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Su Rai5, il Ballo in maschera scaligero secondo Muti e Cavani

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A dieci anni dalla scomparsa, Rai Cultura rende omaggio al tenore Salvatore Licitra con Un ballo in maschera di Verdi dal Teatro alla Scala, in onda domenica 5 settembre alle 10.00 su Rai5. L’allestimento proposto è quello con Liliana Cavani alla regia, Riccardo Muti alla direzione musicale, Dante Ferretti per la scenografia e Gabriella Pescucci per i costumi. Protagonisti sul palco, Salvatore Licitra, Bruno Caproni, Maria Guleghina, Mariana Pentcheva. Regia tv di Carlo Battistoni.

È Un ballo in maschera che incappa in diversi passi falsi, quello andato in scena al Teatro alla Scala nel maggio 2001 e che viene trasmesso domani 5 settembre da Rai5. Non entusiasma anzitutto l’allestimento. Che ruota intorno a un’unica idea: calare la vicenda nella Boston di fine Settecento. Verdi, si sa, adotta il Seicento e l’America dopo avere accantonato per motivi di censura l’originale versione svedese del libretto di Somma. Liliana Cavani, con lo scenografo Dante Ferretti, si limita dunque a cambiare secolo. Stile “federal”, case coloniche, interni spaziosi, una generale, insistita, austerità appena ingentilita, nella scena del ballo, dai preziosi costumi di Gabriella Pescucci. Alla favola romantica voluta da Verdi, subentra così un’atmosfera alla Via col vento, a tratti anche piacevole ma del tutto ininfluente sotto il profilo drammaturgico. Anche perché l’ambientazione suggerita dalla musica non è americana, né svedese, ma un luogo di fantasia. E se proprio vogliamo etichettarla, è italiana con qualche risvolto francesizzante.

Lo sa bene Riccardo Muti, che pur dando coesione all’insieme, focalizza a dovere i continui trapassi di tono dell’opera. Imprime grande rilievo alla tragedia e alle tinte fosche, senza trascurare i commenti strumentali brillanti. Tutto ciò che in partitura esprime brio e ironia, lievita con elegante leggerezza.

Purtroppo, in questa bella cornice sonora agisce un cast male assortito che alla prima dell’opera fu in buona parte contestato dal loggione. Impietosamente buata fu soprattutto Maria Guleghina, una Amelia già in evidente dissesto vocale: precaria nei filati, forzata negli acuti, vuota nei gravi. Ci furono dissensi anche per Salvatore Licitra, un Riccardo tratteggiato con indubbi pregi timbrici, ma anche con evidenti limiti tecnici, e malumori per la presenza di Ambrogio Maestri, Renato, indisposto nei primi due atti e sostituito nel terzo da Bruno Caproni, che nella ripresa televisiva (riferita evidentemente a un’altra recita) sostiene integralmente il ruolo. Passabile, anche se forzata nelle emissioni gravi, Mariana Pentcheva nei panni di Ulrica, gradevole Ofelia Sala come Oscar, mediocri gli altri.

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