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Roma, Teatro dell’Opera al Circo Massimo – La bohème

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Dalla parte di Marcello. È una prospettiva poeticamente proustiana quella che adotta Davide Livermore per impaginare La bohème di Giacomo Puccini, ripresa al Circo Massimo dal Teatro dell’Opera di Roma, a conclusione della stagione estiva “Roma Opera Aperta”, terzo riallestimento di uno fortunatissimo spettacolo allestito alle Terme di Caracalla nell’estate del 2014 e riproposto l’anno successivo, anche in vista di una registrazione televisiva. Il capolavoro pucciniano prende vita nell’atelier di Marcello, pittore impressionista nella Parigi fin de siècle: una tela poggia in bella mostra sul cavalletto, altre sei, disposte lungo il perimetro della scena, ne ingigantiscono i tratti, li amplificano, ne fanno lo scenario ideale per una vicenda che sembra uscita dal pennello dell’artista – oltre che dalla penna di Murger, Puccini, Illica e Giacosa. È uno spettacolo a un tempo semplice eppur straordinariamente efficace, quello realizzato dal regista torinese, forse tra i primi in cui ha scelto di far uso di un approccio multimediale: senza peraltro correre il rischio di trasformarlo in un bignami di storia dell’arte, in un riassunto della produzione francese a cavaliere tra Otto e Novecento. Esplora, piuttosto, le dinamiche di un archivio impossibile, collazionando capolavori pittorici entro i quali precipita l’azione, arricchendola di senso: la divisione dell’opera in quadri assume così nuova, significativa pregnanza, in una visione costantemente mutevole ma sempre attentamente calibrata sulle prescrizioni librettistiche. Vincent van Gogh, tra gli altri, è l’artista preferito: grazie al quale Livermore mette a segno una serie di affondi, in primis la commovente sortita di Mimì, che oltre alla candela reca tra le braccia un fascio di girasoli, mentre altrettanti ne fioriscono sulle tele digitali. Renoir, Manet e Caillebotte, tra gli altri, ritrovano la strada di una Parigi vera o immaginaria, di paesaggi reali o filtrati da una sensibilità spericolata, tra i colori sgargianti di una notte stellata in cui campeggia pure la Tour Eiffel, autentica babele della siderurgia esagonale inaugurata per l’Esposizione del 1889. Nelle luci e nei costumi, nella presenza di coristi e figuranti prendono idealmente vita i personaggi dei quadri: come quando, davanti al Café Momus, passano anche alcune petites danseuses, quasi uscite dall’ispirazione di Degas. Pregevole si rivela, peraltro, la moltiplicazione dei piani dell’azione: perché se da un lato l’attenzione viene catalizzata dalle riproduzioni delle opere d’arte, eco smisurata di sentimenti ed emozioni, non meno curata è la direzione degli interpreti, guidati con maestria e virtuosismo: tra mangiafuoco, acrobati e venditori ambulanti, il Quartier Latino è un’autentica festa per gli occhi, ai limiti del circense, che subito si stempera nella solitudine raggelante della Barriera d’Enfer.

Note parimenti positive per l’esecuzione musicale, non fosse per il lieve bemolle della concertazione di Jordi Bernàcer: non soltanto perché fatica a legare la fossa alla scena, ma anche l’orchestra stessa. Le intemperanze di ottoni e percussioni irrigidiscono la trama orchestrale, che il direttore, dal canto suo, tende a rallentare nei momenti più lirici, con risultati tali da mettere molto spesso a repentaglio il sostegno alle voci. È una tendenza alla quale spesso indulge, l’artista spagnolo, senza per questo restituire in maniera più convincente gli squarci più poeticamente elegiaci della partitura: al contrario, rischia spesso di perdere la tensione, di slabbrare la trama narrativa, di allentare il passo. Non tutti gli interpreti sulla scena reagiscono allo stesso modo, ma non tutti si ritrovano in questo approccio.

È il caso, forse, della Mimì di Vittoria Yeo, che soltanto a partire dal terzo quadro – con un ragguardevole «Donde lieta uscì» – mette a frutto le screziature di una voce che prima era apparsa appannata e priva di smalto: nel finale, infatti, ritrova intensità, cura dell’arcata melodica, una semplicità senza affettazione che nell’ultimo assolo, «Sono andati? Fingevo di dormire», brilla nel canto a fior di labbro. Pregevole è il Rodolfo di Piero Pretti, per il timbro luminoso, caldo, mediterraneo, che gli consente di associare con naturalezza morbidezza di emissione e abbandono nostalgico, scherzo e malinconia, intensità e rimpianto. Ma è l’intero gruppo dei bohémiens a risultare omogeneo e perfettamente coeso, con una bonomia d’antan che rende intriganti i quadri estremi come la mirabile comédie humaine, dal comico al tragico, di quelli interni. Sullo sfondo di una vibrante partecipazione della compagine corale, diretta da Roberto Gabbiani, la «breve gioventù» diventa affresco che rivive grazie alla vigorosa, umanissima presenza del Marcello cupo e ferrigno di Luca Micheletti, al Colline importante e filosoficamente interiorizzato di Gabriele Sagona, allo Schaunard sardonico e pungente di Simone Del Savio – meno convincono la Musetta d’ordinanza di Sara Blanch, ai limiti del percepibile, e il doppio impegno di Domenico Colaianni come Benoît e Alcindoro, godibile solo in punto attoriale. Questa Bohème si impone alla maniera dei Quadri di un’esposizione di Musorgskij: è un piccolo, grande percorso di formazione dalla gioventù alla maturità, dai capolavori della pittura impressionista alle tecniche performative multimediali contemporanee. Per questo lo spettacolo di Livermore è un’irrinunciabile promenade nei secoli, destinata a rimanere nel tempo.

Teatro dell’Opera – Roma Opera Aperta – Circo Massimo 2021
LA BOHÈME
Operain quattro quadri di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica
Musica di Giacomo Puccini

Rodolfo Piero Pretti
Marcello Luca Micheletti
Schaunard Simone Del Savio
Colline Gabriele Sagona
Benoît Domenico Colaianni
Alcindoro Domenico Colaianni
Mimì Vittoria Yeo
Musetta Sara Blanch
Parpignol Giuseppe Auletta
Un venditore Leonardo Trinciarelli
Un doganiere Daniele Massimi
Un sergente dei doganieri Francesco Luccioni

Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera di Roma
Allievi della Scuola di Canto Corale del Teatro dell’Opera di Roma
Allieve della Scuola di Danza del Teatro dell’Opera di Roma
Direttore Jordi Bernàcer
Maestro del coro Roberto Gabbiani
Regia, scene, costumi, luci Davide Livermore

Roma, 5 agosto 2021

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