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Su Rai5, la “Nina” di Paisiello diretta da Riccardo Muti. Nel cast Antonacci e Flórez

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Giovedì 7 ottobre, alle ore 10, va in onda su Rai5 Nina, o sia La pazza per amore di Giovanni Paisiello: una produzione del Teatro alla Scala andata in scena al Piccolo Teatro Strehler nel 1999 con la direzione di Riccardo Muti e la regia di Ruggero Cappuccio. Qui la recensione di Roberto Mori

Equivoci e falsi stilistici hanno gravato a lungo sull’opera buffa settecentesca. L’immagine distorta di un mondo rococò tutto moine, sospiri e frullio di ventagli, solo negli ultimi decenni ha ceduto il passo a un’ipotesi diversa di ‘700, molto più plausibile e vitale. Sulla scia di questa consapevolezza filologica e stilistica, nel 1999 trovava terreno propizio la riproposta di Nina o sia La pazza per amore, il capolavoro di Giovanni Paisiello messo in scena dal Teatro alla Scala al Piccolo Teatro Strehler (all’epoca Nuovo Piccolo Teatro) sotto la direzione di Riccardo Muti. La partitura, per la precisione, non appartiene al filone buffo, ma a quello semiserio e, a rigore, non è nemmeno un melodramma vero e proprio. Ispirata al genere dell’opéra-comique, è tratta da una commedia francese (con testo in prosa di Marsollier des Vivetières e arie di Nicolas Dalayarc) tradotta in italiano e con i nuovi numeri musicali composti appunto da Paisiello nel 1789.

Perfetta nelle proporzioni, Nina mescola con calibrato dosaggio la nota comica e l’elemento patetico-sentimentale. La compassione e il tono elegiaco che avvolgono la protagonista – impazzita per avere creduto l’amato Lindoro ucciso in duello – si stemperano in una cornice affettuosa e serena. L’orchestrazione è lievemente briosa, giocata sulle atmosfere ovattate e le tinte pastello. Il melodiare paisielliano è riconoscibile come un marchio di fabbrica. Riccardo Muti ne fa un autentico gioiello: un’opera dai contorni levigati e sfumati (anche nella definizione del carattere comico), intrisa di grazie arcadiche e malinconiche. Ma dalla quale emergono pure inquietudini e profezie. Senza mai forzare l’ottica interpretativa, Muti lascia intendere che la partitura fa da ponte verso la sensibilità e i modi del Romanticismo. Nina diventa così il prototipo delle tante eroine pazze per amore del melodramma ottocentesco. Quasi una Sonnambula ante litteram.

L’opera è presentata nell’edizione del 1790 con i dialoghi parlati al posto dei recitativi secchi. I protagonisti si adeguano all’impostazione senza problemi: cantano e recitano con disinvoltura ed espressione spontanea. Anna Caterina Antonacci si trova a suo perfetto agio nella tessitura centrale della parte della protagonista, fraseggia con partecipazione e recita straordinariamente bene. Una Nina davvero toccante. Ineccepibili anche le prove del giovane Juan Diego Flórez (Lindoro), Michele Pertusi (Il Conte) e Carlo Lepore (Giorgio). Ottimo l’intervento di Giuseppe Filianoti come Pastore; puntuale la Susanna di Donatella Lombardi. È uno di quei rari casi in cui una compagnia può essere elogiata in blocco, senza tanti distinguo.

La regia di Ruggero Cappuccio è tutta giocata sulla follia di Nina, sulla compresenza di due mondi – il razionale e l’irrazionale – evidenti nello sdoppiamento dell’immagine della protagonista. Le scene di Edoardo Sanchi presentano fondali dipinti, tendaggi e cieli stellati da presepe napoletano, più un finestrone ovale settecentesco a simboleggiare un’apertura sulla dimensione onirica. Non mancano i rimandi alla commedia dell’arte, né qualche strizzata d’occhio agli spettacoli di De Simone. Ma nel complesso il racconto funziona.

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