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Torino, Auditorium “G. Agnelli” del Lingotto – Aida

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Si è giunti, sul finire di novembre, a quello che può considerarsi il pezzo forte del cartellone Regio Metropolitano, ricco di appuntamenti concertistici e di danza svoltisi in diverse sedi e sale da concerto torinesi in attesa che il Teatro di Piazza Castello riapra, a febbraio del prossimo anno, dopo aver concluso la prima fase dei complessi e necessari lavori di rinnovamento del palcoscenico. L’Auditorium “G. Agnelli” del Lingotto ospita Aida di Giuseppe Verdi in forma di concerto proposta in occasione del 150° anniversario della prima assoluta e del 100° anniversario della morte di Enrico Caruso come, ad apertura di serata, ha ricordato il direttore artistico del Regio Sebastian Schwarz, per poi passare la parola a Franco Iacono, responsabile del Comitato Nazionale per le celebrazioni della scomparsa di Enrico Caruso, del quale si è fatta ascoltare anche una memorabile incisione storica di “Celeste Aida”, che ancora oggi desta innegabile stupore.

Non si sceglie, come spesso è in uso fare in questi casi, una esecuzione in forma semiscenica, né si ricorre a schermi per proiezioni di immagini e video. Si assiste – forse è meglio sia così – alla proposta del grande capolavoro verdiano nella più classica versione concertante. La massa corale siede nella tribuna posta al fondo della grande sala dell’Auditorium del Lingotto, con le poltrone solitamente destinate al pubblico in faccia all’orchestra, quest’ultima posizionata sul palco con i solisti al proscenio.
Il cast è dei più prestigiosi e la direzione d’orchestra affidata all’esperta bacchetta del direttore israeliano Pinchas Steinberg, che già diresse Aida a Torino nel 2005 al Teatro Regio, inaugurando la stagione. Steinberg, appartenente a un filone direttoriale che l’ha visto formarsi in ambiente statunitense e tedesco, fonde il richiamo alla tradizione sinfonica con una conoscenza dell’opera italiana dovuta agli studi con Antonino Votto e consolidatasi nel tempo fino a fare di lui un punto di riferimento in questo repertorio. La sua concertazione, alla testa di un’Orchestra del Regio e di un Coro (ben istruito da Andrea Secchi) in ottima forma, segue un percorso musicale compatto, solido e attentissimo alla tenuta degli equilibri fra orchestra e voci, ma soprattutto accurato nel cogliere l’alternanza fra collettività e sentimenti individuali, che è poi il vero segreto di Aida: opera kolossal, ma nella sostanza intima quando i sentimenti privati prevalgono sulle ragioni pubbliche. Nelle grandi scene di massa è solenne e dà grande respiro al concertato del trionfo, raramente eseguito così bene, ma non dimentica di regalare attenzione ai dettagli, ai preziosismi orchestrali che non tardano a mettersi in luce nel vorticoso ritmo di danza dei giovani schiavi mori negli appartamenti di Amneris, o nello scintillio delle danze che seguono alla marcia trionfale, letteralmente ricamate in orchestra. Agli umori azzurrini del notturno sul Nilo del terzo atto dona i giusti colori, così come al duetto fra Aida e Amonasro, dove le grandi frasi verdiane, come “O patria! O patria…quando mi costi!”, assumono il rilievo che a loro compete, per respiro e struggente ampiezza di suono nel vibrare degli archi. Anche l’incontro fra Aida e Radamès alterna momenti di eroismo a profumi esotici non estenuati ma attraversati da quel filo di verdianità che mai perde per strada il pulsare del dramma che è alle porte e si snoda poi nella grande scena del giudizio, solenne e concreta, carica di asciutta tensione tragica percepibile nella disperazione che avvolge Amneris, fino a un finale dove il maestro cerca di ottenere, in orchestra come dalle voci, quel suono puro e trasparente che prelude alla morte dei due protagonisti. Un arco drammatico teso e robusto, eppure ricco di sfumature, rende la sua concertazione il punto di forza di un’esecuzione di altissimo valore, che la presenza dei solisti asseconda, anche se a corrente di rendimento alternata.

Aida è Angela Meade, soprano americano, tempo fa di casa al Metropolitan di New York, mentre oggi presenza costante sui palcoscenici italiani, ormai impostasi all’attenzione nel repertorio verdiano e recentemente anche come protagonista di Norma sulle scene piacentine. L’estate scorsa è stata Aida all’Arena di Verona e adesso a Torino conferma medesime qualità e limiti. La voce, per timbro ed espansione, sarebbe quella giusta per la parte e il bagaglio belcantistico, retaggio della sua carriera, dovrebbe porla dinanzi a una lettura capace di mettere in luce quelle sottigliezze che da lei si attendono in termini di sfumature e di quella ricerca espressiva che, nel piegare i suoni alla mezza voce e ai filati, la aiutino a rendere l’immagine di un’Aida di sicuro spessore drammatico ma con quelle aperture liriche che ne contraddistinguano i tratti in base alle caratteristiche certamente significative di questa valente cantante. Invece, in questa prova torinese, dopo il bel ricordo lasciato di sé al Regio come Giselda ne I Lombardi alla prima Crociata, Angela Meade sceglie la via di un fraseggio generico. Prova sì nel finale dell’opera a smorzare qualche nota, ma spesso con rendimento incostante. Anche il do di “O cieli azzurri” è preso in forte e per di più appare poco luminoso, anzi forzato. Il vibrato, limite sempre evidente nella sua organizzazione vocale, contenuto ad arte quando è nella sua forma migliore, la costringe in questa occasione a compromessi vocali che la rendono piuttosto generica in rapporto al sentire di una parte risolta senza quella profondità che ci si aspetterebbe da una cantante del suo rango.

All’opposto, l’Amneris di Anna Maria Chiuri, in forma vocale e artistica splendente, segue passo dopo passo la parabola espressiva del personaggio, facendone una donna innamorata oltre che una principessa egizia consapevole del proprio potere, combattiva e appassionata, ma anche astuta e indagatoria, mai scontatamente furente e leonina nella sua indomita fierezza, sottile nel perseguire obiettivi che alla fine la rendono il vero personaggio perdente dell’opera; ne coglie tutti gli aspetti caratteriali, dall’amore alla gelosia, dall’altera consapevolezza della sua condizione regale alla disperazione per aver perduto per sempre la persona che ama senza esserne ricambiata. Realizza insomma quello che può definirsi vera drammaturgia musicale applicata al canto e al senso che viene dato a ogni sentimento che Verdi richiede alla parte. La voce, sempre attenta al senso della parola, è piena e rigogliosa, si piega con morbidezza nel seguire un tracciato espressivo e di fraseggio meditatissimo e, nella scena di giudizio, complice l’accompagnamento di Steinberg, approda a risultati vocali ed interpretativi che la confermano fra le più persuasive interpreti odierne di questa parte.

Stefano La Colla è un tenore di non pochi meriti, ma il suo Radamès tende a spingere l’emissione, che nella salita all’acuto diventa nasale e fissa. Eppure il volume e le intenzioni, pur non possedendo il carattere del tenore drammatico, non gli mancano, tanto che tenta anche di smorzare il si bemolle di “Celeste Aida”, attaccato in forte e poi subito sfumato, ma analoghe sottigliezze non gli riescono facili nella scena del Nilo e nel duetto conclusivo con Aida, dove l’emissione appare piuttosto rigida e infeltrita.

Un mare di morbidezza di suono possiede il baritono Amartuvshin Enkhbat, Amonasro di gran lusso. Canta benissimo “Quest’assisa ch’io vesto vi dica” e il duetto con Aida del terzo atto, donando, attraverso intense arcate di suono, nobiltà a una parte che libera da ogni scontata e sommaria trucibalderia, puntando tutto sulla bellezza di uno strumento vocale omogeneo e brunito, senza ombra di forzature, anche nei momenti dove tutti i baritoni tendono a sbracare quando inveiscono sulla figlia in “Non sei mia figlia…Dei Faraoni tu sei la schiava!”. Gli manca solo una piccola dose di approfondimento espressivo per arrivare ad essere quello che infondo è già: uno dei migliori baritoni verdiani del momento. Dmitry Belosselskiy è un Ramfis un po’ vociferante, ma di cavata sonora rigogliosa e tonante. Più composto l’ottimo Re di Antonio Di Matteo, anche lui autorevole voce di basso. Funzionale la sacerdotessa di Ashley Milanese e perfetto il messaggero di Francesco Pittari. Festoso successo finale per tutti.

Stagione Regio Metropolitano 2021
AIDA
Opera in quattro atti
Libretto di Antonio Ghislanzoni
Musica di Giuseppe Verdi

Aida Angela Meade
Radamès Stefano La Colla
Amneris Anna Maria Chiuri
Amonasro Amartuvshin Enkhbat
Ramfis Dmitry Belosselskiy
Il Re Antonio Di Matteo
Sacerdotessa Ashley Milanese
Un messaggero Francesco Pittari

Orchestra e Coro Teatro Regio Torino
Direttore Pinchas Steinberg
Maestro del coro Andrea Secchi

In occasione del 150° anniversario della prima assoluta
e del 100° anniversario di Enrico Caruso
Torino, Auditorium “G. Agnelli” – Lingotto, 26 novembre 2021

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