Chiudi

Su Rai5, la storica Cenerentola del ROF di Pesaro con la regia di Ronconi

Condivisioni

Nella seconda metà del Novecento, La Cenerentola è stata una delle opere rossiniane forse più penalizzate sotto il profilo visivo. Tolto il famoso allestimento di Ponnelle, non ha potuto contare su altri punti di riferimento interpretativi. L’attenzione esclusiva degli specialisti rossiniani per la filologia testuale ed esecutiva aveva quasi finito per metterne in secondo piano la drammaturgia, ridotta in sede teatrale a pretesto per meccanismi buffi di basso profilo. Se ne accorse, nel 1998, anche il Rossini Opera Festival di Pesaro che, impegnato da un ventennio a disseppellire partiture dimenticate, non aveva mai allestito l’opera: Cenerentola, insomma, a tutti gli effetti. Il compito di una rilettura critica, scenicamente aggiornata, toccò a Luca Ronconi, che per l’occasione ideò una delle sue messinscene più felici. Il successo travolgente dell’allestimento, si rinnovò nel 2000 in occasione della XXI edizione del ROF, ed è documentato da una ripresa televisiva che venerdì 11 giugno, alle ore 10, Rai Cultura ripropone su Rai5. Un’edizione a suo modo storica, anche perché Ronconi qui riesce davvero a sciogliere “un nodo avviluppato”.

Datata 1817, l’opera deriva come si sa dalla fiaba di Perrault. La riduzione librettistica di Jacopo Ferretti è però improntata a un concreto realismo borghese depurato da implicazioni fiabesche. La musica di Rossini, da parte sua, punta inequivocabilmente all’astrazione virtuosistica. Come conciliare allora fiaba, realismo e astrazione? Per Ronconi il punto di partenza è decontestualizzare la vicenda dall’ambientazione tradizionale. Di qui la trasposizione in una cornice metropolitana, vagamente visionaria, con tanto di grattacieli stagliati sullo sfondo. L’impianto realizzato per il palcoscenico del Palafestival pesarese da Margherita Palli (con gli ironici, divertenti costumi di Carlo Diappi), è spettacolare e quasi degno di un musical: fin troppo imponente, se vogliamo, in rapporto alla leggerezza dell’opera. Lo spettacolo si apre sulla squallida casa di Don Magnifico: accanto al mitico camino, di proporzioni gigantesche, sono accatastati su più livelli mobili da rigattiere. La scena si trasforma a vista: da luogo di disordine e miserie piccolo-borghesi diviene un sontuoso palazzo principesco, dove è tutto un moltiplicarsi di lussuosi camini. La parabola di Cenerentola, da serva a regina, è legata all’immagine della casa-camino, che secondo il regista è la sigla, il cardine di tutto. Ronconi gioca con l’ironia, fa capire che siamo di fronte a un’opera buffa anomala, non priva di risvolti acidi e sinistri. Ma per non far pendere la bilancia dalla parte del dramma asseconda con brio il gioco dei travestimenti e ricorre a trovate fantastiche e surreali che funzionano da controcanto favolistico. La fiaba relegata da Rossini sullo sfondo riemerge grazie agli stupori del macchinismo spettacolare. Gli stessi cambi di scena diventano dei coup de théàtre e strappano l’applauso.

Nel cast, Sonia Ganassi è una protagonista di buona levatura. Forte di un impasto brunito e vellutato, coglie con sensibilità la cifra tenera e malinconica di Angelina. Riesce anche a dare adeguato risalto espressivo a ornamentazioni e colorature, ma rispetto ad altre prove incappa stranamente in meccanicità e sparsi manierismi. Nel rondò finale, inoltre, lascia a desiderare maggiore brillantezza nella vocalizzazione di forza. Altra presenza di spicco: Juan Diego Flórez, qui in carriera da pochi anni ma già di casa nei grandi teatri. Qualcuno, all’epoca, lo scambiò per uno dei soliti tenorini di grazia, dal timbro gradevole ma di volume limitato, per i quali si spendono aggettivi di maniera come sospiroso, elegante, garbato. Florez dimostra invece di possedere già tutte le qualità del fuoriclasse: una tecnica di fonazione ferrea che lo porta a non confondere la mezzavoce con il falsetto e a emettere suoni pieni e intensi anche nella tessitura più alta (i do sopracuti di “Sì, ritrovarla io giuro” sono timbrati e squillantissimi). Si aggiunga che l’agilità è fluida, precisa, espressiva, e si avrà il ritratto di un Don Ramiro eccellente e a tutto tondo.
Gli altri interpreti hanno minore autorità vocale, pur inserendosi bene nell’intreccio polifonico dell’opera. Bruno Praticò non ha forse l‘ampiezza e la ridondanza richieste a Don Magnifico, ma si fa valere per le straordinarie doti istrioniche. Idem Roberto De Candia: pasticcia le agilità, ma caratterizza simpaticamente la parte di Dandini. Nemmeno Nicola Ulivieri, in questo caso, è un modello di canto vocalizzato e arriva al termine dell’aria di Alidoro con qualche fatica; i suoi punti di forza sono la morbidezza del timbro e l’espressività. Efficaci, nei panni delle sorellastre, Ekaterina Morozova e Sonia Prina.

Dal podio, Carlo Rizzi regola la macchina rossiniana con precisione, rispettando le geometrie della partitura. All’occorrenza, si piega con flessibilità al lirismo, ma quando stacca tempi rapidi tende alla meccanicità e a qualche secchezza di troppo. Un po’ più di colori e mordente non guasterebbero. A ogni modo, un Rossini tutto da vedere e da ascoltare.

image_print
Connessi all'Opera - Tutti i diritti riservati / Sullo sfondo: National Centre for the Performing Arts, Pechino