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Su YouTube, Le nozze di Figaro delle Settimane Musicali di Vicenza. Sul podio Rigon

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Dopo Così fan tutte e Don Giovanni, la proposta “a ritroso” della trilogia di Mozart-Da Ponte al Teatro Olimpico di Vicenza si concludeva nel giugno 2016 con l’allestimento de Le nozze di Figaro. Come nel caso dei titoli rappresentati nelle due precedenti edizioni delle “Settimane Musicali”, l’allestimento era firmato per la parte registica da Lorenzo Regazzo.

Lo spettacolo, disponibile su YouTube a partire dalle ore 18 di domenica 11 aprile (qui il link), propone una lettura sintonizzata con l’attuale cultura della crisi connotata da relativismo e nichilismo. Nella “folle giornata” mozartiana, Regazzo non evidenzia tracce di critica sociale o contenuti che rimandino all’originale pièce di Beaumarchais. Aggira ogni allusione politica per spostare la partita sul piano psicologico e sensuale: i conflitti fra i personaggi sono quindi legati non alla sfera sociale, ma a quella dell’eros, alla sua componente trasgressiva ed eversiva. Le nozze di Figaro è del resto la commedia perfetta e, come le due consorelle, è una rappresentazione concreta e senza tempo delle leggi che governano il cuore, dei nodi cruciali dell’esistenza, dei dilemmi della coscienza. I rapporti tra i personaggi sono minati dalla provvisorietà, a continuo rischio di tradimento e rottura. Le passioni sono temporanee, l’eros è il motore di tutto ma può trasformarsi in forza distruttrice. E tuttavia i sentimenti si possono rafforzare anche attraverso percorsi affettivi contraddittori. Dietro la leggerezza e il sorriso, insomma, si possono individuare spunti di riflessione di una modernità sbalorditiva sul coinvolgimento erotico e sull’ambivalenza delle azioni umane.

Consapevole della vastità di orizzonti e della profondità di questo capolavoro, Regazzo ritrae una umanità varia: personaggi del nostro tempo che fanno i conti con una sessualità fluida, comportamenti trasgressivi e promiscui. Nessuno ne è indenne: padroni, servi, giovani, vecchi. Tutti seducono e si lasciano sedurre, in preda a impulsi che non sempre giungono all’appagamento. Il Conte di Almaviva è un narcisista immaturo e dimostra un’ampia gamma di attitudini trasgressive pur di ricevere gratificazione edonistica immediata. Sola e sentimentalmente instabile, la Contessa cerca conforto affettivo da Susanna, che – pur innamorata di Figaro – non sembra del tutto insensibile alle advances e, più in generale, al richiamo dei vizi e degli intrighi. Cherubino è quindi un adolescente androgino con la passione per l’intimo femminile (che poi indossa); Marcellina una matrona vistosa, esuberante e selfie-dipendente, alla quale Don Bartolo è chiaramente sottomesso. E così via con le caratterizzazioni, gli aggiornamenti e le gag: l’intreccio si sviluppa con vivacità e senza cedimenti, attualizzato e a suo modo in sintonia con l’infallibile meccanismo congegnato da Mozart e Da Ponte.
In scena, c’è anche una statua vivente che richiama quelle della scena dell’Olimpico: alla fine si scopre che il mimo incarna un idolo ermafrodita, a conferma che il gioco dei travestimenti e della sessualità fluida finisce per togliere alla Legge la sua maschera. Nell’era del nichilismo trionfante e del relativismo, è difficile distinguere il maschile dal femminile, il vero dal falso, il bene dal male, il giusto dall’ingiusto: il codice binario con cui la logica, la morale e la politica hanno costruito in Occidente i propri edifici d’ordine e di riferimento sembra irrimediabilmente infranto.
I pochi oggetti scenici collocati da Carla Conti Guglia a interagire con il fondale fisso dello Scamozzi, come pure i costumi firmati da Riccardo Longo e le luci di Claudio Cervelli, risultano funzionali all’impostazione registica.

La presenza di Giovanni Battista Rigon sul podio dell’Orchestra di Padova e del Veneto assicura un equilibrato contrappunto tra raffigurazione scenica e realizzazione musicale. Il direttore vicentino non ha il gusto dei tempi frenetici, delle sonorità ossute e parafilologiche oggi in voga. Puntuale nella definizione stilistica, il suo Mozart è fatto di contrasti ritmici ed espressivi intensi, immediatezza comunicativa. Conosce impeto, energia, mordente, ma anche la levigatezza, la trasparenza e l’intimismo indispensabili nei momenti sentimentali e patetici.

I cantanti si distinguono per duttilità e spigliatezza nell’assecondare le indicazioni del regista. Alcuni tuttavia si impongono più di altri sotto il profilo vocale. A partire da Carolina Lippo, una Susanna eccellente, priva di connotazioni soubrettistiche, espressiva, ineccepibile nell’emissione. Bravo anche Daniele Caputo, un Figaro ben timbrato, brillante e vario nel fraseggio.
Convincente pure la coppia “nobile”. Patrizia Biccirè delinea il ruolo della Contessa con voce agile e allo stesso tempo ben tornita e morbidamente malinconica. Incisivo, protervo, credibile sia dal punto di vista vocale che stilistico il Conte di Marco Bussi. Figura bene anche Margherita Rotondi: un Cherubino scenicamente ideale e dalla vocalità adeguata, tolta la tendenza a forzare qua e là in alto. Gli altri protagonisti si segnalano più per la bravura nella caratterizzazione che per qualità del canto. Ricordo, tra gli altri, l’effervescente Marcellina di Giovanna Donadini, il ben calibrato Bartolo di Antonio De Gobbi e il divertente Basilio di Filippo Pina Castiglioni.

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