Trieste, Teatro Verdi – Stabat Mater di Rossini

La gioiosa speranza di un progressivo ritorno alla normalità delle nostre vite dopo la pandemia, per il quale più volte si è citato il celeberrimo verso con cui Dante conclude la prima Cantica, e quindi uscimmo a rivedere le stelle, non può compiersi senza uno sguardo a quello che ci si è lasciati alle spalle, e, soprattutto, senza un pensiero alle vittime. Anche il Teatro Verdi di Trieste, che ha finalmente riaperto le porte della sua sala al pubblico, ha deciso, come altri, di dedicare il primo concerto della Attività Artistica 2021 ai morti di Covid-19, riservandolo a tutte le categorie che durante l’emergenza sanitaria hanno lavorato in prima fila e proponendo una pagina che è quanto mai pregna di significato, lo Stabat Mater di Rossini.

Come Iacopone da Todi, a cui il testo della sequenza cattolica è attribuita, Rossini coglie la sacralità della passione del Cristo nel suo aspetto più drammatico e umano: la contemplazione della Madre ai piedi della Croce, nell’istante in cui tutto si compie. Già nella lauda drammatica dello stesso Iacopone, Donna de Paradiso, la salvezza e il ritorno a una normalità, che la visione cristiana vuole più alta e redenta dalla morte pro peccatis suae gentis, necessitano della sosta di ogni uomo innanzi al dolore di Maria, perché è attraverso quel dolore che si può giungere alla compassione del Cristo (Fac, ut portem Christi mortem, passionis fac consortem et plagas recolere) e, attraverso essa, alla vita eterna. La rinascita necessita della morte, che è esperienza umana. Così Rossini adotta un linguaggio prettamente drammatico che non attinge alla musica sacra per descrivere lo sgomento dell’umanità davanti alla Madre iuxta crucem lacrimosa, non ignorando che quello sgomento è in sé, come dice Bacchelli, “mistico ed ascetico”, ma non può che essere umano nell’espressione e che proprio da questa umanità carica di pathos e di pietas scaturiscono il Sacro e la speranza di una Vita Nuova.

Il direttore Valerio Galli stacca tempi piuttosto serrati e sonorità piene che contrastano con le relativamente rare pagine meditative della partitura: la sua lettura bene evidenzia la composta concitazione con cui Rossini (e Iacopone, nella citata lauda drammatica prima di lui) coniuga l’aulicità della Passione con il dolore della Madre. Ne risulta un’esecuzione coesa, che si direbbe precipiti verso l’Amen in sempiterna finale, dove tuttavia la riconciliazione fra vita e morte non pare ancora raggiunta. L’Orchestra del Teatro Verdi risponde con elasticità e un bel suono al suo gesto e si ripresenta in buona forma al pubblico. Il Coro, come sempre ottimamente preparato dal Maestro Francesca Tosi, risente, purtroppo, delle misure adottate a prevenzione della diffusione dei contagi: l’assenza della camera acustica, lo spazio del palcoscenico dilatato, la collocazione dei coristi a grande distanza dal direttore, sul fondo del palco, da cui le voci giungono ovattate, private di armonici, non consente di apprezzare appieno la prova della compagine.

Di levatura la prova del quartetto di voci soliste. Anastasia Bartoli sfoggia un timbro caldo, omogeneo e un’emissione morbida e in maschera, che le permettono un’ottima proiezione e un volume di voce mai forzato. Fraseggia con proprietà e interpreta con tragica partecipazione un coinvolgente “Inflammatus et Accensus”, a cui fa da ideale contraltare la cavatina “Fac ut portem” eseguita dall’ottima Cecilia Molinari, già ascoltata e apprezzata al Verdi nel ruolo di Maffio Orsini nella Lucrezia Borgia, ultimo titolo della scorsa stagione, interrotta dall’epidemia. Tecnica sicura e proprietà stilistica, tutta la sua interpretazione incarna la composta sacralità che scaturisce dalla compassione della morte del Cristo.
Matteo Macchioni ha voce non potente ma bene educata e risolve senza problemi salendo sino al Re bemolle sopracuto, il temibile “Cujus animam”, affrontato con impeto marziale, non ricchissimo di colori, ma curato nel fraseggio. Il basso Gabriele Sagona offre una lettura austera e concentrata dell’aria “Pro peccatis” e del seguente “Eia, mater” con coro a cappella: il timbro è piuttosto chiaro ma l’emissione è omogenea in tutte le ottave.

Il pubblico, dimezzato rispetto alla capienza del teatro, in ottemperanza ai regolamenti sulla sicurezza ancora in vigore, invitato, all’inizio del concerto, a un minuto di silenzio in memoria dei defunti, ha infine salutato calorosamente tutti gli interpreti. Questa metaforica sosta prima della ripresa, a rivolgere uno sguardo a quanti ci siamo lasciati alle spalle, coinvolge anche un episodio di cui non sembra corretto tacere, senza volere, tuttavia, entrare in ambiti che non ci sono propri. Prima del concerto, davanti al teatro un gruppo di lavoratori dello spettacolo manifestava per avere perso il lavoro: è questo un altro dramma, umano, innanzi a cui riflettere prima di incamminarci su una nuova via di speranzosa normalità. [Rating:4/5]