Chiudi

Torino, Teatro Regio – Così fan tutte

Condivisioni

L’arrivo di Riccardo Muti a Torino per dirigere Così fan tutte di Mozart al Regio è stato un timido anche se significativo segnale di rinascita per il teatro torinese. Già La bohème di Puccini diretta da Daniel Oren, anch’essa trasmessa in streaming, aveva messo in luce come le masse artistiche (il Maestro Riccardo Muti non ama definirle così, preferisce chiamarle col loro nome: orchestra e coro) fossero in ottima forma, nonostante il lungo periodo di silenzio e l’attività per ora svolta senza presenza di pubblico in sala, anche se per questo Così fan tutte, chi scrive, ha assistito alla produzione lo scorso 12 febbraio, quando è stata registrata. Si è però dovuto aspettare un mese (davvero troppo) perché lo spettacolo venisse messo in rete. Dopo questo periodo, breve ma intenso, terminato con la promessa da parte del Maestro di tornare a Torino constatato il feeling forse inaspettato creatosi con Orchestra e Coro, il Regio non ha ancora annunciato ma ha in corso le prove per un Elisir d’amore di Donizetti che verrà trasmesso in streaming. Intanto, se si parla del Teatro, è ahimè solo per ricordare le inchieste che hanno coinvolto la precedente gestione (ora destinate a passare a una delicata fase processuale), o per riferire dell’invero non troppo amata “lady di ferro” Rosanna Purchia, Commissario straordinario.

Veniamo a Così fan tutte. Il suono dell’Orchestra del Regio, nelle mani di un grande direttore come Riccardo Muti, riesce a ottenere tutto quanto richiesto da una concertazione tanto analitica, meditata e teatrale pur nel rigore sorvegliatissimo di una trasparenza sonora estetizzante.  Il Mozart di Muti, lo sappiamo, è quello della grande tradizione italiana, che chiede un suono pulito e terso, una filigrana sonora illuminata dal sole mediterraneo, scaldata da impasti timbrici che accarezzano le note, le fanno vivere attraverso ritmi talvolta febbrili sempre percorsi però da un senso di disincanto malinconico che attraversa la commedia erotico-sentimentale con una finezza che svela l’amara volubilità dei sentimenti umani. Il gioco razionalistico a ingranaggio perfetto di Così fan tutte perde ogni riferimento al fin troppo abusato Mozart oggi affidato agli ensemble con strumenti storicamente informati: quello alla “moda”, nervoso, acido e scarnificato, oppure svaporato, che secondo la “baroccheggiante” prassi esecutiva in voga è il più moderno e manda in sollucchero certi critici, sempre alla ricerca del nuovo pur di gettar fango sul meglio della nostra tradizione esecutiva. Quello di Muti, all’opposto, è apollineo, lieve e carezzevole, attento al legato: è l’anima di un Mozart eseguito con la consapevolezza che in questa musica, adoperata per mettere in moto il perfetto meccanismo teatrale del libretto di Da Ponte, vi è qualcosa di sovrumano, tanto perfetto che va trattato con cura, attenzione e garbo. Questo non significa ingessarlo. Al contrario, Muti fa vivere l’autentico sentire della musica mozartiana, fatta di equilibri perfetti. Da questi scaturisce un fluire musicale tanto curato, anche nei recitativi (accompagnati al fortepiano dalla brava Luisella Germano), da far apparire teatralissimo il discorso narrativo in musica, con quel tocco geniale che si percepisce da subito, ascoltando l’ouverture e poi rimanendo catturati dall’incanto con cui viene eseguito il terzetto “Soave sia il vento”, con quegli archi che, accompagnando le parole “a nostri desir”, donano un senso di sospensione estatica che illumina l’aura “divina” presente nella musica di Mozart, cogliendone gli aspetti di olimpica bellezza e di affettuoso sospiro carezzevole. Inutile girarci tanto attorno. Il vero Mozart è il suo, quello che esce da volute sonore avvolte in una dimensione di soprannaturale bellezza scaldata da una luce limpida e serena, quella capace di svelarci le malinconie segrete della vita, al di là delle debolezze e dell’incostanza dell’umano agire sublimati dall’armonia suprema che sostanzia questa musica che parla di realtà ma ondeggia su sfere metafisiche.

La compagnia di canto, va sottolineato con piacere formata da cantanti tutti italiani, è praticamente perfetta. Un gradino sopra di tutti spicca la magnifica Fiordiligi di Eleonora Buratto. Con una voce lirica ben proiettata e di impasto timbrico capace di suoni gravi di colore brunito, risolve senza difficolta alcuna i temibili salti di ottava dell’aria “Come scoglio”, tanto da non farli apparire difficili, anzi naturali ed elegantemente gestiti, arrivando a dipingere la prima parte dell’aria del secondo atto, “Per pietà, ben mio, perdona”, con tinte malinconiche, morbidezza e il giusto abbandono. Una maturità vocale che la conferma fra le migliori cantanti italiane del momento e, anche dopo il passaggio a un repertorio che si sta allargando a passi lenti e meditati a Verdi, la vede affrontare Mozart con quella sorvegliata musicalità che rende il suo canto ricco di fascino.
Anche Paola Gardina canta assai bene e il timbro è pure gradevole, ma se non le si possono imputare difetti nelle arie “Smanie implacabili” e “È amore un ladroncello”, tanto dissimili eppure eseguite entrambe con garbo e gusto, qualche piccolo rilievo lo si può invece muovere sulla proiezione alquanto contenuta del suono. Il giovane e talentuoso mezzosoprano Francesca Di Sauro è Despina lontana da qualsiasi concessione soubrettistica, eppure è incisiva e spigliatissima, oltre che spiritosa nelle scene dei travestimenti e in quelle dove vengono fuori il brio e la carica sensuale della servetta astuta e scaltra. Alessandro Luongo, Guglielmo stilisticamente sorvegliatissimo e di bel rilievo timbrico, intona un “Donne mie, la fate a tanti” da incorniciare per eleganza, controllo della linea e eloquenza espressiva. Il giovane tenore Giovanni Sala, Ferrando, esegue “Un’aura amorosa” con una linea di canto felpata e legatissima che tocca momenti di magia nel da capo attaccato in pianissimo e accompagnato in maniera sublime da Muti, ma esegue anche senza affanni l’altrettanto difficile aria “Tradito, schernito!”, nella quale i tenori spesso incespicano. Marco Filippo Romano, infine, non si fa scappare una parola cesellando i recitativi di Don Alfonso con sapida espressività, sostenuto da un gioco scenico finissimo e arguto che lo conferma cantante e artista della migliore tradizione italiana, fra quelli capaci di rendere sagace e frizzante la dialettica teatrale del personaggio nel repertorio giocoso che spazia da Mozart a Donizetti.

Tutti sono perfettamente calati nei ruoli e in uno spettacolo che la regia di Chiara Muti firma secondo un tratto registico che pare uscire dal suono ottenuto in orchestra dalla bacchetta del padre. L’impianto scenico, disegnato da Leila Fteita, è sostanzialmente fisso, con pareti color grigio argento e pavimenti lucidi in bianco panna, gli stessi colori degli elegantissimi costumi di Alessandro Lai. Il fondale si apre su un mare stilizzato che si illumina di riflessi argentei e azzurrognoli. L’ampia sezione centrale vuota del palcoscenico si anima di volta in volta divenendo un campo da tennis, una stanza da letto delle signore con letti ricavati da barche con baldacchini che sembrano vele, una giostra da giardino che poi lascia spazio a siepi labirintiche quando si sviluppa la scena della seduzione dei due uomini travestiti per celare la loro vera identità, mentre una mongolfiera scende dall’alto quando hanno inizio le schermaglie seduttive. La regia è dinamica, vivacemente scorrevole in un moto perpetuo senza soste; le arie, spesso drammatizzate attraverso l’impiego di mimi, offrono continue controscene che rendono lo spettacolo animato e vagamente onirico, quasi un sogno che esce da una trama razionalmente concepita nel gioco di incastri amorosi che hanno indotto Chiara Muti a pensare a quest’opera come “il dramma giocoso del disincanto”, che prende forma da una sorta di lanterna magica della disillusione amorosa nata dai mille specchi che riflettono le relazioni umane e la volubilità delle relazioni, alla fine ristabilite non senza lasciare l’amaro retaggio di una malinconia che lo spettacolo ben comunica nella sua trasognata stilizzazione, leggera come una piuma e al tempo stesso fresca ed elegante. Le idee, e ve ne sono molte, sono sempre in sintonia con la musica. Una fra tutte, l’utilizzo di nastri fatti volteggiare per formare serpentine che donano l’immagine dell’onda magnetica della “pietra mesmerica” attraverso la quale Despina, vestita da medico, ridona vita a Ferrando e Guglielmo che si sono finti avvelenati. Dal sogno di questo Così fan tutte nasce un fluido teatrale così armonioso e perfetto che avremmo voluto non finisse mai.

Lo streaming gratuito di questo spettacolo sarà disponibile on-demand (qui il link) fino al 30 settembre 2021 grazie alla RMMUSIC (qui il link), società che detiene i diritti di registrazione e di immagine di Riccardo Muti.

Teatro Regio di Torino – Stagione 2020/21
COSÌ FAN TUTTE
Dramma giocoso in due atti
Libretto di Lorenzo Da Ponte
Musica di Wolfgang Amadeus Mozart

Fiordiligi Eleonora Buratto
Dorabella Paola Gardina
Guglielmo Alessandro Luongo
Ferrando Giovanni Sala
Despina Francesca Di Sauro
Don Alfonso Marco Filippo Romano

Orchestra e Coro Teatro Regio Torino
Direttore d’orchestra Riccardo Muti
Maestro del coro Andrea Secchi

Regia Chiara Muti
Scene Leila Fteita
Costumi Alessandro Lai
Luci Vincent Longuemare
Assistente alla regia Tecla Gucci
Direttore dell’allestimento Claudia Boasso
Allestimento del Teatro San Carlo di Napoli e Wiener Staatsoper

Torino,  Teatro Regio, 12 febbraio 2021
In streaming dall’11 marzo al 30 settembre 2021

image_print
Connessi all'Opera - Tutti i diritti riservati / Sullo sfondo: National Centre for the Performing Arts, Pechino