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Su Rai5, dalla Scala di Milano, Il trovatore con la direzione di Muti e la regia di de Ana

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È la stessa sensazione che si prova davanti a un dipinto ripulito. Abituati alla patina giallastra e alla morchia depositate dal tempo, la visione dei colori originali può sorprendere. Addirittura spiazzare. Succede all’ascolto del Trovatore diretto al Teatro alla Scala da Riccardo Muti nella stagione 2000/01, in apertura delle celebrazioni del centenario verdiano, che viene riproposto domenica 19 settembre alle ore 10.00 su Rai5. Un’edizione che riprende, rifinendola, la lettura realizzata dal maestro napoletano a Firenze negli anni ’70.

Punto di partenza: il rispetto puntiglioso della partitura. Obiettivo: ripristinare la “tinta” originaria ottenuta da Verdi con grande economia di mezzi, liberando al contempo la scrittura vocale dai condizionamenti della tradizione. Muti concede spazio al lirismo, all’elegia, lavorando spesso per sottrazione. Senza evanescenze. Non smorza la tensione, il ritmo incalzante, né il tono eroico e guerresco che dell’opera è componente essenziale. Semplicemente li inquadra e trasfigura in una cornice diversa. Il suo Trovatore ha l’alone di un poema cavalleresco, aulico e stilizzato, filtrato nell’ottica della ballata romantica. Assoluto il rigore filologico. Niente tagli, nessun raddoppio o unisono abusivo. Aboliti anche i “do” della pira, con disappunto (prevedibile) dei tradizionalisti.

Una simile impostazione richiede ai cantanti accento nobile, fraseggio duttile, rispetto dei segni d’espressione. Nel cast non tutti, però, dimostrano duttilità e tenuta adeguate. Salvatore Licitra ha qualità timbriche notevoli, sgrana diligentemente le quartine di agilità della “pira”, ma difetta di squillo e tende a opacizzare le mezzevoci. Violeta Urmana è approssimativa nei trilli e nei contrasti dinamici prescritti in “Stride la vampa”, approfondisce poco i risvolti introversi e allucinati di Azucena. Al suo attivo la voce estesa, timbrata in alto (meno nel registro grave) e il buon temperamento drammatico. In piena sintonia con Muti è invece Barbara Frittoli: la sua Leonora è tratteggiata con finezze d’accento, fraseggi sensibili, colorature aggraziate. Per quanto cerchi di attenuare il lato truce del Conte di Luna, Leo Nucci è il più legato a formule espressive tradizionali. Giorgio Giuseppini aspira le agilità del racconto iniziale, ma nel complesso è un accettabile Ferrando.

L’allestimento di Hugo de Ana contrasta per alcuni versi con le sonorità variegate e fiabesche dell’orchestra. Evoca un’atmosfera cupa, tragica e violenta. Il cumulo di corpi e armature che domina il quarto atto suggerisce la morte del mondo cavalleresco e della favola. La scena è un contenitore neutro, nel quale la concretezza di muri minacciosi convive con fondali dipinti ispirati alla pittura italiana del ‘400. Sul piano registico, l’idea di un racconto filtrato dalla dimensione onirica e del ricordo è resa da una gestualità lenta, straniata, a tratti congelata. Con risultati, tuttavia, non sempre all’altezza delle intenzioni.

Photo credit: Tamoni

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