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Prima tv su Rai5: dal Teatro La Fenice “Morte a Venezia” di Benjamin Britten

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C’è la celebre novella di Thomas Mann alla base dell’ultima opera di Benjamin Britten Death in Venice (Morte a Venezia), che Rai Cultura propone in prima tv sul suo canale Rai5 mercoledì 17 marzo alle 21.15. Lo spettacolo è andato in scena al Teatro La Fenice di Venezia nel 2008 con la direzione di Bruno Bartoletti e regia, scene e costumi di Pierluigi Pizzi. Scritta tra il 1971 e il 1973 su un libretto elaborato dalla poetessa Myfanwy Piper, l’opera racconta lo scontro tra la norma etica che intenderebbe dare alla sua vita un grande scrittore tedesco, e il sorgere di un’intensa e incontrollabile passione. Interpreti Marlin Miller, nella parte di Gustav von Aschenbach, e Scott Hendricks che incarna le molte figure “dionisiache” che tentano di spingere l’artista nell’abisso. La figura del giovane Tadzio è sostenuta da un danzatore: l’étoile Alessandro Riga. Le coreografie sono curate da Georghe Iancu. Proponiamo qui la recensione di Roberto Mori

L’impossibilità di essere normale (o, se preferite, la consapevolezza della diversità) è la condizione che contrassegna opere e personaggi – oltre che la vita – di Benjamin Britten: da Peter Grimes (1945) fino all’epitaffio Death in Venice (Morte a Venezia, 1973). Il luogo che ispira gran parte delle storie e viene utilizzato dal musicista come “tavolo di lavoro” è il mare, sia esso quello di Aldenburgh o la laguna veneziana. Dalle profondità marine a quelle dell’inconscio. Per Britten l’arte è il risultato di una immersione negli abissi della psiche. Le situazioni drammatiche, nelle sue opere, hanno sempre un che di tortuoso e colpevole; seguono un procedimento frammentato fatto di inquietudini e dubbi.

Per il suo ultimo capolavoro, tratto dal racconto di Thomas Mann e cronologicamente contiguo al film di Luchino Visconti, il compositore concepisce una specie di monodramma incentrato sui conflitti interiori e psicologici del protagonista, e dal quale affiorano tematiche già trattate in precedenza. Lo struggimento per la bellezza, intesa come valore morale oltre che estetico, lo si ritrova per esempio anche in Billy Budd. Ma in Death in Venice il tema si fa più scabroso in quanto coinvolge l’adolescenza (con le conseguenti implicazioni pedofile) come fonte di turbamento e di passione che sconvolge perché mossa da una forza irrazionale che rende incapaci di distinguere fra il bene e il male. Di qui il vero nucleo drammatico dell’opera: la meditazione sull’imprevedibilità della vita, sulla sofferenza e sulla morte. La tragedia dell’età, che porta a un’amara consapevolezza della precarietà e della solitudine di ogni essere umano, si accompagna tuttavia a un senso di pietas che non ha riscontro nel testo di Mann. Le implicazioni autobiografiche e l’identificazione con il personaggio di Aschenbach sono insomma evidenti e non si fatica a vedere in Death in Venice il testamento spirituale di un compositore provato dalla malattia, stanco e forse già distaccato dalla vita.
Sul piano espressivo, la successione di microstrutture melodrammatiche, tipica del teatro di Britten, si unisce all’eclettismo delle raffinate soluzioni vocali e strumentali (evidenti gli influssi della musica orientale), ma anche alla volontà di fondere in un unico spettacolo musica, canto, poesia e danza. Se il ruolo di Aschenbach è affidato a un tenore, la voce di Apollo a un controtenore e i sette ruoli minori che annunciano il tragico destino a un basso-baritono, Tadzio e la sua famiglia sono invece danzatori e con loro, non a caso, il protagonista non riesce mai a comunicare verbalmente. Come si può intuire, si tratta di un’opera difficilmente catalogabile, ma proprio in questo sta gran parte del suo fascino.

Per l’edizione messa in scena dal Teatro Fenice nel 2008 viene ripreso uno dei più riusciti allestimenti di Pier Luigi Pizzi, realizzato nel 1999 per il Carlo Felice di Genova e vincitore del Premio Abbiati. Svincolato dalle suggestioni viscontiane, Pizzi sposta l’ambientazione dagli anni ’10 agli anni ’40 del Novecento. Siamo sempre alla vigilia di un conflitto, ma la vicenda ambigua e decadente perde ogni nostalgia e struggimento da Finis Austriae per assumere i connotati di una drammaticità più cupa e visionaria. Le tinte tenui e morbide solitamente associate alla laguna veneziana lasciano il posto a una luce livida e ad atmosfere alla Böcklin, evidenti nella presenza ossessiva di cipressi. Pizzi pensa insomma a una Serenissima cimiteriale, algida e onirica, resa inquietante dalla minaccia della guerra, più che di un epidemia incombente. La regia è coerente con questa impostazione, ben coadiuvata dalle belle coreografie di Gheorghe Iancu, affidate a un gruppo di danzatori e mimi tra i quali, in questa ripresa alla Fenice, spiccano il bravo Alessandro Riga (un Tadzio per la verità poco efebico) e Danilo Palmieri (Jaschiu).

L’ardua parte di Aschenbach – estremo omaggio di Britten a Peter Pears, suo compagno di vita e di lavoro – è sostenuta da Marlin Miller, che affronta il fluviale monologo interiore con un fraseggio sfumatissimo e una varietà d’accento esemplare. Notevole anche Scott Hendricks per incisività vocale e capacità di differenziare i sette ruoli previsti per il basso-baritono. Apprezzabile Razek-François Bitar come voce di Apollo.
Elogi anche per il direttore. Il grande, compianto Bruno Bartoletti, da concertatore chiaro e analitico qual era, non ha problemi a dominare la complessità della struttura musicale. Imprime tensione e drammaticità senza disperdere le necessarie sfumature timbriche, rispettando la dimensione essenzialmente cameristica della partitura.

Photo credit: Michele Crosera

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