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Su Rai5, dal Teatro alla Scala, La bayadère con la coreografia di Rudolf Nureyev

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È firmato da Rudolf Nureyev il titolo inaugurale della nuova Stagione di balletto del Teatro alla Scala, La bayadère, che Rai Cultura propone in prima tv su Rai5 venerdì 31 dicembre alle 21.15. La fastosa coreografia, che offre un vero sfoggio di virtuosismi e variazioni, e meraviglioso rigore nella purezza classica del terzo atto, tra i capolavori più celebrati del repertorio, finora è stata rappresentata solo dal Balletto dell’Opéra di Parigi per cui fu creata nel 1992. Arriva quindi per la prima volta alla Scala, per l’occasione in un nuovissimo allestimento firmato da Luisa Spinatelli, che cura sia le scene sia i costumi.
Protagonisti dello spettacolo i danzatori del Corpo di Ballo e l’Orchestra del Teatro alla Scala. Il direttore d’orchestra è Kevin Rhodes. La coreografia di Rudolf Nureyev, da Marius Petipa, è ripresa dal direttore del Corpo di Ballo scaligero Manuel Legris e da Florence Clerc. Regia televisiva di Stefania Grimaldi.
Riproponiamo qui la recensione di Elsa Airoldi riferita alla prima del 21 dicembre scorso.
Ricordiamo ai lettori che tutte le recite successive del balletto (dal 30 dicembre al 13 gennaio) sono state cancellate a causa di alcuni casi di positività al Coronavirus e che le nuove date delle rappresentazioni sono le seguenti: 25, 26, 27, 28, 29 e 29 gennaio (pomeridiana e serale).

Al Teatro alla Scala torna La bayadère, il ballo tardo-romantico (San Pietroburgo, Teatro Marijinskij 1877) entrato al Piermarini nel 1965 assieme al Royal Ballet e alla coppia stellare Fonteyn-Nureyev, inserito nel repertorio nel 1992 da Natalia Makarova, la stella del Kirov transfuga in occidente nel ’70, dopo Nureyev e prima di Baryšnikov. Una che ha fatto del grande repertorio russo da vivere in prima persona o da divulgare un ubi consistam. La Makarova ripristina il quarto atto pensato dal coreografo dei teatri imperiali Marius Petipa, e in seguito eliminato dagli ukase del realismo post-rivoluzionario, e consegna la revisione della partitura di Ludwig Minkus a John Lanchbery.

Tutte le moderne Bayadère scaligere, fino al 2008, sono praticamente sue, a eccezione di quella arrivata alla Scala nel 2018 proveniente dal Bolshoj. Tuttavia il balletto che, con data spostata dalla pandemia, abbiamo visto martedì 21 dicembre è quello con regia e coreografia di Rudolf Nureyev nato per l’Opéra di Parigi nel 1992 (la ripresa è a cura di Florence Clerc e Manuel Legris). Lo stesso che ha commosso il mondo mostrando il grande bashkiro tra le quinte intento a montare il titolo più amato, quello magico popolato da Buddha, bramini, idoli d’oro, femminino idealizzato, fumi d’oppio, esotismo. Rudy tuttavia, che morrà dopo tre mesi, è costretto a chiedere aiuto a una collega del Kirov, Ninel Kurgapkina, custode della tradizione Petipa. Avevano danzato assieme e lui giustamente si fida, tuttavia senza fare i conti con i caratteri forti di entrambi. Ninel avrebbe dovuto aiutarlo negli ensembles e talvolta anche con i solisti, ma ignoriamo gli estremi dei suoi interventi. Insomma, non sappiamo quanto Nureyev sia rimasto nella famosa Bayadère francese.

Con il passare del tempo il titolo ha inevitabilmente subìto vari mutamenti anche in ragione degli spazi teatrali e del carattere dei tanti interpreti. Si sono alternati anche molti allestimenti. Il nostro, che affida per la prima volta il titolo alla bravissima Luisa Spinatelli, è molto raffinato e, ci dice l’artefice di scene e costumi, improntato a quello parigino: controllare su YouTube per credere (qui il link). I colori sono tenui, passa veloce un enorme elefante, il tempio indiano è racchiuso da un groviglio di grandi radici, la reggia è aperta e di stile coloniale, abbondano i bassorilievi prospettici. Il tutto ha una certa leggerezza adatta a un titolo destinato a spostarsi in vari luoghi.

La musica originale è di Ludwig Minkus, raffinato violinista, insegnate e compositore asburgico trasferitosi in Russia, e autore della musica di vari balletti. La passione di Nureyev per lui e la sua Bayadère aveva spinto il ballerino prima a trafugare una copia della partitura e poi a disporne. Ma poco resta da quando quei fogli vengono affidati dalla Kurgapkina a John Lanchbery. Il “ballo grande“ diventa tutta una fanfara di ottoni che rispettano gli assolo del violino e l’idea di Leitmotiv.
Oggi sul podio troviamo un habitué dalla danza, l’americano Kevin Rhodes, che ci racconta come dell’originale sia giunta solo la parte per piano. È una bacchetta che non lesina le sonorità specialmente affidate agli ottoni. Sempre, fino al famoso “regno delle ombre”, qui il terzo atto, l’atto bianco, capolavoro purissimo di danse d’école e romanticismo con la sua teoria di ballerine in tutù. Entrano di profilo, una dopo l’altra, in arabesque penché e formano una memorabile e surreale serpentina di bellezza e di sogni.

La storia racconta del prode Solor che ama oltre la morte la danzatrice del tempio. Trionfo d’orientalismo di maniera, poggia su un plot scontato: lui ama Nikiya, ma è costretto a sposare Gamzatti, Gamzatti avvelena per gelosia la rivale e Solor, annebbiato dall’oppio, evoca l’incantato “regno delle ombre” dove si ricongiunge all’amata.
Collocato sul fragile spartiacque che separa gusto e non gusto, romanticismo e sgretolamento decadente, fiaba edificante e improponibile feuilleton, Bayadère affida l’esito ad allestimento e interpretazione. Il punto di forza resta l’imperdibile atto bianco. I protagonisti sono tutti eccellenti: spiccano la Nikiya di Nicoletta Manni, la Gamzatti di Maria Celeste Losa, il Solor di Timofej Andrijashenko, l’idolo d’oro di Federico Fresi, le ombre soliste Agnese Di Clemente, Camilla Cerulli, Gaia Andreanò.
Applausi, ovazioni incontenibili e teatro super-esaurito. E in gennaio, nel ruolo di Nikiya, arriva l’étoile ospite Svetlana Zakharova, danzatrice superiore, membro della Duma, cigno di Putin. 

Photo Brescia e Amisano

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