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Su Rai5, in prima serata, La Gioconda areniana allestita da Pier Luigi Pizzi

Mercoledì 23 giugno, alle 21.15, Rai5 propone l’edizione de La Gioconda allestita all’Arena di Verona nel 2005 in apertura dell’83° festival lirico, dove l’opera di Amilcare Ponchielli ritornava dopo diversi anni di assenza: una produzione che univa il gusto della “riscoperta” all’azzardo di un allestimento minimalista. Azzardo perché, per definizione musicale e drammaturgica, questo “feuilleton”, a suo modo esemplare per la fitta rete di intrighi, l’azione ricca di movimento e colpi di scena, si presta benissimo ai grandi spazi e ai grandi effetti: è insomma un titolo areniano in piena regola.

Lo spettacolo di Pier Luigi Pizzi rinuncia invece a ogni gigantismo e presenta una scenografia scarna, di generica, fredda eleganza, giocata sulla dicromia grigio-nero. Pochi elementi emblematici – uno sfondo ferrigno, quattro ponti, un paio di gondole, dei cipressi – evocano un’ambientazione veneziana a senso unico, plumbea e luttuosa. È l’immagine di una Serenissima ormai al tramonto, pervasa da atmosfere diafane e malinconiche, spezzata dal rosso di alcuni costumi, ma soprattutto dall’irruzione carnevalesca di maschere chiassose che sembrano voler esorcizzare la paura della morte. C’è anche qualche timido exploit spettacolare, come l’incendio del brigantino (rosso pure questo) alla fine del secondo atto, ma l’effetto è piuttosto misero. Quanto alle danze del terzo (discutibili le coreografie di Gheorghe Iancu), sono talmente sacrificate in uno spazio ristretto da causare, alla prima, un inciampo del pur bravo Roberto Bolle, acclamato dal pubblico insieme con Letizia Giuliani. Tirando le somme, resta la sensazione che la Venezia opulenta e paurosa della Gioconda venga uniformata in quadri poco differenziati, e che quanto si vede in scena non risulti in sintonia con i colori e le atmosfere rievocati dalla musica di Ponchielli.

La direzione di Donato Renzetti punta su una lettura fine, levigata, che cerca di sottolineare le ascendenze francesi della partitura, smussando gli effetti truculenti e l’impeto di un romanticismo già in odore di crudezza verista. Peccato che, proprio come Pizzi, lavori un po’ troppo per sottrazione, a scapito dell’incisività drammatica e degli accompagnamenti mordenti.

Poche finezze, viceversa, circolano sul versante vocale. Andrea Gruber è una Gioconda che stenta a carburarsi, ma arriva a esibire un adeguato temperamento drammatico, soprattutto nel quarto atto. Poco gradevole in zona medio-grave, svetta nondimeno nel registro acuto, dimostrandosi più autorevole nel furore delle invettive che nella dolcezza cantabile. Nel ruolo di Enzo Grimaldo, Marco Berti canta con timbro piacevole e buone intenzioni espressive, pur con qualche discontinuità d’intonazione in “Cielo e mar”. Deludente il Barnaba di Alberto Mastromarino, nasale e discontinuo nell’emissione, esteriore e plateale nel fraseggio. Suoni disomogenei, spesso gutturali, e dizione poco chiara contrassegnano poi la Laura di Ildiko Komlosi, mentre nei panni della Cieca Elisabetta Fiorillo canta con correttezza, duttilità e un’espressione patetica intensa, mai sopra le righe. Tuttavia il migliore in campo è Carlo Colombara, che delinea un Alvise Badoero nobile nella linea di canto, insieme gelido e protervo nel tratteggio espressivo. [Rating:3/5]