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Torino, Teatro Regio – La traviata

Ci si interroga su quale futuro avrà il Teatro Regio di Torino alla luce dell’opera di risanamento messa in essere dal commissario straordinario Rosanna Purchia e ci si chiede se la “lady di ferro” riuscirà a risolvere gli innumerevoli problemi del teatro, anche in vista del lungo periodo di chiusura che lo aspetta per la messa a norma del palcoscenico. Ma il 7 maggio non è momento per chiedersi tutto questo: è un giorno di festa, perché il Regio riapre e il sipario si alza finalmente, dopo mesi di attività limitata al solo streaming, dinanzi al pubblico presente in sala. Ed è ovvio che la prova generale-anteprima de La traviata di Verdi, dedicata a parenti e lavoratori del teatro, sia un momento indubbiamente emozionante.
La signora Purchia, accompagnata dal direttore artistico Sebastian Schwarz, saluta il pubblico presente in sala a ranghi ridotti per le limitazioni dovute al Covid-19 e con emozione si augura che “questo sia il primo di mille e più mille giorni” in cui il teatro possa aprire le porte a un pubblico finalmente ritrovato, come in questa serata (lo spettacolo ha inizio alle 18,30 per aver termine prima del coprifuoco delle 22). Scatta un lungo applauso, doveroso per chi ha lavorato perché tutto questo potesse avvenire. Dal canto suo, il direttore artistico ricorda le difficoltà che hanno portato il teatro a impegnarsi per realizzare uno spettacolo con tutte le distanze di sicurezza richieste, con masse artistiche e cantanti costretti a muoversi sulla scena con le dovute cautele. Il coro porta le mascherine d’ordinanza e l’orchestra è disposta a ranghi ben divisi: nel golfo mistico sollevato ci sono fiati e legni; davanti a loro, nella platea, gli archi suonati da professori d’orchestra che portano pure loro le “museruole” che nascondono i volti di tutti noi, come quello del direttore d’orchestra, neanche lui risparmiato dall’indossarla. Ma non si può fare altrimenti.

A farne le spese è un allestimento, proveniente dal Teatro San Carlo di Napoli e firmato da Lorenzo Amato, che già appare piuttosto freddo nell’idea, l’unica direi, di mostrare un fondale dove scorre, dall’inizio alla fine dello spettacolo, una pioggia implacabile e incessante. Una pioggia dell’”anima”, un dolore che attraversa lo stato dei personaggi immersi negli ambienti disegnati dalle scene di Ezio Frigerio e dai costumi di Franca Squarciapino, che sono in stile, con quinte a tendaggi, tele pittoriche che mostrano sontuosi baldacchini e un sipario con manifesti d’epoca tardo ottocenteschi utile per il cambio scene. L’impianto è per lo più fisso, povero di elementi scenici, ridotti all’osso, e le distanze di sicurezza rendono per di più lo spettacolo registicamente tanto più inerte di quanto non appaia nelle scene. C’è un solo punto il cui il regista si sbizzarrisce: quello in cui Alfredo, intonando la fatidica frase “che qui pagata io l’ho”, lancia su Violetta, che giace a terra, delle banconote poi raccolte e ossessivamente rigettatele addosso, come a volerla “lapidare” di disprezzo. Per il resto non avviene davvero nulla e i cantanti sono attenti a non sfiorarsi mai, neanche per sbaglio, rimanendo a debita distanza l’uno dall’altro. Un espediente, a tratti, troppo evidente. Anche nel finale, quando Alfredo corre al capezzale di Violetta, si sdraia per terra e tende la mano verso Violetta distesa sofferente sul divanetto, come a voler simboleggiare l’impossibile riavvicinamento degli amanti, anche dinanzi al momento estremo della morte.

Se lo spettacolo non riserva molte sorprese, la parte musicale è invece interessante e mostra una certa cura nella scelta del cast, per nulla scontato. Sul podio dell’Orchestra del Regio e del Coro, ben istruito da Andrea Secchi, entrambi apparsi in grande forma, la sensibile bacchetta dell’israeliano Rani Calderon regala una visione musicale dell’opera molto equilibrata. Qualche decibel sonoro di troppo può essere forse imputabile alla disposizione dell’orchestra fuori dalla buca, ma da subito appare chiaro che la carta vincente della sua direzione sia la cantabilità, sensibile nell’offrire alle voci la possibilità di un respiro sonoro largo e morbido, oltre che un controllo del palcoscenico davvero impeccabile, sempre attento alle voci.

La protagonista è il soprano Gilda Fiume, già conosciuta a Torino per essere stata Gilda in alcune recite di Rigoletto. Cantante apprezzata nel repertorio lirico-leggero e lirico, in possesso di una voce di bel colore, morbida e carezzevole, regala una Violetta di tutto rispetto. Supera senza colpo ferire, in virtù della sua vocazione al belcanto, il finale del primo atto, che non le crea reali problemi; risolve quindi bene i famigerati attacchi su “gioir” e lancia un apprezzabile mi bemolle al termine del “Sempre libera”, mostrandosi precisa quanto basta nella coloratura, anche se priva di quell’ebbrezza capace di trasformare il canto di agilità in specchio di un cuore turbato per aver provato il sentimento dell’amore vero. È soprattutto in “Ah, fors’è lui” che emerge, da subito, la carta vincente del suo canto, improntato su un lirismo sfumato eppure ricco di quell’intensità che le è utile quando, nel secondo atto, la temperatura drammatica la porta a intonare “Dite alla giovane” in maniera davvero toccante. Poi, nella scena della festa, dona un “Alfredo, Alfredo, di questo core” di delicata morbidezza. Si arriva all’ultimo atto, quando le medesime qualità si apprezzano in “Addio, del passato”, cantato davvero bene, sfumato e raccolto. Cosa le manca per essere una Violetta di riferimento? Il physique du rôle e la personalità, sia sul versante interpretativo che in quella carica emozionale capace di andare al di là dei suoni ben emessi, tramutandoli in intima e straziante verità espressiva, riflesso del dramma. Una Violetta, la sua, ancora poco personaggio.
Per Alfredo, il Regio offre al pubblico torinese la preziosa possibilità di fare la conoscenza con Julien Behr, giovane tenore molto apprezzato nella sua nazione d’origine, la Francia, dove ha già ricevuto molti riconoscimenti e anche registrato un cd di arie francesi che è un vero gioiello (qui la nostra recensione). Indubbiamente si tratta di un cantante di alta classe. La voce non è enorme per volume, ma il canto è garbato, il timbro gentile, di tenore leggero più che lirico, e lo stile sovrano. Calderon gli regala i tempi giusti per mettersi subito in bella mostra in “Un dì, felice, eterea” delicato e sospiroso, poi ricama l’aria del secondo atto da vero stilista, con eleganza, limpidezza d’emissione e bel legato; non commette l’errore di eseguire la cabaletta come fosse la “pira” di Alfredo (tenta la puntatura acuta finale, che forse sarebbe stato meglio evitare, perché apparsa un po’ striminzita) e regge bene la scena della mortificazione di Violetta, senza abbandonarsi a inutili eccessi. Nel finale dell’opera regala un “Parigi, o cara” soffice, raffinato e nitido.
Il vibrato accentuato e il timbro ingrato non impediscono a Damiano Salerno di risolvere comunque la parte di Germont con professionalità e senso del gusto. Il canto è sempre espressivo, consapevole del significato di ciò che canta in funzione del dramma, quindi, come si suole dire, casca in piedi. Nei ruoli di contorni si mette in luce Rocco Cavalluzzi (Il dottor Grenvil), ma anche Lorrie Garcia (Flora) Ashley Milanese (Annina), Joan Folqué (Gastone), Dario Giorgelè (Il barone Douphol) e Alessio Verna (Il marchese D’Obigny).
Se i torinesi vogliono tornare all’opera, ora possono farlo e devono sapere che hanno la possibilità di assistere a una ottima Traviata, a partire dal 9 maggio, con successive altre quattro recite, il 14, 16, 19 e 22. [Rating:3.5/5]

Teatro Regio – Stagione 2020-2021
LA TRAVIATA
Melodramma in tre atti su libretto di Francesco Maria Piave
Tratto dal dramma “La Dame aux camélias” di Alexandre Dumas figlio
Musica di Giuseppe Verdi

Violetta Valéry Gilda Fiume
Alfredo Germont Julien Behr
Giorgio Germont Damiano Salerno
Flora Bervoix Lorrie Garcia
Annina Ashley Milanese
Gastone Joan Folqué
Il barone Douphol Dario Giorgelè
Il marchese D’Obigny Alessio Verna
Il dottor Grevil Rocco Cavalluzzi
Giuseppe, servo di Violetta Luigi Della Monica
Un domestico di Flora Riccardo Mattiotto
Un commissionario Giuseppe Capoferri

Orchestra e Coro Teatro Regio Torino
Direttore Rani Calderon
Maestro del coro Andrea Secchi

Regia Lorenzo Amato
Aiuto regista e coreografia Giancarlo Stiscia
Scene Ezio Frigerio
Costumi Franca Squarciapino
Luci Marco Giusti
Allestimento Teatro San Carlo di Napoli

Torino, 7 maggio 2021

Photo credit: Edoardo Piva