Roma, Teatro Nazionale – Acquaprofonda

Una fiaba sonora contemporanea inedita e dalla sensibilità spiccata, pronta a incantare i più piccoli quanto a pungolare le coscienze degli adulti. E lo fa portando in palcoscenico la vulnerabilità della vita dei mondi marini dinanzi alla scellerata azione inquinante del progresso, dei rifiuti in plastica in primis, evidenziando l’attrito fra l’altruismo e il coraggio delle ultime generazioni o della stessa fauna degli abissi a fronte del debole servilismo umano ovviamente in coppia con l’arrogante ignoranza, dannosissima, del padrone economico di turno.
È quanto racconta in prima assoluta Acquaprofonda, il delizioso atto unico commissionato e coprodotto dal Teatro dell’Opera di Roma e dal Teatro Sociale di Como AsLiCo, in circuito con il progetto Civic Opera domani 2021/22 di Opera Education, quindi al varo e con pieno successo applaudito al Teatro Nazionale in via del Viminale in apertura della locandina “Oltre l’Opera” affidandone l’esecuzione ai talenti di “Fabbrica” Young Artist Program, accanto ai musicisti della Fondazione lirica capitolina e con fruizione aperta anche alle scuole all’interno della medesima stagione inaugurata al Costanzi dal parimenti inedito e contemporaneo Julius Caesar di Giorgio Battistelli.

Eccone il risultato: una fiaba da settanta minuti e dieci scene che diventa, fra dolcezza e ironia, schemi di tradizione e ponti overcrossing, una potente denuncia ecologista scolpita fra il canto a più stili dei solisti in palcoscenico, le purissime voci bianche posizionate in alto in galleria, un intero spettro di timbri con strumenti di ogni sorta giù in orchestra, raganella, tastiere, bidoni d’acqua e batteria compresi. Il tutto entro il contenitore di un impianto visivo fra i più genuini, realizzato in rodato team da Luis Ernesto Doñas per la felice quanto raffinata regia, da Chiara La Ferlita per le vivide scene (con le luci fondamentali di Camilla Piccioni) e da Elisa Cobello per i fantasiosi costumi realizzati con tecniche, materiali e tessuti di recupero affini per colori e foggia al mondo della Melevisione. Il tutto aperto e chiuso ad anello con un delicato, antico siparietto ad ombre cinesi che sigla rispettivamente l’arrivo delle creature marine e il ritorno della balena, ormai salva, negli abissi di Acquaprofonda.
Il motore primario e centrale in termini di sensibilizzazione, sfida e impatto, naturalmente, va riconosciuto alla salda quanto dinamica intesa tra il ben funzionale libretto, stilato dalla penna di Giancarlo De Cataldo, magistrato e giudice alla Corte d’Assise di Roma nonché scrittore, sceneggiatore, drammaturgo e autore tra gli altri del più celebre Romanzo criminale da cui sono nati film e serie tv, qui – si badi – alla sua prima prova con un testo per il teatro musicale e, dall’altro lato, una partitura in ideale interazione descrittiva e contrappuntistica, fortemente evocativa, trasversale, prismatica, creata ad hoc dal vulcanico violoncellista e compositore Giovanni Sollima.

La storia è fra le più semplici, ma attualissima e condotta con sapienza e garbo rari, diciamo pure d’altri tempi: l’arrivo di un’enorme balena di cartapesta e pezze in prossimità di un tranquillo villaggio, con il suo canto malinconico e i misteriosi ultrasuoni degli abissi creati dallo sfregamento di un archetto lungo il bordo di una piastra, sconvolge gli equilibri quotidiani vissuti dai protagonisti (pesciolini compresi) fra la spiaggia, un’umile casetta più simile a una tenda e il perimetro color ferreo di un’inquietante, lugubre fabbrica. Protagonisti tutti scolpiti ad arte, entro il sistema dei ruoli, nella propria specificità drammaturgico-sonora. E dunque la coraggiosa ragazzina Serena, attratta dalla creatura marina anche per quel canto che tanto le ricorda la madre perduta anni prima (restituita infine dalla stessa balena), divenendone al termine per bontà d’animo e di coscienza la salvatrice; suo padre, il Guardiano tristemente piegato a testa china per necessità pecuniarie agli ordini dell’avido e spietato proprietario della fabbrica, Padron Bu, il Vecchio Marinaio che dispensa nozioni e saggezza. Più, intorno, gli aiutanti meccanici dell’industria – stile Metropolis – e, di contro, i flessuosi e variopinti figuranti che sfilano tra il pubblico con ombrellini rovesciati da cui pendono piccole creature marine in plastica colorata, al suono onirico d’incanto sussurrato da strumenti e giovanissimo coro. Sarà dunque Serena a spingere il padre ad abbandonare la mannaia con cui Padron Bu gli aveva ordinato di uccidere la balena, scomoda testimone di tanta plastica gettata in mare, quindi a farsi aiutare per liberare il mammifero dalla tanta plastica ingoiata e finita nella sua pancia. Restituendo pertanto e quasi sotterrando in chiusura il responsabile fra i suoi stessi rifiuti, compattati in balle, tanto deleteri per l’ambiente.

Apprezzabili le prove di tutti gli artisti in campo, a partire dalla Serena dai capelli turchini scenicamente assai convincente (vocalmente sarebbe stata auspicabile una maggior quota di freschezza e flessibilità, più che oscillazione delle note, in linea con il carattere) del soprano polacco Agnieszka Jadwiga Grochala, risultata ad ogni buon conto molto interessante nella tornitura della tenerissima ninna-nanna polimodale “di sortita”, alla seconda scena, e in special modo nel declamato più moderno del suo percorso canoro. Viceversa un canto fluido, a pasta omogenea e dalla timbrica mezzosopranile avvolgente sfoderava Irene Savignano nel doppio ruolo della Balena/Madre in lingua inglese. A seguire, di vivo slancio il Guardiano del tenore Rodrigo Ortiz, sebbene anche per lui sia emersa la necessità di un’ulteriore elasticità di fraseggio, ottimo il Vecchio marinaio del baritono Alessandro Della Morte e notevolissimo nel tener testa con volume e timbro agli sbalzi di metro, genere e tessitura il Padron Bu del basso comico Arturo Espinosa. Una lode a parte spetta poi al gruppo di voci bianche della Schola Cantorum del Teatro dell’Opera di Roma, gruppo intento a dar forma sonora ai pesciolini o ai ragazzi con esemplare intonazione, candore e caratura in ogni istanza timbrico-dinamica.

Infine, la musica di Sollima, vera e propria scatola magica da cui salta fuori il grande e multietnico estro narrativo-sonoro del violoncellista e compositore palermitano, musicalmente cittadino del mondo, da sempre e qui specialmente in prima linea nella promozione del senso civico e della funzione didattica. I suoi pentagrammi attraversano l’incanto delle sonorità degli abissi e disegnano a tinte pastello il tenero mondo della piccola Serena, si gonfiano nelle ridondanze quasi circensi degli ottoni per inventare un tema dal sapore rotiano per il Padre e Guardiano, quindi si lancia in un frullatissimo mix mozartiano in parodia ispirato a numeri (Leporello) e misure (Figaro) laddove Padron Bu esordisce contando i suoi guadagni con esordio da aria del catalogo spinta fino al rock, poi rappata e serrata in un ostinato su percussioni aborigene a botta e risposta con i ragazzi del coro. C’è anche posto per il ritmo di una danza popolare irlandese nella dialettica fra l’antagonista e i più giovani, per la canzone con chitarra per il Vecchio marinaio, per l’electro metal nello scontro fra Padron Bu con il Guardiano che intona a colpo e per un attimo il tema di “Bella Ciao” sul verso in libero nonsense “Mi son svegliato all’alba e lei era FA era LA”, per qualche guizzo stravinskiano tratto dall’Histoire. A maggior ragione nell’eclettismo delle tessere, per nulla scontato il piccolo, grande miracolo compiuto dall’impeccabile concertazione del bravo Carlo Donadio, sul podio di un’Orchestra del Teatro dell’Opera di Roma impegnata al meglio nello svelare i suoni, le forme e le luci del caleidoscopico, nuovo viaggio ambientalista a difesa della nostra Natura. A partire dai più giovani e dalle acque più profonde. [Rating:4/5]

Teatro Nazionale, Stagione dell’Opera di Roma 2021/22
ACQUAPROFONDA
Libretto di Giancarlo De Cataldo
Musica di Giovanni Sollima

Serena Agnieszka Jadwiga Grochala*
Balena /Madre Irene Savignano*
Guardiano Rodrigo Ortiz*
Vecchio Marinaio Alessandro Della Morte*
Padron Bu Arturo Espinosa*

Orchestra del Teatro dell’Opera di Roma
con la partecipazione della Schola Cantorum del Teatro dell’Opera di Roma
Direttore Carlo Donadio
Regia Luis Ernesto Doñas**
Scene Chiara La Ferlita**
Costumi Elisa Cobello**
Luci Camilla Piccioni
* dal progetto “Fabbrica” Young Artist Program del Teatro dell’Opera di Roma
** diplomato “Fabbrica” Young Artist Program del Teatro dell’Opera di Roma
Nuovo allestimento
Commissione e produzione Teatro dell’Opera di Roma /Teatro Sociale di Como
Progetto Opera Domani

Roma, 7 dicembre