capolavori del melodramma italiano – funzionale alla diretta televisiva il giorno di San Silvestro. Non a torto, si rimprovera a questa impaginazione mancanza di varietà e fantasia. Ma è anche probabile che blocchi di musica più ampi, con intere scene d’opera, o una selezione più ricercata delle pagine da proporre, non sarebbero appetibili per gli spettatori di Rai1. L’impostazione, piaccia o meno, sembra irrinunciabile.

La cifra impressa da Daniel Harding a tutti i brani in scaletta è quella dell’eleganza e della compostezza formale. Così la ouverture dalle Nozze di Figaro che apre il programma scorre fluida e vitale, ma estranea ai tempi iperveloci e all’impronta nevrotica oggi di moda in Mozart. Allo stesso modo Verdi – si tratti del coro del Trovatore “Chi del gitano i giorni abbella”, o dell’accompagnamento delle arie di Rigoletto e Traviata – non ha nulla che possa ricordare il famigerato “zumpappà” su cui ogni tanto si continua a ironizzare. Discutibile è invece il coro dal Nabucco: nell’ottica di Harding, “Va’ pensiero” non è un momento intenso di preghiera ma un brano di elegante, scorrevole cantabilità, quasi un valzer malinconico, funzionale magari in questo contesto, ma problematico in un’eventuale esecuzione completa dell’opera. I momenti più coinvolgenti e in cui il direttore inglese dà il meglio sono la levigata, raffinatissima esecuzione della Barcarolle di Offenbach e, soprattutto, l’Intermezzo da Cavalleria rusticana. Qui Harding è di una bravura quasi commovente: i decorsi tematici sono caratterizzati con estrema finezza, slegati da ogni retaggio verista; il discorso melodico si svolge sull’onda di un lirismo privo di enfasi, eppure penetrante e intenso. Suggestione corroborata dalle meravigliose immagini televisive dei canali e dei palazzi di una Venezia deserta, più che mai gloriosa e splendida.

I solisti coinvolti quest’anno sono due giovani cantanti entrambi dotati di pregevoli timbri vocali: il soprano Rosa Feola, già ben nota ai melomani italiani, e il tenore basco Xabier Anduaga. Alle qualità naturali di una voce rotonda e luminosa, Feola unisce le doti tipiche di una seria professionista: una tecnica solida che le consente emissioni omogenee in tutta la gamma d’estensione, una notevole musicalità, uno stile impeccabile. Viene a capo con disinvoltura (pur omettendo i trilli) della coloratura belcantistica del valzer di Juliette “Je veux vivre dans le rêve”, dove fraseggia con freschezza e spontaneità. Nella grande scena di Violetta che chiude il primo atto di Traviata cesella “Ah, fors’è lui” con linea di canto pulita, sfumata, e affronta la cabaletta “Sempre libera” con un discreto dominio del canto di agilità, ma anche qui niente trilli e, inoltre, il mi bemolle sopracuto di tradizione risulta un po’ forzato. Il ventiseienne Anduaga, che ha debuttato pochi anni fa al ROF di Pesaro e canta spesso Rossini (pur non avendo le agilità), si fa valere nell’aria “Ah, mes amis, quel jour de fête!” dalla Fille du régiment per le indubbie risorse timbriche, la freschezza espressiva e anche per la facilità e lo squillo con cui esegue i nove do prescritti da Donizetti. Non convince invece in Verdi (“La donna è mobile” e brindisi della Traviata), dove tende qua e là ad aprire i suoni nella salita agli acuti, esibendo un fraseggio generico e una dizione italiana decisamente migliorabile. Come sempre efficiente, anche se penalizzato dalle mascherine, il coro della Fenice preparato da Claudio Marino Moretti.
L’integrale del Concerto, comprendente anche l’esecuzione della Sinfonia n. 4 di Beethoven, sarà trasmessa giovedì 11 febbraio, alle ore 20.30, su Rai5 

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