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Trieste, Teatro Verdi – La traviata

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Dopo il recente Stabat Mater di Rossini, in memoria delle vittime della pandemia, prende ufficialmente il via l’attività artistica del Teatro Verdi di Trieste, che, come altri teatri in questo straordinario momento, ha puntato su titoli del grande repertorio, limitandosi a due interessanti novità, per le quali bisognerà attendere il 2022: un’opera nuovissima di Piovani e la prima mondiale di un titolo di Respighi. Scelta prudenziale che, considerato il particolare frangente, è stata ingiustamente contestata da alcune parti; non credo si possa sorvolare sulla lunga pausa forzata a cui sono stati costretti gli artisti, costringendo una macchina complessa come il teatro a fermarsi: ripartire dal repertorio è, dunque, una scelta giustifica e, oserei dire, obbligata. Si tenga inoltre conto del fatto che sono ancora in vigore le normative volte a contenere il contagio, che non si limitano alle fastidiosissime mascherine che gli spettatori devono indossare, o alla disponibilità limitare dei posti a loro disposizione: vanno piuttosto a colpire il cuore stesso dell’esecuzione, ridisegnando spazi e imponendo limiti pesanti a orchestrali, coristi e interpreti. Ne consegue che ogni esecuzione diventa una sfida per proporre nuove soluzioni, ma anche che ogni eccessiva prudenza può tramutarsi in un’occasione mancata. È questa, appunto, la riflessione e la sensazione che scaturiscono dall’edizione di La traviata di Giuseppe Verdi in scena in questi giorni a Trieste.

Mariano Bauduin – la locandina non riporta il nome dello scenografo e del costumista: si dice solo che si tratta di una produzione della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste – costruisce uno spettacolo di impianto tradizionale, ma sembra perdersi nei riferimenti metaletterari fra Dumas e Baudelaire, fra citazioni viscontiane e un verismo che ingenerano confusione e non superano l’impaccio di un coro necessariamente ingessato sul fondo della scena e degli interpreti costretti a mantenere le distanze di sicurezza. L’idea di proiettare, durante i preludi al primo e terzo atto e nel corso dell’opera, versi tratti da Le fleurs du mal di Baudelaire, pubblicati quattro anni dopo la prima del capolavoro verdiano, ma di fatto coetanei nella stesura, non si risolve in una rilettura drammaturgica, quanto, piuttosto, in un effetto esteriore che evidenzia alcuni limiti di realizzazione: i versi, infatti, sono per lo più illeggibili essendo proiettati su superfici disposte su piani non omogenei. Alcune ingenuità non possono essere giustificate dalle restrizioni che abbiamo ricordato: Alfredo che entra alla festa in casa di Violetta, alla sua vista fugge intimorito e viene riacciuffato dal Visconte Gastone; la grande aria che chiude il primo atto cantata in una goffa sottoveste, con il sipario mezzo chiuso – scelta infelice perché il pesante velluto attenua la voce del soprano, impedisce la vista di Violetta a parte del pubblico, ma non nasconde Alfredo, con il risultato che questo è visibile in scena, la seconda canta da dietro una quinta, l’esatto opposto di quello previsto da Verdi; e se la Callas che gettava la scarpetta fece scandalo, la Iniesta che deve sfilarsi a fatica lo stivaletto alto, crea imbarazzo; il duetto alla festa di Flora con Violetta che fugge spaventata fra sedie rovesciate, minaccia Alfredo brandendo il bastone di Douphol come una spada, poltrone rovesciate, si getta a terra nascondendosi dietro una poltrona per timore di essere percossa, salvo poi cantare il concertato in piedi lasciando cadere lentamente dalle mani i soldi che Alfredo le ha gettato; o ancora la corsa di Annina che, morta Violetta, prende un grande candelabro e lo pone su un pianoforte rovesciato sul quale cala un gelido raggio di luce grigia, il cui significato appare oscuro quanto le tenebre del fondale. Idee, spunti che non si armonizzano in una direzione precisa: il regista pare procedere scena per scena, cercare una soluzione nell’istante in cui il problema si presenta e il ricordo di Baudelarie, che poteva essere la chiave di volta, si perde in una citazione dotta.

L’Orchestra del Verdi è sistemata in modo inedito: violini e viole sono collocati a livello della platea, e poi, a degradare nel golfo mistico con una soluzione bayreuthiana, gli altri strumenti; le percussioni sono invece collocate nei palchi di pepiano a sinistra. Il Maestro Michelangelo Mazza riesce a trovare un giusto equilibrio fra le sezioni, dando risalto ai dettagli della partitura e al contrappunto che Verdi disegna nell’accompagnamento armonico. Stacca tempi comodi sin dal preludio, ben condotto, quasi un ricordo che riaffiora nella mente di Violetta morente. Tuttavia, quel velo di stanchezza, quel colore malato che scaturisce dalle prime otto battute, si dilata poi in maniera eccessivamente marcata su tutta la sua lettura, permeando di sé, fino all’eccesso, ogni soluzione agogica e dinamica sicché tutto risulta spento, monotono a tratti, annebbiato dalla ricerca del dettaglio con momenti di estenuante lentezza. L’orchestra risponde con un bel suono che non compensa tuttavia un fraseggio che non decolla.

Ruth Iniesta ha un bel timbro di voce e una tecnica solida, ma non riesce a offrire una lettura unitaria, facendosi tuttavia apprezzare per una sostanziale correttezza. Il primo atto risulta il meno convincente, soprattutto nelle agilità che mancano di scioltezza e brillantezza; convince nel secondo atto, dove disegna una protagonista decisa, riflessiva, non succube di Germont quanto realisticamente consapevole dell’ineluttabilità di quella richiesta e del suo conseguente sacrificio. Purtroppo, la grande scena che sfocia nell’appassionata supplica “Amami Alfredo” manca di pathos, e quello che Verdi aveva concepito come il climax di tutta la partitura scivola via ben eseguito, ma senza emozione. Nel prosieguo dello spettacolo la voce sembra omologarsi al colore informe impartito all’orchestra dal direttore e l’interpretazione è poco interessante, piatta nel fraseggio di “Addio del passato”, salvo riprendersi dal duetto “Parigi, o cara” sino a un persuasivo finale. Marco Ciaponi canta con grande gusto: voce di tenore lirico bene impostata, dispone di buona tecnica e fraseggia con raffinata eleganza. Risolve con precisione le quartine del brindisi e corona con un do sovracuto brillante e ben proiettato “Oh mio rimorso”. Il suo Alfredo è un ragazzo impacciato che immaginiamo alla sua prima esperienza d’amore, non scevro a tratti di una certa originalità, mai forzato né nell’emissione né scontato o volgare. Angelo Veccia trova soluzioni interessanti per Germont padre, un piccolo borghese, dove l’attributo è da intendersi nel senso di mediocre: un uomo legato al suo piccolo mondo a tratti fastidiosamente suadente nelle sue pretese, salvo indulgere in certi momenti ad atteggiamenti da curato di campagna, con le mani giunte e il capo chino. Voce imponente e brunita, dall’emissione a tratti intubata, manca forse di un po’ di quella nobile eleganza nel fraseggio che è richiesta al baritono verdiano.

Fra i numerosissimi comprimari una menzione particolare va data alla Flora di Rinako Hara e alla Annina di Elisa Verzier, entrambe ottime, al Gastone di Motoharu Takei e al Barone Douphol di Andrea Binetti, che hanno il merito di risultare fra quelli più a proprio agio in scena. Valido apporto viene anche da Giovanni Palumbo, Marchese D’Obigny, Dax Velenich, Giuseppe, Hector Leka, Grenvil, Damiano Locatelli, un domestico di Flora, Giuliano Pelizon, un Commissario.
Sacrificato, come già nello Stabat Mater, il Coro ben diretto da Francesca Tosi, che conosciamo tuttavia come compagine di lunga tradizione e punto di forza del Teatro Verdi. Ricordiamo per il loro contributo i due ballerini solisti Guillermo Alan Berzins e Marijana Tanasković.

Teatro Verdi – Stagione liriche 2021/22
LA TRAVIATA
Melodramma in tre atti su libretto di Francesco Maria Piave
dal dramma La Dame auxcamélias di Alexandre Dumas figlio
Musica di Giuseppe Verdi

Violetta Valéry Ruth Iniesta
Alfredo Germont Marco Ciaponi
Giorgio Germont Angelo Veccia
Flora Bervoix Rinako Hara
Annina Elisa Verzier
Gastone Motoharu Takei
Barone Douphol Andrea Binetti
Marchese D’Obigny Giovanni Palumbo
Dottor Grenvil Hektor Leka
Giuseppe Dax Velenich
Un domestico di Flora Damiano Locatelli
Un Commissionario Giuliano Pelizon
Ballerini solisti Guillermo Alan Berzins e Marijana Tanasković

Orchestra, Coro e Tecnici del suono della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste
Direttore Michelangelo Mazza
Regia Mariano Bauduin
Maestro del coro Francesca Tosi
Allestimento della Fondazione Teatro Lirico Giuseppe Verdi di Trieste

Trieste, 25 giugno 2021

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