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Trieste, Teatro Verdi – La vedova allegra

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Ritrovare La vedova allegra di Franz Lehár nella programmazione estiva con cui il Teatro Verdi di Trieste ha riaperto le sue porte al pubblico, è quasi un ritorno alle calde serate estive di alcuni anni fa, quando la città si animava di spettatori accorsi da varie regioni dell’Italia e … dell’ex Impero Austro Ungarico, richiamati da quello che fu un orgoglio cittadino: il Festival Internazionale dell’Operetta. Perché il legame fra la città, quel periodo storico e quel genere musicale e teatrale che forse meglio lo rappresenta, almeno con riferimento al massimo splendore della Belle Époque, preludio alle tragedie del Novecento, è intimo e forte, più del mito stesso di “cuore della Mitteleuropa” a cui la vita culturale cittadina si sforza oggi di sopravvivere.

Il capolavoro di Lehár, rappresenta in effetti, sia musicalmente che per l’esito che ebbe sul pubblico, una sorta di fotografia sulle contraddizioni di un’epoca: se da un lato infatti inquieta, a posteriori, il fatto che proprio questo titolo fosse fra i prediletti di Adolf Hitler, tanto che il tema di Danilo “Da gech’ icgzu Maxim” sembra essere caricaturalmente citato da Šostakovič nella Sinfonia n.7 Leningrado, dall’altro, la leggerezza con cui si esprime il desiderio di affrontare la vita, sull’onda dei progressi del secolo XIX, quasi per esorcizzare le tensioni latenti che fremevano sotto quel fervore di vita che tanta arte e cultura produsse, si riflette tanto nei contrasti fra le pagine più spensierate e il languore malinconico dei valzer, quanto in certe allusioni che traspaiono nel libretto. In qualche modo quindi, esso è specchio anche di questo nostro particolarissimo momento storico, in cui la voglia di riprendere a vivere con gaiezza e serenità fa a pugni con le incertezze di un futuro ancora una volta minacciato dalla pandemia e dalle tensioni ideologiche e sociali che le decisioni dei governi in fatto di prevenzione e contenimento stanno comportando.

Va dato merito al regista Oscar Cecchi, allo scenografo Paolo Vitale e al coreografo Serhiy Nayenko di avere creato uno spettacolo riuscito, divertente, equilibrato, garbato e, si vorrebbe dire, completo, vincendo le purtroppo note limitazioni: obbligo di distanze, uso delle mascherine, attenzione allo stato febbricitante diventano, anzi, parte integrate dello spettacolo, pur nel rispetto sostanziale della drammaturgia e del testo originali. Si è pure strizzato l’occhio – o forse no, lo si è fatto seriamente, ma con intelligente e sagace senso del teatro, di quel teatro che guarda alla realtà che lo circonda e in cui perpetuamente rivive facendosi mediatore fra essa e la storia – alla parità di genere, “bissando” il celebre settimino “È scabroso le donne studiar” con una versione paritaria: “È scabroso i maschi studiar”. Costumi e colori sono bene armonizzati e, pur nella loro semplicità, risultano eleganti al pari delle scene, che, con pochi mezzi, ottengono effetti di suggestione facendo riscorso a belle proiezioni in notturna dell’arco di Trionfo e della Tour Eiffel e di una grande luna piena nel secondo atto.

La direzione dell’Orchestra del teatro e la concertazione sono affidate al Maestro Christopher Franklin che si è prestato a diventare parte integrante nel gioco del teatro nel teatro, in qualche modo la chiave di lettura dello spettacolo che prende forma davanti ai nostri occhi. La sua è una direzione efficace e briosa, non sempre attenta agli equilibri con il palcoscenico o agli impasti timbrici fra le sezioni dell’orchestra; ma comprendiamo che le norme attuali non facilitano il lavoro. Il meglio di sé lo dà nelle pagine in cui il canto di Lehár si fa più malinconico e in cui la spensierata follia delle feste turbinanti si placa, lasciando spazio a una sorta di mesta spossatezza del tempo che fugge: qui il direttore sa far cantare l’orchestra senza eccedere in languori. Una menzione particolare anche alla bella esecuzione dell’ouverture Ein Morgen, ein Mittag und ein Abend in Wien di von Suppé, eseguita come interludio fra secondo e terzo atto, dove si è particolarmente distinto per il bel fraseggio il violoncello solita.

Tutto di buon livello il ricchissimo cast, in cui spicca la Hanna Glawari di Valentina Mastrangelo. Dotata di un bel timbro ricco di armonici, caldo e omogeneo in tutta la tessitura e di una tecnica sicura con un’ottima proiezione, la Mastrangelo fraseggia con cura e canta con raffinatezza, cesellando le mezze voci della romanza della Vilja; impeccabile nell’esecuzione musicale, convince anche per la misura della recitazione, non privando il personaggio di quei tratti ingenui e giovanili che lo ricollegano al primo incontro con Danilo, interpretato da Gianluca Terranova. Seppure fraseggi con gusto, il suo Danilo si apprezza più per i tratti interpretativi e per il timbro, mentre la scrittura non pare adeguarsi perfettamente al suo strumento: alcune sbavature nel passaggio, una emissione non sempre a fuoco non inficiano tuttavia la resa generale. Giulia Della Peruta conferisce verve alla sua Valencienne, riconfermando la musicalità già apprezzata in passato, mentre Oreste Cosimo nei panni di De Rossillon esibisce un bel timbro chiaro, con una tendenza, a tratti, ad aprire i suoni che rende gli acuti poco squillanti e proiettati. Un paragrafo a parte andrebbe dedicato al Njegus di Andrea Binetti, il quale, come in altre occasioni, dimostra di conoscere a fondo l’arte di stare in palcoscenico. Non dimenticando la lezione del grande Elio Pandolfi, più volte applaudito a Trieste in questo ruolo, sa tuttavia conferire al personaggio tratti di originalità, facendosi apprezzare per la misura impressa alla sua interpretazione, salvandola da ogni tentativo di trivialità o volgarità anche quando si presenta al pubblico in costume “classico sopra e arieggiato sotto” per intonare i suoi couplet inseriti a inizio del terzo atto.
Benissimo tutti gli altri membri della compagnia a partire da Clemente Antonio Daliotti ottimo Barone Zeta, Andrea Schifaudo brillante Raoul De Saint-Brioche, Filippo Fontana elegante Visconte Cascada, Marzia Postogna petulante Praskowia, Gianluca Sorrentino compassato Bogdanowitsch, Federica Giansanti briosa Sylviane, Alessandro Busi simpatico Kromov, Paola Francesca Natale gaia Olga e Luca Gallo misurato Pritschitsch. Fine e aggraziata Cler Bosco, ballerina solista, come pur la partecipazione del corpo di ballo del Lviv National Academic Opera and Ballet Theatre e in forma il Coro del Teatro come sempre accuratamente preparato dal Maestro Francesca Tosi.
Grande successo di pubblico, che ha ritrovato in questo piccolo capolavoro, che conquistò anche Mahler, l’allegria e la spensieratezza di cui è stato a lungo privato.

Teatro Verdi – Attività artistica giugno-dicembre 2021
LA VEDOVA ALLEGRA
(Die lustige Witwe)
Operetta in tre atti su libretto di Victor Léon e Leo Stein
Musica di Franz Lehár

Hanna Glawari Valentina Mastrangelo
Danilo Danilowitsch Gianluca Terranova
Valencienne Giulia Della Peruta
Camille De Rossillon Oreste Cosimo
Njegus Andrea Binetti
Barone Mirko Zeta Clemente Antonio Daliotti
Raoul De Saint-Brioche Andrea Schifaudo
Visconte Cascada Filippo Fontana
Praskowia Marzia Postogna
Bogdanowitsch Gianluca Sorrentino
Sylviane Federica Giansanti
Kromov Alessandro Busi
Olga Paola Francesca Natale
Pritschitsch Luca Gallo
Ballerina solista Cler Bosco
Con la partecipazione del corpo di ballo del Lviv National Academic Opera and Ballet Theatre

Orchestra, Coro e Tecnici della Fondazione Teatro Lirico Lirico Giuseppe Verdi di Trieste
Direttore Christopher Franklin
Maestro del coro Francesca Tosi
Regia Oscar Cecchi
Scene Paolo Vitale
Coreografie Serhiy Nayenko
Assistente alla regia Roberto Bonora

Trieste, 25 luglio 2021

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