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Su Rai 5 ritorna la Tosca “terremotata” della Scala con la regia di Ronconi

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Per lo spazio dedicato all’opera in onda dal 7 all’11 giugno alle 10.00 su Rai5, Rai Cultura propone cinque opere con allestimenti della scenografa e costumista Margherita Palli. Ad aprire la settimana, lunedì 7  giugno, dal Teatro alla Scala, la Tosca di Puccini proposta nella versione messa in scena nel 1997 con la regia teatrale di Luca Ronconi e le scene di Margherita Palli. Sul podio Semyon Bychkov, al suo debutto scaligero. Protagonisti Galina Gorchakova, Neil Shicoff e Ruggero Raimondi. Regia tv di Manuela Crivelli. Qui la recensione di Roberto Mori

Rai5 continua a riproporre ciclicamente l’edizione di Tosca andata in scena al Teatro alla Scala nel 1997 con la regia di Luca Ronconi e la direzione di Semyon Bychkov. Non si capisce perché. Si tratta di una produzione disastrata, i cui artefici (regista, scenografa, direttore e cantanti) furono tutti contestati clamorosamente dal pubblico della “prima”. E non solo dai loggionisti. Certo la ripresa televisiva non si riferisce a quella turbolenta serata, ma a un’altra recita, e non è escluso che sia il risultato di un taglia e cuci di recite diverse. Il risultato tuttavia non cambia.

Ronconi ci presenta la Tosca di sempre: realistica, esplicativa, abbastanza convenzionale, con la protagonista che canta il “Vissi d’arte” sul sofà e poi si inginocchia in proscenio, e con il Te Deum trasformato nella solita marcia trionfale papalina, anche se introdotta da una pattuglia di storpi e disperati. Il rispetto della successione dei fatti librettistici si unisce infatti con quello dell’ambientazione nella Roma papale. Vero è che la collocazione obbligata degli avvenimenti non consente troppe fantasie in Tosca. Ronconi ha ben presente questo e vi si adegua, per lo meno a livello di regia. Che poi i costumi (firmati da Vera Marzot) siano postdatati al primo Novecento, ha poca importanza: si tratta di una soluzione drammaturgicamente inoperante. La provocazione (relativa) e lo stravolgimento vengono piuttosto dalla concezione dell’impianto scenico, realizzato in tandem con Margherita Palli. Fin dal primo atto, l’ambientazione è sconquassata da una serie di prospettive forzate verso l’alto. Sembra di stare di una chiesa terremotata, anziché in S. Andrea della Valle. Elementi di questa stessa scena si innestano in un contesto spaziale più ampio nel secondo atto, dove trovano posto gli affreschi del Carracci a Palazzo Farnese, ma anche nel quadro di Castel Sant’Angelo, dove la cappella del primo atto sopravvive e diventa una parte del carcere. L’allusione alla prevaricazione e allo strapotere della Chiesa è evidente. Una Tosca anticlericale, dunque. Lettura non originale ma che, dal punto di vista concettuale, potrebbe funzionare se non fosse che l’affastellamento di soluzioni a incastro e prospettive sghembe finisce per creare un effetto caotico e confusionario. D’accordo che la sovrapposizione di epoche e stili è tipica della figuratività romana, ma è anche vero che dopo cinque minuti dall’apertura del sipario viene il mal di testa.

Sensazione sgradevole che non viene compensata nemmeno dal livello del versante esecutivo, anche perché la direzione di Semyon Bychkov sembra più che altro interessata a suscitare l’effetto sbadiglio. Difficile immaginare una Tosca più lenta, carente di coesione sul piano drammatico, di slancio passionale e sensualità. Bychkov indugia in una analisi fredda e pedante, che arriva a scardinare la nervatura del discorso musicale. In assenza di tensione e ritmo teatrale capaci di sorreggere l’esecuzione secondo un disegno unitario, la partitura pucciniana ne esce frantumata, posticcia nei collegamenti fra un episodio e l’altro, tarpata da ritmi estenuati, meccanici e da scarsa varietà dinamica. Considerato in sé, qualche momento strumentale può risultare suggestivo, ma si tratta di frammenti, peraltro non sempre in stretta sintonia con la situazione scenica. Si aggiunga che Bychkov è spesso inoperante come concertatore di voci. Un direttore che pretende di fare l’analitico e il prezioso con l’orchestra non dovrebbe accettare platealità e gigionate di stampo verista, consentendo al soprano di urlare letteralmente il finale del “Vissi d’arte” in spregio a tutte le indicazioni e ai segni d’espressione pucciniani.

Il quale soprano, Galina Gorchakova, è peraltro una Tosca di tipica impronta verista. Voce scura, da lirico-spinto, poco rifinita tecnicamente, è più incline alla veemenza drammatica che agli abbandoni sensuali e agli episodi intimistici. Difetti di pronuncia e un accento poco sottile ed eloquente le impediscono inoltre di emergere nel canto di conversazione. Delusione cocente per il Cavaradossi di Neil Shicoff, irriconoscibile rispetto ad altre prove. La voce è come svuotata, carente di smalto e squillo negli acuti, di timbratura nei centri. Il fraseggio è generico, melenso. Le intenzioni interpretative non vanno al di là di uno slancio esteriore. Anche Ruggero Raimondi denuncia una certa usura vocale, nonché i soliti limiti relativi all’articolazione e alla dizione artefatta. Quanto a dialettica espressiva e presenza scenica siamo però su un piano superiore rispetto agli altri e quindi il personaggio di Scarpia in qualche modo viene fuori. Scarsa omogeneità, infine, fra i comprimari. Si distingue Alfredo Mariotti, sensibile caratterista, estraneo a lazzi e tic di tradizione nel ruolo del sagrestano.

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