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Su Rai5, La Cenerentola scaligera con la regia di Ponnelle. Nel cast, Ganassi e Flórez

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Datata 1817, La Cenerentola di Rossini deriva come si sa dalla favola di Perrault. La riduzione librettistica aspira però a un realismo borghese depurato da implicazioni magico-fiabesche, e diventa il racconto di una ragazza pura e umile che, con la sua semplicità, conquista un principe sensibile. A sua volta, la musica di Rossini punta nettamente all’astrazione virtuosistica. Come conciliare allora fiaba, realismo e astrazione? Il nodo, come direbbero i personaggi nell’opera, è “avviluppato” e di rado, nel corso del secondo Novecento, è stato sciolto in sede di rappresentazione teatrale, dove la drammaturgia è divenuta spesso pretesto per meccanismi buffi di basso profilo. Con un paio di eccezioni: la spettacolare messinscena di Ronconi al ROF di Pesaro del 1998 e lo storico allestimento di Jean-Pierre Ponnelle, nato esattamente 50 anni fa per il Maggio Musicale Fiorentino e adottato nel 1973 dal Teatro alla Scala (con la direzione di Abbado), che da allora lo fece praticamente suo riprendendolo più volte. Questa sera, mercoledì 27 ottobre alle 21.15, Rai5 trasmette l’edizione andata in scena al Piermarini nel 2005.

Ponnelle era uno specialista nel confezionare gag a ritmo musicale. A volte magari eccedeva. Quella di Cenerentola, comunque, resta una delle sue produzioni migliori. L’intuizione di fondo è che quest’opera non sia altro che un perfetto meccanismo a orologeria. Le azioni e lo spessore dei personaggi sono racchiusi, quasi compressi, fra le pagine di un libro in bianco e nero, come l’impianto scenografico chiaramente suggerisce. Questo congegno popolato da marionette non preclude tuttavia la maturazione della protagonista, il suo affacciarsi alla meraviglia della favola attraverso i casi dell’esistenza. Ripreso per la parte registica da Sonja Frisell, lo spettacolo, nonostante qualche inevitabile ruga, anche in questa occasione non manca di rivelare estro e vitalità.

Aspetti che latitano sul versante orchestrale. Bruno Campanella regola la macchina rossiniana con precisione, ma anche con una certa rilassatezza dei tempi. La sua direzione non brilla per particolare fantasia e lascia cadere molte occasioni di dare carica vitale al canto e infiammare le situazioni sceniche.

Il cast vocale, sulla carta, è uno dei migliori possibili che si potessero avere all’epoca, anche se non tutti sono al top. Sonia Ganassi ha un timbro vellutato e rende bene la cifra tenera e malinconica della protagonista, ma per essere una Cenerentola completa le mancano le agilità di forza. Il rondò finale non è brillante e pirotecnico come ci si aspetterebbe. Sugli scudi la prova di Juan Diego Flórez: il suo Don Ramiro sfoggia spontaneità espressiva, emissioni omogenee, colorature precise, acuti squillanti. Davvero un grande tenore rossiniano.
Simone Alaimo ha straordinarie doti istrioniche, oltre che l’ampiezza vocale e la ridondanza richieste a Don Magnifico, mentre Alessandro Corbelli si impone per le eccellenti doti di caratterista, ma aspira le agilità della parte di Dandini. Impeccabile per espressione e linea di canto Michele Pertusi (Alidoro), bene le due sorellastre: Carla Di Censo Larissa Schmidt.

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