Roma, Teatro dell’Opera – I puritani

Autore emblema del puro belcanto primo Ottocento, campione nel forgiare arcate melodiche immense, ora innervate di impennate ardenti, ora velate di malinconia delicatamente dolente. Dunque lirico per antonomasia, Vincenzo Bellini, ma non solo, stando a quell’intero spettro di arguzie formali e di colore, di intagli descrittivi, dinamici e di bravura cesellati in concreto a Parigi, sotto l’egida del mentore teatrale Rossini, per tracciare e dischiudere scenari futuri solo in parte immaginabili per la prematura scomparsa del compositore di Norma e Sonnambula, avvenuta in triste solitudine di lì a otto mesi per il grave acuirsi di un’enterite amebica. Il tutto intorno alla doppia fiamma di amore e fede politica in primo piano nei suoi Puritani, ultimo canto del siciliano Bellini e opera seria dall’insolito lieto finale, a strano specchio di un’esistenza dall’ingiusto finale non lieto. Un canto o, meglio ancora, una scrittura vocale e strumentale ideale nella quale si osserva uno dei più efficaci sodalizi in pentagramma fra la genuina lezione di Scuola musicale napoletana, evidente già solo negli sviluppi impressi alla peculiare cantilena e alle campiture a catena nei compositi finali d’atto, la luce limpida del Classicismo sinfonico rafforzato dalla predilezione per il modello beethoveniano, temi e temperature in crescendo del nuovo sentire romantico. Pazzia compresa. Vale a dire, un mirabile incontro di stili, schemi e lessemi, con tanto di anticipazioni che corrono dall’imminente Lucia di Donizetti al Verdi di Rigoletto e persino dell’Aida, realmente leggibile, nella sua integrità, solo se a darvi intelligenza e corpo vi siano intuizioni e soluzioni mirate. A partire dal podio.

E così è stato nel caso decisamente felice, quanto di massima esposizione musicale data la forma di concerto, offerto con il ritorno al Teatro dell’Opera di Roma dell’ultimo capolavoro belliniano, scritto su libretto del conte Carlo Pepoli (dedicatario, nel 1826, della XIX Epistola di Leopardi, sull’ozio universale) dal dramma storico Têtes rondes et Cavaliers di Jacques-François Ancelot e Joseph Xavier Boniface per il parigino Théâtre des Italien (prima rappresentazione il 24 gennaio 1835, con esito trionfale),  a 220 anni dalla nascita del compositore e a distanza di un trentennio dall’ultima rappresentazione capitolina anche se stavolta, in linea con le soluzioni imposte dall’emergenza sanitaria in corso, in versione digitale e in streaming sul canale ufficiale YouTube della Fondazione lirico-sinfonica (qui il link per la visione). A dirigerne l’esecuzione, Roberto Abbado che, con polso metrico esatto, ha nel più autentico stile di tradizione italiana esaltato funzioni e interazioni dei diversi elementi in gioco, a partire da una sempre assai viva caratterizzazione dei tempi (splendido il piglio ritmico nei ternari), di andamenti e dinamiche, lavorando con rara sensibilità sulle timbriche, sui profili delle voci, sui rilievi degli strumentini, sulla presenza strutturale ed espressiva del Coro (sapientemente disposto fra platea e palchi) preparato ancora una volta per tecnica e sfumature ad arte dal bravissimo Roberto Gabbiani.
Già la sola Introduzione (al di là dell’unica suggestione scenica data dall’interno di una cattedrale gotica dipinta sullo sfondo) descrive e svela tanto, in tal senso, per la plastica rifinitura sonora dei diversi pannelli giustapposti a mosaico: l’alba britannica, nel cuore della guerra civile fra i Puritani seguaci di Cromwell e i fedeli del sovrano Carlo I Stuart, si leva lungo lo squillo morbido degli eccellenti quattro corni, cui si aggiungono le voci maschili delle sentinelle con vivo temperamento capitanate dal sir Bruno Roberton di Rodrigo Ortiz (giovane talento reclutato dal progetto “Fabbrica” Young Artist Program dello stesso Teatro dell’Opera di Roma), mentre un lungo rullo di tamburi accentua il passo militare che conduce al bel Coro dei soldati. Quindi, a scarto e contrasto, il rintocco di una campana in Fa e l’eco lontana di un organo (inserito su consiglio di Rossini), staccano l’Inno religioso (La luna, il sol, le stelle) da cui svettano alte le voci dei Puritani, Elvira in testa. E ancora, l’ulteriore tassello di un Allegro brillante in sei ottavi scontorna la deliziosa Canzona a ballo del Coro di castellane e castellani, serrata in omoritmia serrata accanto a uno sfavillio timbrico che ricorda lo scontro fra le armi, spettacolari le strette degli assieme, le cinque battute in Largo e pianissimo incastonate fra la partenza del Coro e la scena della pazzia di Elvira. Nell’Atto III è poi notevolissimo sia il passaggio dal triplo piano al “tutta forza” nell’accompagnare il deflagrare dell’uragano, sia la dinamica spaziale restituita dalla marcia del Coro maschile.

Il primo a entrare al proscenio fra i personaggi principali è il baritono Franco Vassallo per dar voce al non facile ruolo del colonnello puritano sir Riccardo Forth (da Bellini creato per il leggendario Antonio Tamburini), un tempo promesso sposo di Elvira Valton, antagonista ma infine complice del rivale Arturo agevolandone la fuga con la vedova di Carlo I, quindi acconsentendo alla ritrovata unione con l’amata Elvira. Fra la dolente Cavatina (“Ah, per sempre io ti perdei”) e l’avvolgente Cabaletta (“Bel sogno beato”) sfodera agilità, ampi legati e nobiltà di portamento, conciliando articolazioni e accenti, con speciale tornitura delle terzine abbinate alla “dolce memoria” della fanciulla figlia del governatore puritano Valton. Nel celeberrimo duetto patriottico (“Suoni la tromba”) per i due bassi, a chiusura dell’Atto II, concorre inoltre con verità drammatica all’esaltante afflato dell’enfasi politica.
Timbro acuminato e tensione costante verso una coloratura leggera o più spesso di forza, al di là delle prodezze tecniche cui è comunque sottoposta la sua vocalità scritta per la grande Giulia Grisi, sfodera l’Elvira del soprano d’agilità Jessica Pratt, in sortita al fianco del paterno zio Giorgio Valton e, a seguire, sempre ben salda tanto nel controllo delle chiuse, girate puntualmente al sovracuto, quanto di un’intera girandola di artifici fitta di trilli infiniti, irte scalette, ribattuti in salto di ottava, fiati lunghissimi, suoni di luce siderale. È lei a imprimere scatto e tecnica virtuosa alla deliziosa polacca “Son vergin vezzosa” interna al Finale I, sfidando e centrandone tutti i voli più alti, mentre la sua scena e aria della pazzia (“Qui la voce sua soave”) brilla per slanci, staccati e un Si bemolle luminosissimo più che per il vacillare verso la “demenza” fra le estasi e gli abbandoni prescritti.
Un riconoscimento a parte spetta al tenore americano Lawrence Brownlee, al suo esordio al Costanzi per conferire al suo Lord Arturo Talbo (scritto per il mitico Giovan Battista Rubini) il raro calibro da eroico puro e romantico “doc”. A garantirne gli esiti, la naturale bellezza di emissione e la tinta chiara ma a pasta piena del suo canto, l’intonazione e la dizione giuste, la dolcezza dei legati, l’argento vivo che infonde ai ritmi, ai rallentando e alle riprese a tempo, ai pericolosi acuti quali il Do diesis nella Cavatina “A te, o cara”, il Do di petto nel Finale I, il Re bemolle e il Fa naturale, fuori tessitura e a voce piena, nel “Più sostenuto” del concertato finale “Credeasi misera”. Sorprendente, tra l’altro, è la sicurezza con cui governa il gusto, gli accenti e le dinamiche all’interno di un fraseggio autentico perché tutto sul tempo, sulle dinamiche e sul fiato.
Apprezzabili, infine, il Giorgio generoso e intenso del bravo Nicola Ulivieri, lo stentoreo Gualtiero Valton di Roberto Lorenzi e l’Enrichetta di Francia dell’interessante oltre che molto promettente Irene Savignano, lodevolmente scelta dal Progetto “Fabbrica” dell’Opera. [Rating:4/5]

Teatro dell’Opera di Roma – Stagione 2020/21
I PURITANI
Opera seria in tre atti
Libretto di Carlo Pepoli
Dal dramma storico Têtes rondes et Cavaliers
di Jacques-François Ancelot e Joseph Xavier Boniface
Musica di Vincenzo Bellini

Elvira Valton Jessica Pratt
Lord Arturo Talbo Lawrence Brownlee
Sir Riccardo Forth Franco Vassallo
Sir Giorgio Valton Nicola Ulivieri
Lord Gualtiero Valton Roberto Lorenzi
Sir Bruno Roberton Rodrigo Ortiz*
Enrichetta di Francia Irene Savignano*

*dal progetto “Fabbrica” Young Artist Program del Teatro dell’Opera di Roma

Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera di Roma
Direttore Roberto Abbado
Maestro del coro Roberto Gabbiani

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